L’economia del mare si conferma come uno dei motori più dinamici del sistema produttivo nazionale. Una riprova che arriva dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa – CNA, che ha diramato nei giorni scorsi a Viareggio i risultati ufficiali del suo rapporto su “Dinamiche e prospettive di mercato della filiera nautica del diporto”. Uno studio approfondito e ricco di dati e di cifre verificate, che archiviano il decennio terribile della crisi del comparto e certificano una crescita vigorosa del fatturato della nautica da diporto italiana. Un settore produttivo, quello delle imbarcazioni da diporto, che ha registrato negli ultimi quattro anni una crescita di oltre il 33 per cento per un fatturato complessivo pari a quattro miliardi di euro, attestandosi come una delle realtà più vitali dell’universo manifatturiero nazionale.

Numeri che testimoniano in modo inequivocabile l’animo battagliero, lo spirito d’iniziativa e l’eccellenza di un settore di pregio della nostra economia, strutturato in un sistema capillare di piccole imprese artigiane diffuse senza soluzione di continuità lungo tutto lo Stivale. Un sistema di imprese tra le più apprezzate nel pianeta, in un mercato che non concede sconti a nessuno e che conosce una competitività tra le più feroci, e a dispetto di un sistema Paese incapace di brillare della stessa luce.

Un sistema paese, quello italiano, troppo spesso inadeguato e per nulla in grado di sostenere il settore con un sistema legislativo e fiscale opportuno, e che anzi in tanti individuano come uno dei veri responsabili degli anni della crisi soprattutto a causa della famigerata tassa di possesso sulle imbarcazioni da diporto. Un balzello a dir poco inviso da tutti, produttori e consumatori, da tempo individuato come il vero grande responsabile della recessione dell’ultimo decennio e che ha visto la fuga di un gran numero di diportisti verso i più convenienti scali delle nazioni vicine. Un tributo oggi abolito eppure capace ancora di proseguire nella sua onda lunga di effetti deleteri, tanto che non sembra ancora arrestarsi il calo delle immatricolazioni delle unità da diporto.

A conti fatti, oltre alle tare legislative e fiscali già menzionate e alla mancanza di una vera politica di sostegno delle imprese, lo studio della Cna inserisce nel conto dei freni e dei ritardi del comparto anche il perdurare di un deficit culturale nella percezione del diporto, da sempre facile preda di facili pregiudizi e di un’insensata invidia sociale, e soprattutto l’incapacità statale di valutare l’universo diportistico nella totalità delle sue implicazioni. Un universo, quello del diporto, complesso e multiforme, che pertanto non si limita al suo valore economico in termini di crescita e occupazione limitatamente al settore cantieristico in senso stretto, ossia alla costruzione e manutenzione delle imbarcazioni, ma che al contrario si esprime in tante altre strutture produttive come quella tessile di vele e cime, quella dei mobili e degli arredi, degli impianti, della strumentazione di bordo e della meccanica, solo per citarne alcuni. Beni prodotti in tanti casi nelle fasce di mercato del lusso e dell’alta tecnologia, per un settore che insieme alla produzione manifatturiera si sviluppa nella materia cruciale dei servizi turistici e portuali, delle scuole nautiche, del rimessaggio e così via, a conferma di un sistema capace di andare ben oltre i freddi dati delle statistiche ufficiali, e che ancora devono essere adeguatamente indagati.

Da qui l’esigenza di una politica fiscale meno depressiva e l’urgenza di interventi a sostegno all’innovazione e della ricerca, da inserire all’interno di una revisione complessiva della normativa di settore capace di dare finalmente un calcio definitivo alla burocrazia. Misure concrete e tangibili che l’Italia deve a uno dei suoi comparti migliori.