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La barbarie islamista ha colpito nuovamente, questa volta è toccato alla capitale dell’Unione Europea, Bruxelles. Tra i tanti infiniti e vacui commenti, molti hanno scritto e sottolineato che si è voluto colpire il simbolo delle istituzioni europee, in un aeroporto fra i più battuti dai Capi degli Stati. Anche se forse è un simbolo scelto male, infatti il Belgio, con la sua capitale, rappresenta bene tutti i mali dell’UE. Uno Stato che non esiste, probabilmente fallito, diviso culturalmente e linguisticamente, dove parte della sua capitale, il 40 per cento della popolazione è musulmana, con quartieri in preda alla legge islamica della sharia.

Il Belgio un “non Stato” che rappresenta la vulnerabilità dell’Europa

 

Infatti per Mantovano il Belgio “è uno degli stati europei più sguarniti e più vulnerabili. Quando scelte politiche dissennate in materia di sicurezza e di integrazione si sedimentano nel corso degli anni è ingenuo sorprendersi se la somma che viene tirata una volta per tutte è una somma pesante. Sul fronte della sicurezza il Regno, nonostante le dimensioni non estese, paga l’estrema articolazione della sua struttura istituzionale; la divisione fra fiamminghi e valloni non si limita a creare problemi nella formazione del governo federale: rende difficili le comunicazioni fra le polizie”. (A. Mantovano, “Simbologia e non solo. Perché lo Stato islamico ha colpito il Belgio”, 23.3.16, Il Foglio)

Comunque sia é certamente un simbolo, funzionale alla propaganda dell’Isis:“se ti dimostro che reagisco all’arresto di Salah Abdesalam con capacità di coordinamento fra il centro di Bruxelles e l’aeroporto, con disponibilità di armi e di esplosivo, con basi logistiche per proteggere gli attentatori, con denaro per sostenerli negli spostamenti e con mezzi a operare, vuol dire che Allah è grande e che puoi unirti a noi, perché colpiamo al cuore i “Crociati” (non importa se tutti laicisti)!” (Ibidem)

Quindi quanto è accaduto a Bruxelles era prevedibile, anche se “prevedibile non vuol dire in automatico prevenibile: vuol dire fare quello che è nelle umane capacità. Tutti concordano che non è stato fatto”.

L’integrazione è fallita

 

Tuttavia, secondo l’ex sottosegretario Mantovano, Se oggi i vari Salah Abdesalam sono tutelati dai vicini del quartiere al momento dell’arresto – ricordando le scene di protezione del boss catturato in aree di camorra – è perché si è permessa la radicalizzazione di Molenbeek, e non solo di esso. Perfino in Belgio doveva essere noto che da Molenbeek sono passati e con Molenbeek hanno avuto a che fare taluni concorrenti dell’11 settembre 2001, di Atocha a Madrid nel 2004, e della strage al Museo ebraico di Bruxelles nel 2014. Eppure nulla è stato fatto per farla uscire dalla dimensione di zona franca. Nella Capitale belga non è accaduto solo con questo quartiere”. Allora che fare? Certo in poche battute non si possono dare risposte su argomenti così difficili. E’ probabile che “il Belgio e la sua Capitale sono destinati a restare nell’obiettivo: facciamo tutti gli scongiuri, ma come non è da menagramo prevedere che un sasso lanciato dal quarto piano prima o poi piomba a terra e se passa qualcuno gli fa male, così è irrealistico sostenere che gli attentanti di ieri saranno gli ultimi in terra belga”.

Mantovano, avendo lavorato da sottosegretario agli interni a stretto contatto con i servizi di polizia italiani, sostiene che, con tutti i limiti del nostro sistema,“la nostra cultura della prevenzione è incomparabilmente superiore a quella di tanti Stati europei, soprattutto di quella belga”. E visto che l’Italia è tra gli Stati europei più attrezzati, fornisce qualche strumento per ben lavorare, come il C.a.s.a.(Comitato di analisi strategica antiterrorismo), raccomandando però di non proclamarlo ai quattro venti, ma di realizzarlo, anche perchè “i morti dilaniati dalle bombe di Bruxelles, e prima ancora quelli di Parigi e di tanti altre città, gridano che il tempo del gioco è terminato”.

Perchè non ci facciamo aiutare da Israele di Netanyahu?

 

Con tanta provocazione lo sostiene in prima pagina Il Foglio diretto da Claudio Cerasa del 24 marzo. L’Europa imbelle rappresentata dalle lacrime della nostra Federica Mogherini,“vive in una condizione di rassegnazione e passività, come se il prossimo attentato sia inevitabile. E mentre tutti noi diciamo no, non cambieremo, non ci cambieranno, non ci accorgiamo che il problema è proprio quello: dobbiamo cambiare. Lo diciamo in modo provocatorio sapendo che non potrà succedere ma che se succedesse sarebbe la soluzione ideale”. Continuando, il quotidiano, consiglia alle istituzioni europee di chiedere al premier israeliano Benjamin Netanyahu di commissariare la sicurezza del nostro continente. “Lasciamo che sia il capo di governo dell’unica democrazia liberale al mondo riuscita a convivere con la minaccia del terrorismo islamico senza sacrificare le libertà individuali (Israele) a insegnarci che l’Europa non può far finta di nulla, non può solo preoccuparsi di dimenticare…”.

