Appaiono contemporanei e paralleli due editoriali di Ernesto Galli della Loggia — La deriva non vista del Paese — e di Angelo Panebianco — Un triste destino (evitabile) — , volti a fotografare, talora in maniera esauriente, la realtà politica e sociale dal 4 marzo scorso ad oggi.

   Le due note hanno in comune un vuoto cruciale, l’omessa sottolineatura del retroterra, cioè degli errori, delle colpe e delle castronerie accumulati nei decenni precedenti, dal dopoguerra in poi, dalla Prima e dalla Seconda repubblica.

   Galli inizia con il definire Di Battista “popolarissimo”, dimenticando che “popolarissimo” era anche, simile nello stile e nella superficialità demagogica, il popolano Tommaso Aniello (“Masaniello”) e non si preoccupare con la dovuta e necessaria forza l’assurda posizione assunta sulla questione venezuelana, frutto della radice istintivamente extraparlamentare dei grillini, acriticamente seguiti dai leghisti.

   La vicenda dell’astensione su un momento centrale della politica mondiale di questi giorni, rilevante per essere l’anticamera dell’ennesimo fallimento del movimento comunista con il “baffone dei Caraibi”, non è altro che la convalida dell’impostazione ideologica della Lega, onesta nel rifiutare, a dispetto di tutti, l’etichetta di “destra”, come ripete una volta ancora nel suo recente pamphlet Alberto De Bernardi.

   Legandosi ad un altro “fondo” di Maurizio Ferrera (per fortuna non Ferrara!) etichetta il periodo attuale come quello dell’”irresponsabilità politica”, divenuta “sociale” e diffusa “a macchia d’olio”. Ma – è del tutto problematico a non accorgersi – che il contesto è il frutto “avvelenato” dello svuotamento e dell’immeschinimento della scuola, dell’avvilimento della fede e della mortificazione e della derisione dell’istituto familiare .

   Sono state fatte cadere e poi sono state calpestate le strutture portanti grazie al nullismo inconcludente dei democristiani, al subdolo calcolo eversivo della società tradizionale, e alla predicazione terrificante e devastante di Pannella e della Bonino, emblemi dei liberal e blanditi dal clero conciliare.

   Molte altre osservazioni, comunque critiche, andrebbero fatte a Galli. La saliente è quella dell’assenza in questo “inizio secolo” dell’autorità, demolita nella famiglia, nella scuola, nella stampa, nella Chiesa. E’ dell’avviso costituiscano una “parziale eccezione” la Presidenza della Repubblica ed i Carabinieri, tra cui sono state scoperte “mele marce”, non di rado demonizzate, a differenza delle entità politiche responsabili, sottratte a responsabili giudizi.

   Si pubblicano lavori acritici sul “nonno buono” romano Giulio  Andreotti e sul “martire” pugliese Aldo Moro e ci si interroga sulle acrimoniose contestazioni fatte a Craxi, senza arrivare ad analisi obiettive, non oso dire coraggiose.

   Anglo Panebianco si occupa, e dal titolo sembra si possa dire, si preoccupa della sorte dei “democratici” (poverini!). Scorge, con un parere molto facile, pesanti sintomi di sbandamento e autolesionistici occhieggiamenti verso i casaleggiotti.

   Fingendosi spettatore, prospetta l’asservimento del fu PD agli estremismi grillini e la scissione “da destra” dei democratici moderati pronti ad allearsi con i resti di FI. L’editorialista onestamente non lo pronostica ma “boss” della fantomatica formazione non potrebbe non essere il redivivo “figliol prodigo” toscano, pupillo di Berlusconi.

   Finisce con il pronosticare nel raggruppamento dei cattocomunisti la prevalenza di una oligarchia, priva di senso e di futuro, disponibile “a un futuro da spalla o da ruota di scorta”. Di chi? Boh!

   Il siluramento inatteso di Mario Calabresi reca ulteriori prove a quanti ritengono in corso da parte del Governo, troppo spesso dato per traballante, una strategia pianificata da cervelli pensanti, operanti nell’ombra, di sempre più ampio e prepotente impossessamento dei canali informativi (reti televisive e testate giornalistiche) in totale irrisione dello strombazzato “cambiamento” , calamita di tanti ingenui consensi.