th-8

 

Di proposito ho evitato di prestare attenzione alle pagine in cui Marino si difende o difende il proprio operato, perché si tratta di un fine tipico in queste opere difensive – giustificative – propagandistiche.

Ugualmente non mi sono curato dei passaggi scontati e, direi, ovvi in cui denunzia in termini di anacronistico antifascismo l’operato del predecessore agli antipodi ideologici.

Il suo succo del suo memoriale si coglie nel I capitolo, che reca un titolo significativo ed eloquente “Ventisei coltellate, un solo mandante”. In esso vengono ricostruiti con accenti acidi le vicende di quei mesi, che svelano o meglio confermano lo schema operativo del gruppo padrone del PD.

Nessuno, se onesto e coerente, può negare che i metodi usati per defenestrare Marino siano tipici e caratteristici del clan, ora a palazzo Chigi. L’episodio narrato a p. 34 sulla proposta avanzata da Causi, in altre parole, appartiene a modelli collaudati e praticati con Letta, non isolati, ristretti, atipici o speciali per il “marziano”. Proprio in questi giorni l’opinione pubblica è di fronte ad un altro episodio del disordine morale, non che attanaglia ma in cui è immerso e vive con una patologia cronica il PD. Delle dimissioni della Guidi al “presidente del Consiglio” è stato detto di menar vanto senza spiegargli che puntavano e servivano a bloccare la marea montante, tale da travolgere (finalmente) la donna dalle infinite virtù, incontaminata e incontaminabile.

Tra le poche affermazioni interessanti di Marino rientra quella , secondo cui “menti libere e indipendenti non sono gradite e, soprattutto, non è gradito chi, invece della linea di partito, utilizza criteri basati sul merito per la selezione della classe dirigente”. Infatti sono parole plausibili (tutt’altro che originali) perché fotografano una realtà comune ai due schieramenti (ufficialmente) contrapposti. Non costa molto ricordare le designazioni fatte da Berlusconi di figure inidonee in ruoli qualificanti, come, ad esempio, la Gelmini. Come non è arduo ripercorrere l’atteggiamento assunto dagli organi di informazione e dai canali televisivi, legati all’imperatore di Arcore, mai ostili all’esecutivo sia nel caso Marino sia alla minoranza del PD, del resto inconcludente e parolaia.

Marino infarcisce, a parte le lamentele sulle misure subite, il volume di affermazioni spesso demagogiche (quella dei suoi fans, capaci di non lasciare mozziconi di sigarette  — inghiottiti? — sulla piazza del Campidoglio e quella sulla sala dell’Arazzo), puerili dallo scarso senso democratico (la denunzia del comportamento delle opposizioni per aver contribuito con le firme dei propri rappresentanti all’epilogo della sua esperienza), risibili (l’accusa ad Alemanno di dilapidazione con “un eredità drammatica” contraddetta (pp. 32 – 33) dalla segnalazione di un deficit nel 2008 di 22 miliardi di euro con Veltroni).

Dovrebbe colpire quanti simpatizzano e lo vorrebbero candidato per il centro”destra” l’accenno al “facoltoso imprenditore romano”, sostenuto da molti del Pd nel 2013 per le primarie.

L’affermazione riportata nel IV pagina di copertina “Sono stato sempre un testardo. E i testardi possono vincere o perdere ma non riescono a galleggiare: emergono o affondano” in parallelo con la fresca rinunzia alla ricandidatura, nonostante il triplice grido “non vi deluderò”, è destinata a far scorrere la parola “fine” sulla presenza sulla scena di un uomo, forse semplicemente prestato alla politica, una politica comunque sempre più scadente, sempre più lontana dagli uomini liberi .

Del resto speranze di metamorfosi catartica non possono derivare dal minestrone berlusconiano o da quello dei suoi gregari e vassalli, se tra quelle file, “in disordine e senza meta”, c’è chi giunge a coniare l’etichetta di “nazislamismo”, invece di quella, oggi realizzata e realizzabile, di “islamismo rosso”.

 

IGNAZIO MARINO, Un marziano a Roma, Milano, Feltrinelli, 2016, pp. 301. Euro 18,00.