Come Matt Johnson, Jack Barlowe e Leroy Smith, i tre protagonisti del cult movie Un Mercoledì da Leoni (Big Wednesday) di John Milius, Matteo Salvini non ha mancato l’appuntamento con la grande mareggiata che ha stravolto la politica italiana.

Surfando con notevolissima abilità politica sulla cresta dell’enorme onda di disgusto, rifiuto e protesta generata dalla crisi economica e da 7 anni di governi inadeguati e incapaci imposti, con non poche ed evidenti forzature, dagli apparati burocratici, economici e mediatici italiani ed europei Salvini ha trasformato in poco tempo la decotta ex Lega Nord di Bossi nel primo partito italiano.

Entrato nell’acqua politica con poco più del 4%, con una inarrestabile e forse irripetibile cavalcata è planato disinvoltamente sul 34% abbondante delle Europee e anche  oltre, stando ai sondaggi successivi.

Una linea politica decisa e spregiudicata gli ha permesso di spostare sensibilmente verso una specie di generica e un po’ contraddittoria “destra” l’asse politico e di emarginare l’eterno e logoro “moderatismo” fuori tempo di Silvio Berlusconi mandando a monte, si spera definitivamente, il disegno consociativo di una convergenza interessata tra berlusconismo e renzismo in nome della sacra causa “liberale”ed “europeista” magari condita con un po’di progressismo alla moda. Un risultato notevole raggiunto principalmente grazie ad un esasperato movimentismo mediatico e ad un uso massiccio e disinibito di parole e social media che hanno permesso, in mancanza di un vero disegno politico, di sfruttare al massimo uno stato d’animo diffuso.

Tratto che accomuna, molto più di quanto sia apparso a molti, la Lega salviniana con il Movimento 5 Stelle. Sarà vera gloria?

Molto probabilmente non sarà necessario attendere i posteri per l’ardua sentenza. Come sempre tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per attraversare il quale le felpe della Polizia e i tweet su lasagne o polenta potrebbero non essere sufficienti.

Ad un anno dall’insediamento del governo del cosiddetto “cambiamento” di veri cambiamenti se ne sono visti pochi e la tanto strombazzata l’Italia “sovranista” per ora esiste solo nelle chiacchiere inutili dei talk show televisivi, descritta come un pericolo dalla fantasia faziosa di una combriccola di giornalisti asserviti.

La RAI, ad esempio, a parte la lodevolissima eccezione del TG2 di Gennaro Sangiuliano, è rimasta quella di sempre, lottizzata e colonizzata dalle varie famiglie politico-culturali della sinistra che dispongono dello spazio pubblico come gli pare. Vedi il caso di Gad Lerner, graziosamente omaggiato di un nuovo programma ovviamente fazioso e buonista, un insopportabile sermone scarso di ascolti ma ricco di propaganda. O il canale Rai Storia, divenuto negli ultimi anni una specie di panegirico resistenziale non stop dove può capitare che, presentato come ”biografo” di Mussolini, compaia Antonio Scurati autore di una mediocrissima operetta zeppa di errori storici che però va per la maggiore nei salotti radical chic avendo lo scopo dichiarato di “rifondare l’antifascismo”. Renzo De Felice può solo rivoltarsi nella tomba con le molte migliaia di pagine della sua opera.

E ancora il quanto mai significativo episodio dell’esame di maturità nel quale, accanto ad Ungaretti e Sciascia, compare niente po’ po’ di meno che Tomaso Montanari critico e storico dell’arte ondeggiante tra ideologia comunista e simpatie grilline (il M5S gli aveva proposto un ministero), noto più per qualche provocazione politica e/o mediatica, come le invettive alla Fallaci e a Zeffirelli appena morto, che per la produzione scientifica, peraltro consistente in pochi insulsi libretti di divulgazione.

Esemplare il commento dell’inutile ministro leghista dell’Istruzione (nessun apprezzabile miglioramento rispetto alla Fedeli), che avrebbe potuto e dovuto evitare questa ridicola trovata, secondo il quale “Almeno non ci accusano di non essere aperti o democratici. Si tratta di una traccia dove ci sono degli argomenti da affrontare, a prescindere dal fatto che il testo sia di Tomaso Montanari”.

Un quadro sconfortante che non poteva non essere completato dall’ennesimo e scontato omaggio a Don Lorenzo Milani, il principale riferimento ideologico dell’egalitarismo ottuso che ha distrutto la scuola italiana. Morale: piena sudditanza al consociativismo culturale cattocomunista e totale subalternità alla egemonia della sinistra.

D’altra parte è ben difficile cambiare questo stato di cose e, più in generale, intervenire seriamente su problemi seri ed annosi senza una solida cultura politica, senza un’idea di nazione e società, senza personale politico preparato, senza maggioranze politicamente compatte. Non ha senso discutere per giorni di proposte creative come i Mini BOT (un’idea di per sé interessante), se poi non si hanno la forza politica, l’autorevolezza tecnica e la capacità negoziale necessarie per realizzarle.

E’ totalmente inutile perdere tempo su proposte del genere se non di hanno alle spalle un governo coeso, una maggioranza affidabile e la capacità di interloquire efficacemente in Europa. In questo momento non è nemmeno chiaro se e come il governo, nel quale praticamente ogni ministro va per conto suo, intenda reagire alla gravissima intimidazione politica compiuta dalla commissione-yogurt (con data di scadenza ravvicinata) Juncker-Moscovici con la procedura di infrazione per deficit eccessivo. Un problema concreto di fronte al quale le oziose discussioni sui mini BOT o sull’oro della Banca d’Italia, alimentate anche dall’ottusità del caravanserraglio del “competenti” liberisti ed europeisti, svaniscono come neve al sole.

L’agenda politica non potrà essere eternamente occupata dal problema dell’immigrazione clandestina, virtualmente risolto (l’unico vero merito di Salvini fino ad ora) o dalle pensate astratte e creative dei grillini. Prima o poi i fatti e la realtà presenteranno il conto, come lo hanno presentato a Renzi e alla sue slides.

Prima che questo accada Salvini farà bene a porsi il problema di portare anche in Parlamento il consenso reale che ha in questo momento nel Paese staccando la spina all’inaffidabile e dilettantesca aggregazione con il M5S, che se pure aveva un senso un anno fa ne avrà sempre meno da qui in avanti.

In Un Mercoledì da Leoni Matt Johnson lanciatosi col surf nella grande mareggiata suscita l’ammirazione di tutti ma sul più bello viene travolto dalle onde troppo grandi rischiando la vita e rimanendo ferito.

E’ facile cadere dalla cresta dell’onda se non si valuta bene il pericolo.Come sa bene chi conosce la finanza, il problema vero non è tanto trovare i capitali ma saperli impiegare e farli fruttare, esattamente come i voti elettorali. Raccogliere in qualche modo il consenso, non basta, poi bisogna risolvere i problemi reali e mantenere le promesse (che devono essere realistiche e realizzabili, non sparate a caso).

Anche perché l’encefalogramma piatto delle opposizioni non durerà in eterno.