Mentre siamo segregati in casa per colpa di un virus proveniente dalla Cina, che alcuni coraggiosi giornalisti, chiamano “Virus del Pcc”, cerco di ricordare religiosi e laici perseguitati da un altro virus, forse più pericoloso quello dell’ateismo comunista. Prendo spunto da «Il Libro Rosso dei martiri cinesi», a cura di Gerolamo Fazzini, giornalista del PIME( Pontificio istituto missioni estere), edizioni San Paolo (2006).

Siamo nella Settimana Santa, che ci prepara alla Passione di Nostro Signore, pertanto un libro che documenta il martirio subito dai cristiani cinesi, una vera e propria Via Crucis,  può essere un ottimo strumento per una riflessione seria umana e spirituale.

Il testo presenta testimonianze di uomini e donne dei veri documenti eccezionali di valore storico, che si riferiscono al periodo storico che va dalla metà degli anni quaranta fino al 1983, poco prima della cosiddetta “modernizzazione” di Deng Xiaoping dopo la morte di Mao.

Il cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, già vescovo di Hong Kong, nella prefazione scrive che molte di queste testimonianze sono rimaste nel cassetto per tanto tempo, c’erano delle motivazioni valide: una per non urtare le autorità comuniste e quindi mettere in pericolo la vita dei nostri fratelli. Un altro motivo era quello di non andare controcorrente, contro quelli che inneggiavano al maoismo, sostanzialmente «di parlare fuori dal coro ideologico, forse per non essere annoverati fra i reazionari. Oggi continuare la strada del silenzio sarebbe un errore incomprensibile e imperdonabile».

Due dei testi che compongono questo volume, sono due diari della prigionia e dei lavori forzati di due sacerdoti, uno di padre Tan Tiande e l’altro di padre Giovanni Huang. Il terzo documento, Pioggia di primavera, è il racconto della vita di padre Li Chang, segue il testo autobiografico di una giovane cattolica, Gertrude Li. Chiude la raccolta, una vera e propria Via Crucis, il martirio di trentatrè monaci cistercensi di stretta osservanza del monastero di Yangjiaping.

«Le pagine che seguono -scrive Fazzini – sono le memorie di persone che hanno provato sulla loro pelle fino a che punto possa arrivare la violenza di un potere accecato dall’ideologia, un potere che – dopo aver vinto la battaglia con il nemico armato (i nazionalisti di Chiang Kai-shek) – aveva deciso di sterminare i ‘nemici senza fucile’, come Mao dipinse, in un celebre discorso, intellettuali, credenti, oppositori della società civile».

Questi documenti si collegano a quelli del celebre dissidente cinese Harry Wu, recentemente scomparso in circostanze misteriose. Dissidente che ha raccontato la storia dei gulag cinesi, i celebri Laogai.

Fazzini nell’introduzione è abbastanza critico nei confronti di tutti quelli che in Occidente per anni hanno raccontato delle bugie sulla Cina comunista. «Molti sapevano che erano bugie, ma le consideravano a ‘ fine di bene’», scrive Renata Pisu, inviata di Repubblica.

Il giornalista del Pime cita altri libri, peraltro non sono tanti, che hanno scoperchiato gli orrori della Rivoluzione maoista, due testi che, finalmente hanno contribuito a una “demitizzazione di Mao”, a cominciare dalla monumentale opera di Jung Chang e Joh Halliday, dal titolo, «Mao. La storia sconosciuta», pubblicato in Italia da Longanesi, ben 960 pagine. Infine, il documentatissimo, «La rivoluzione della fame», di Jasper Becker. Quest’ultimo testo l’ho presentato ai miei lettori qualche anno fa. Non è esagerato ma per questi studiosi, Mao tze Tung, il “Sole rosso”, è direttamente responsabile di crimini molto superiori, per durata e intensità, a quelli di Stalin e di Hitler.

