Da decenni Marco Tarchi, senza dubbio uno dei migliori politologi italiani, studia con attenzione e senso critico la scena italiana e internazionale. I suoi libri e le pubblicazioni da lui dirette  — “Diorama Letterario” e Trasgressioni” — rappresentano una vera miniera d’idee. Ma il professore fiorentino è soprattutto un uomo libero, insofferente ad ogni catalogazione e schema prefissato.  Non a caso, le sue analisi lucide e non conformiste spesso dispiacciono ai pigri e i noiosi e vengono mutilate e manipolate dalla grande stampa. È il caso di quest’intervista pubblicata dal Tempo di Roma in forma ridotta e “corretta”. Riteniamo, con il consenso dell’autore, utile e necessario pubblicare il testo integrale. Per riflettere e dibattere. Per capire e interrogarsi. (M.V)

 

Fratelli d’Italia, guidato da Giorgia Meloni, ha ricevuto in eredità il simbolo di Alleanza Nazionale. È la ripartenza giusta per il rilancio della destra italiana?

Può essere un elemento di richiamo per una parte dell’elettorato che a suo tempo aveva portato AN fino al 15,5% dei voti, ma bisogna tenere a mente alcuni importanti dati. Primo: da allora sono passati 18 anni, e con il tempo il peso di Alleanza Nazionale è andato diminuendo di un terzo. Secondo: la fusione nel PDL ha causato un rimescolamento d’immagine e legato una parte dell’elettorato originario a Berlusconi. Terzo: la diaspora di FLI prima, la non confluenza in Fratelli d’Italia di  parecchi dirigenti post-missini di primo piano poi ed infine il passaggio di non pochi di costoro nel Nuova Centrodestra di Alfano hanno dato l’impressione di uno sgretolamento definitivo dell’ambiente “postfascista”, che sarà difficile dissipare. Quarto: sinora, far affidamento sul carattere calamitante di vecchi simboli si è dimostrato vano: scudi crociati e falci e martello profusi a piene mani sulle schede elettorali hanno procurato a chi li sbandierava poco più dello zero virgola. E già Rauti, con la sua fiamma tricolore stilizzata, ha mostrato i limiti di un’operazione di questo tipo.

La figura di Giorgia Meloni sembra raccogliere attorno a sé consenso e aspettative positive unanimi. Alcuni osservatori però non sono convinti dai suoi “compagni di viaggio”. Che ne pensa?

La Meloni ha dalla sua l’età, che in una fase di giovanilismo imperante – di cui Renzi è l’incarnazione per adesso suprema – conta, nonché lo stile aggressivo, l’irruenza discorsiva. Ma rilanciare un partito che nella sua prima prova elettorale ha raccolto meno del 2% richiede altre qualità, che vanno dimostrate. Vedremo. Quanto ai “compagni di viaggio”, credo che per ora non si possa dire altro se non che questo è quel che passa il convento. Certo, è lecita l’impressione che l’aggregazione sia fortemente eterogenea. Il che, nel caso di un non immediato decollo nei consensi – e quindi nei seggi da spartire ai vari livelli istituzionali – è premessa sicura di future scissioni. Del resto, la politica post-ideologica propone a tutti i partiti ostacoli e dilemmi di questo tipo. E al momento non mi pare che Fratelli d’Italia abbia compiuto un’opera di rielaborazione tale da poter proporre un’identità culturale e programmatica capace di proiettarla al di fuori dell’ambito di provenienza dei suoi animatori. Va aggiunto però che il futuro di Berlusconi – la sua scomparsa o meno, in tempi brevi, dalla scena politica – avrà un peso determinanti sugli sviluppi futuri anche di questa formazione.

In una recente intervista all’Espresso, ha sottolineato come il Movimento 5 Stelle stia calamitando il consenso prima assegnato ai poli radicali. E’ Grillo il surrogato della “nuova destra”? Ma, soprattutto, Grillo è di destra o di sinistra?

Grillo non è né di destra né di sinistra, e questa è la chiave del successo del suo discorso in larghe fasce della pubblica opinione. È un populista allo stato puro, post-ideologico, che offre al pubblico occasioni di sfogo, e talvolta proposte, adatte alla situazione di crisi in cui l’Italia da un pezzo è impantanata. Il problema, per lui, è che buona parte del ceto politico, cioè dei gruppi parlamentari e consiliari, del Movimento 5 Stelle, reclutata attraverso la roulette della selezione via web, non si è formata in modo coerente rispetto al discorso che Grillo è andato sostenendo dal 2005 in poi. O, per essere più precisi, ne ha recepito solo alcune parti, rifiutandone altre. E dà l’impressione di essere sbilanciata verso il cosiddetto modello della “sinistra 2.0”, che a due terzi degli elettori grillini delle politiche 2013 non piace. Se il M5S recepirà in pieno gli argomenti di quello che, piaccia o non piaccia, da tutti è visto come il suo leader, mieterà consensi anche a destra. In caso contrario, su      quel versante subirà un’emorragia. Forse più verso l’astensione che in direzione di altre liste.

