Continua la “guerra dei porti” in Campania. La nascita dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, ovvero la fusione delle preesistenti autorità portuali di Napoli e Salerno in ossequio alla riforma Del Rio, non ha posto fine allo scontro tra le due città campane. Scontro che ha ben poco di campanilistico, ma si fonda su ben più concreti motivi economici.

Finora, infatti, il porto di Salerno ha dimostrato una capacità di reazione ed adattamento alle nuove richieste dei mercati ben superiore a quella dello scalo napoletano, oltre ad una capacità di investire nell’adeguamento delle sue strutture – ampliamento di moli e banchine, dragaggio fondali, cantierizzazione di nuove opere di viabilità esterne all’area portuale – che non hanno paragoni con la situazione di stallo che per anni ha caratterizzato la realtà napoletana. Alla fattività dell’Autorità portuale di Salerno ha fatto da contraltare un’endemica crisi della corrispettiva struttura napoletana, per lunghi anni commissariata.

Di qui il timore degli imprenditori salernitani che la fusione si riduca ad “annessione” del porto di Salerno a quello di Napoli. In particolare che allo scalo salernitano si imponga, alla fine, una forzata specializzazione, ovvero la rinuncia a fasce di mercato oggi sfruttate con successo. Persa la battaglia per salvaguardare l’autonomia dell’Autorità Portuale salernitana si combatte, ora, per salvaguardare almeno gli investimenti programmati per i nuovi interventi infrastrutturali. La temporanea autonomia del porto di Salerno – destinata a durare undici mesi, ma ad ora solo una fumosa prospettiva che sta portando alla paralisi amministrativa – interessa ben poco gli imprenditori. Fondamentale è completare gli interventi in atto ed avviare quelli in programma.

Ma con quali risorse? Perché, in fin dei conti, questo è il vero problema. Le risorse dell’Autorità Portuale di Salerno confluiranno, naturalmente, nel bilancio unico della nuova dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale, ente, superfluo dirlo, a trazione tutta partenopea. Tanto che ad oggi la nomina del rappresentante designato dal Comune di Salerno in seno al comitato di gestione del nuovo ente non è stata ancora convalidata. Ufficialmente per mancanza dei requisiti tecnico-professionali. Ufficiosamente, a detta di molti osservatori, per una lotta tutta politica intorno al nuovo ente.

Non è un mistero per nessuno, infatti, che l’accorpamento tra le due Autorità Portuali campane rappresenti una sonora sconfitta per il governatore campano Vincenzo De Luca, per quasi un ventennio sindaco di Salerno. In molti gli imputano l’incapacità di chiudere la partita dei porti in maniera più favorevole alla realtà salernitana, in particolare quando il suo rapporto con Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio, era solido. Ovvero prima del referendum costituzionale dello scorso dicembre che ha segnato una dura sconfitta per entrambi. In quel momento le richieste del governatore campano trovavano non poca eco a Roma, come dimostrano i generosi finanziamenti previsti dal Patto per la Campania. Eppure quella sulla riforma delle Autorità Portuali è stata una delle partite peggio giocate da Vincenzo De Luca. Seguito in questo, giusto dirlo, da buona parte della classe politica salernitana.

Ed oggi la mobilitazione delle imprese, dei sindacati e delle amministrazioni salernitane potrebbe non essere sufficiente a salvaguardare quel piano di interventi infrastruttu