Per Chen Yizi, un ex gerarca maoista riparato all’estero, afferma di aver visto un documento interno del Partito comunista che quantificava in ottanta milioni il numero dei morti per «cause non naturali». La maggior parte nel periodo del “Grande balzo in avanti” (1958-1961).

Le motivazioni del libro non sono di natura politica, scrive Fazzini, ma leggendolo si percepiscono anche quelle. Scrive padre Li Chang: «La Rivoluzione culturale aveva fatto precipitare l’intero Paese nel caos più totale. Nessuno più lavorava. Giovani e vecchi, senza distinzione, passavano tutto il tempo fra ‘ riunioni di massa’ e ‘sessioni di lotta’. Le persone erano trascinate a forza su dei palchi, dove subivano bordate di accuse e di ingiurie della folla […] Tra i molti che non erano in grado di sopportare la violenza di questo linciaggio morale, alcuni davano, in seguito, segni di squilibrio, altri si suicidavano. Non si è lontani dal vero quando si afferma che, in quegli anni, il Paese era diventato un gigantesco manicomio».

Mentre in Europa, negli anni sessanta, il maoismo veniva propagandato come il “volto buono” del comunismo, anche in campo cattolico, in Cina si imponeva con la forza il suo culto. A questo proposito nota padre Giovanni Huang, che dalla mattina alla sera erano costretti «sette od otto volte al giorno, di fronte all’immagine di Mao, a inchinarci molte volte in segno di venerazione». Si trattava di un atto religioso.

Le pagine del libro ci offrono, per voce degli stessi protagonisti, la misura delle sofferenze patite da credenti e accettate con eroismo e coraggio, in nome del Vangelo.

In tutte le narrazioni, scrive Fazzini, «si respira la fede cristallina del discepolo che abbraccia la croce senza indugi o recriminazioni, sulla scia del Maestro […]».

Gli scritti sono “in presa diretta”, da testimoni oculari dei fatti di cui si narra. Non sono pagine scritte da accademici, intellettuali, sono pagine che «trasudano sangue, sudore, polvere, lacrime».

Le pagine scritte nel “Libro Rosso dei martiri cinesi”, sono di autori cattolici, che hanno subito la persecuzione, perchè “non organici” al potere, «ma sopratutto perchè, in virtù della loro fede, erano considerati ‘nemici del popolo’».

Dalle loro parole, precisa Fazzini non trapela odio o vendetta, «al contrario, troviamo esempi di genuinità evangelica, laddove i perseguitati arrivano a pregare per il proprio nemico».

In queste storie Fazzini ci tiene a precisare un paradosso: mentre gli aguzzini comunisti intendevano nel gulag, o laogai, formare l’”uomo nuovo”, plasmato secondo i dettami dell’ideologia, hanno invece dato alla luce, si “uomini nuovi”, ma secondo la novità del Vangelo.

L’ultimo racconto riguarda la Via Crucis dei monaci trappisti del monastero di Yangjiaping, una storia che, per brutalità e violenza, costituisce indubbiamente un unicum nel pur vasto scenario della persecuzione anticattolica. E’ l’unica storia che si conclude con il martirio vero e proprio, alla fine saranno trenta i religiosi a pagare con la vita la loro fedeltà.

E’ una storia che in Italia conoscono solo gli addetti ai lavori. La conosciamo grazie ai documenti di prima mano dalla Postulazione generale dell’Ordine dei Cistercensi.

Concludo con una testimonianza che si trova in “Nemici senza fucile”, una guardia cinese dopo il martirio di padre Alphonse L’Heureux, trappista del monastero, «quell’uomo è morto in pace – si legge – assomiglia a quell’altro uomo di legno ‘a forma di dieci’ (la grafia cinese per dieci è una croce) che sta nella cappella di Yangjiaping». La guardia cinese atea, non può resistere alla provocazione di una morte violenta vissuta con serenità, non può rimanere indifferente.

A distanza di mezzo secolo, la vita e la morte di questi martiri cinesi parlano ancora, soprattutto in questa strana o tragica Settimana Santa che stiamo vivendo.