E Renzi, secondo lei, è di destra o di sinistra?
Renzi ha una formazione centrista ma, da uomo di marketing qual è, ha capito da molti anni che non esiste, oggi, uno spazio al centro di dimensione tale da consentirgli di coltivare realisticamente le sue sostanziose ambizioni. Le sue posizioni su molti temi, soprattutto economici, sono destinate a piacere più agli elettori del centrodestra che a quelli del campo avverso, ma in un’area dominata da una figura ingombrante qual è quella di Berlusconi, una personalità come la sua non avrebbe avuto possibilità di affermarsi. E, come si è visto, a Renzi non piace aspettare né accontentarsi di fare da delfino a chicchessia. Detto ciò, l’equilibrio fra due aree in concorrenza è un esercizio difficile, nell’odierno clima bipolare (che si tenta, con una legge elettorale ad hoc, di far diventare bipartitico). Può portare al successo, ma anche a pesanti scivoloni.
Qual è il senso di essere ‘di destra’ nel XXI secolo? O meglio, quali sono i “nemici da combattere”?

È difficile, a chi come me è convinto da decenni che le categorie di sinistra, destra e centro siano incapaci di rappresentare le vere linee di conflitto che attraversano le società contemporanee, rispondere a questa domanda. In termini politologici classici, ci si potrebbe richiamare alla coppia oppositiva conservatorismo contro progressismo. Ma mi pare che da molto tempo in molti campi – a partire da quello delle cosiddette scelte etiche – le destre esistenti abbiano ceduto agli avversari, facendone proprie molte idee di fondo. Oggi a destra si ha una sorta di terrore di sentirsi accusare di tradizionalismo, etichetta che porta con sé una sfilza di accuse (omofobia, bigottismo, xenofobia, localismo e via dicendo). La linea Maginot sulla quale le destre si sono attestate è quella della sicurezza, ovvero della promessa, peraltro di rado mantenuta, di garantire, nella nostra epoca legittimamente popolata da timori, ordine e tranquillità individuale e collettiva. È un terreno fragile, su cui una sinistra ormai acquisita alla logica dell’individualismo, può facilmente incalzarla. E poiché in molti altri campi, a partire dalla politica internazionale e da quella economica, ma anche allargando la visuale a quanto concede l’adesione all’ideologia dei “diritti umani” e alle sue conseguenze, distinguere idee di destra e di sinistra è diventato quasi impossibile, credo che chi ancora si sente attaccato all’etichetta di destra dovrebbe procedere oggi a una radicale rifondazione dei referenti culturali riconducibili a questa area.

Il tema caldo oggi è l’Europa.  Il significato di “Europa unita” è incompatibile con il valore di sovranità nazionale?

In astratto, certamente no. Niente impedisce di ipotizzare un’Europa capace di recuperare il valore fondante e unificante delle tradizioni culturali che hanno portato a pensarla per millenni come un continente non solo in senso geografico, e quindi votata a un’autentica indipendenza. Ma se per Europa si intende l’attuale Unione Europea, il discorso cambia drasticamente. Perché l’UE non esprime alcuna indipendenza reale, legata mani e piedi com’è al partner transatlantico – che in realtà ne teme e comprime la concorrenza in molti campi e la colonizza culturalmente –, e si è trasformata nel classico gigante dai piedi d’argilla, che non esprime grandi progetti ma regolamentazioni e divieti, limita le sovranità degli stati membri ma non trova mai, di fronte ai problemi che travagliano molti di essi, le sintesi aggreganti che sarebbero necessarie per dar vita ad un macro-aggregato realmente democratico.

Uscire dall’Euro. Questa la proposta principale che arriva dal congresso di Fiuggi. Una “follia” o l’ultima chance?

Temo, per ora, solo una formula demagogica. Che non si accompagna a riflessioni convincenti sullo scenario che deriverebbe da questa mossa. L’ipotesi non va demonizzata, ma se si limita ad essere agitata a mo’ di feticcio propagandistico avrà corto respiro. Un abbozzo di dibattito su questo tema, fra gli economisti e più in generale in ambito intellettuale, si sta sviluppando (penso, fra l’altro, ad alcune pagine di un libro recente di Alain de Benoist, La fine della sovranità, edito da Arianna), ma i suoi frutti devono ancora maturare. Chi, come Marine Le Pen, ha fatto dell’uscita dell’euro uno dei suoi cavalli di battaglia, fin qui ha incontrato più scetticismo che condivisione. Beppe Grillo ha posto il problema ma è parso moderato nella risposta da dargli. Credo abbia avuto ragione.