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Una lunga serie di risorse potenziali e di occasioni mancate a fronte di un tesoro ancora in attesa della piena valorizzazione. L’esame approfondito dell’ultimo Rapporto sull’economia del mare consegna agli italiani il quadro di un sistema – Paese oramai sempre più consapevole della propria vocazione marittima, ma che ancora non ha deciso in modo risoluto di affidare il rilancio strategico della propria economia al cluster del pianeta “blu”.

Uno studio scrupoloso e ben documentato, quello condotto dall’istituto di ricerca Censis e dalla Federazione del mare, organizzazione che riunisce la gran parte delle sigle del comparto: un’analisi che ha preso in esame tutte le voci dell’economia del settore, individuando punti di eccellenza e criticità di un mondo che rappresenta per l’Italia un’opportunità inestimabile anche in termini occupazionali, ma ancora ben distante dal pieno e compiuto sfruttamento.

A dispetto di una congiuntura internazionale divenuta da alcuni anni favorevole, con diversi indicatori che mostrano i segni di una sempre più robusta ripresa economica internazionale, l’Italia si colloca tra le realtà meno dinamiche del mercato, stretta da uno stallo più prolungato che altrove e non ancora preparata a intercettare in modo convincente la ripresa. Un’assenza di vitalità e dinamismo inammissibile al cospetto di una sempre più agguerrita concorrenza globale, forte di mercati interni in rapido sviluppo, ingenti investimenti pubblici e politiche di deregolamentazione: un’apatia difficile da spiegare in un paese a forte industrializzazione, che affaccia più di 8 mila chilometri dei suoi confini direttamente sul mare. Un Paese che ha visto assottigliarsi, oltre alle fila della sua forza lavoro, anche quelle della sua flotta, con la perdita di circa un centinaio di navi tra quelle impiegate su rotte internazionali ma anche interne: numeri che attestano una tendenza preoccupante, a cui fa da triste corollario l’analogo calo complessivo del tonnellaggio, a ulteriore conferma di un’inerzia che da troppo tempo non accenna ad arrestarsi.

All’origine della crisi della marineria italiana si segnala una causa su tutte: la burocrazia. Una burocrazia obsoleta, confusionaria e all’apparenza concepita solamente per intralciare, se non addirittura frenare, qualsiasi attività virtuosa o comunque improntata al più spontaneo spirito di impresa. Un ostacolo che in troppi casi spinge gli armatori a spostare le navi sotto altro registro e altra bandiera (soprattutto quella maltese), alla ricerca di condizioni fiscali più agevoli e con il vantaggio ulteriore di risparmiare sui contratti del personale imbarcato, a tutto discapito dell’occupazione nazionale e delle entrate per l’erario.

Al netto dei numeri il comparto marittimo italiano produce ogni anno una mole di beni e servizi per un valore complessivo di 33 miliardi di euro, pari a circa il 2 per cento del prodotto interno lordo, garantendo un impiego stabile a circa 500 mila persone tra lavoratori del settore e dell’indotto. Numeri che si confermano in ogni caso di enorme rilevanza per il Paese, a maggior ragione se letti nella chiave più ottimistica offerta dal recente rapporto sull’ economia “blu” a cura di Unioncamere, l’ente nazionale delle camere di commercio. Uno studio che sembra scorgere timidi segnali di risveglio da parte del sistema marittimo, sorretto dalle oltre 185 mila imprese del comparto impegnate soprattutto nell’ambito di ricettività e ristorazione, portualità e cantieristica, tutte attività capaci di offrire ricadute positive sul territorio, ma con un preoccupante calo dell’occupazione che, pur se in rallentamento, non accenna ancora a invertire la tendenza.