Dichiariamo guerra ma non la combattiamo

 

Però per combattere il terrore dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, cominciando a non nascondere la guerra che stiamo vivendo, ma soprattutto dobbiamo combatterla questa guerra. Dopo le promesse di “sterminio senza pietà” pronunciate dal presidente Hollande in occasione della strage a Parigi del 13 novembre, non si sono mai messe in atto vere rappresaglie. Infatti,”uno dei paradossi più stridenti evidenziato dagli ultimi attentati dei terroristi islamici a Parigi e Bruxelles è rappresentato dall’impotenza apparente di un’Europa rivelatasi incapace di combattere ma che ha assunto la responsabilità di “dichiarare” guerra al Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi senza avere né la volontà, né forse la capacità di affrontarla”. (Giandrea Gaiani, Dichiariamo guerra all’Isis E non lo combattiamo, 25.3.16, LaNuovaBQ.it). Pertanto visto che siamo in guerra, sul fronte interno ogni Stato, si dovrebbero adottare misure di sicurezza adeguate. Cominciando a ripulire i tanti Molembeek d’Europa da “imam e predicatori salafiti che incitano ed educano al jihad, mettere in galera tutti i foreign fighters al loro rientro dalla Siria, espellere tutti gli immigrati islamici sospettati di collusione con gruppi eversivi e simpatie per la causa jihadista, punire col carcere e la perdita dei diritto a usufruire delle prestazioni dello Stato sociale tutti i fiancheggiatori e i simpatizzanti dell’Isis”. Purtroppo non abbiamo fatto nulla di tutto questo, un po’ per paura di affrontare rivolte che degenererebbero in guerriglia urbana e un po’ per non rischiare di apparire xenofobi o islamofobi. Anzi, abbiamo favorito “la massiccia immigrazione clandestina con il contributo delle flotte italiana ed europea impiegate in compiti che sembrano ormai di “traghettamento” dell’intera popolazione africana, abbiamo arricchito ulteriormente i jihadisti che lucrano sui traffici illeciti di esseri umani”. A questo punto per Gaiani, “Resta solo da chiedersi, di fronte a questa manifesta incapacità di affrontare la guerra al Califfato, se qualcuno ci può almeno spiegare perché l’abbiamo dichiarata”.

Il terrorismo jihadista si può sconfiggere?

 

Ritornando alle misure di prevenzione da adottare, certamente,“nulla potrà più essere come prima e che per sopravvivere alla minaccia islamista bisogna vivere in uno stato di eccezione”. Forse ha ragione Marcello Veneziani quando scrive che la guerra al terrorismo è una guerra impossibile. Perchè anche se riuscissimo a “sconfiggere il sultanato, a distruggere i campi d’addestramento e a perseguire gli stati conniventi, basta che un giovane islamico su mille, su diecimila, magari cresciuto in Europa, decida di dare la propria vita per questa dannata causa che hai migliaia di potenziali fanatici pronti a farsi esplodere e a uccidere. E a nulla vale il deterrente della guerra per invasati che chiedono proprio quello, morire in guerra per diventare eroi e andare in paradiso. Dunque, ogni dura reazione al terrorismo è giusta e sacrosanta ma non serve a sradicare il terrore”. E’ evidente che dopo l’11 settembre, la guerra è cambiata, non è più quella convenzionale, ora è asimmetrica. Pertanto occorre fare di tutto per prevenire, e quindi difenderci soprattutto con le armi, proteggendo qualsiasi spazio pubblico, come hanno fatto gli israeliani, anche se questo comporta rinunciare a un po’ di privacy a favore della sicurezza. Ma poi occorre anche rendersi conto che i terroristi jihadisti islamici, per quanto siano pericolosi, sono pochi, una minoranza rispetto a tutti noi europei e resto del mondo.

Comunque sia in conclusione bisogna rilevare che qualsiasi azione militare non basta, serve riappropriarsi di quell’identità culturale e religiosa che da sempre ci ha contraddistinto. Forse come ha scritto Stefano Fontana abbiamo“perso la passione della verità e non si riesce più a pretendere dai nuovi arrivati il rispetto di nessuno dei suoi valori legati alla persona, alla famiglia, alla vita sociale e politica”. Infatti,“ciò che disarma l’Occidente è la sua filosofia di vita e in particolare il modo in cui considera la religione e le religioni. É questo che lo rende debole e vulnerabile e che spiega come sia possibile che esso si sia creato dei nemici in casa e accetti di essere colonizzato dall’interno” (S. Fontana, Il relativismo che apre le porte alla loro dominazione, 25.3.16, LaNuovaBQ.it)