Quaranta punto ottantuno. Matteo Renzi conquista un risultato epocale. Per la prima volta dall’Unità ad oggi, la sinistra italiana è riuscita a superare i suoi limiti strutturali e ad ottenere la fiducia di segmenti sociali storicamente estranei. Un dato pesante che impone una riflessione seria, attenta.

Il fiorentino ha vinto giocando in modo spregiudicato una partita articolata su più tavoli.  In primis, Renzi ha avuto la capacità di smantellare strategie obsolete e pensionare strateghi logori e perdenti — l’antiberlusconismo giustizialista e la nomenklatura ex comunista — per sfidare in campo aperto Beppe Grillo. Una scelta coraggiosa e non prevedibile. Certamente azzardata.

Dallo scorso anno il callido miliardario ligure ha coagulato gli enzimi della disperazione italiana. Un gioco facile e (per lui) redditizio. Beppe, terrorizzando la fragile scena politica italiana — i deputati, tutti i deputati, ricordavano gli ignavi nobili di Versailles del 1789 —, ha trasformato sull’onda dei suoi comizi/spettacoli una folla di delusi, incazzati, sperduti in uno strambo amalgama variopinto, rancoroso e verbosamente violento: il movimento “Cinque stelle”, l’inutilità assoluta, una moderna “corte dei miracoli” degna  del ciclo cinematografico di “Angelica”.

Le rivoluzioni, però, quelle vere, sono roba seria, dura, sanguinaria. Difficile. Non è roba per Grillo. L’antico scroccone della Costa Smeralda — do you remember Beppe i conti non pagati al Sottovento…. — non ha la capacità e la volontà. Nemmeno la cattiveria. Il vecchio comico non è un Robespierre o un Saint Just, è un solo fortunato passante che ha trovato sul sentiero una formula vincente. E i “grillini” sono poca roba: al più ricordano le tricoteuses, le donnacce che applaudivano — sferragliavano a maglia al ritmo di “ça ira”i tonfi della ghigliottina. Un boato per ogni testa che cadeva. A Valmy intanto crepavano i valorosi.

Torniamo all’oggi. Renzi — personaggio ambiguo, certamente criticabile ma sicuramente intelligente — ha avuto il coraggio che Bersani e gli ex PCI non hanno avuto: rompere con il massimalismo, l’antica malattia della sinistra.

Con una virata astuta e ardita il fiorentino ha archiviato le vecchie abitudini e ha trasformato la campagna del PD  in un duello tra razionalità e sicurezza contro isterismo e demagogia, una scelta tra governabilità e “salto nel buio”. E ha convinto qualche milione d’italiani non di sinistra.

Esasperando, con l’aiuto dei mass media e di un Berlusconi confuso e perdente, la disfida  — e forse memore forse del trecentesco “tumulto dei Ciompi”, un truce episodio della storia toscana immortalato da Machiavelli —, l’ex sindaco della città di Dante ha saputo saldare — unendo buon senso e promesse mirabolanti — in un’alleanza sociale, provvisoria ma efficace, le ansie del “popolo grasso” con le paure del “popolo minuto” e opporle al presunto e fastidioso “popolo di Dio” e il suo scalcagnato profeta. 

Il risultato è chiaro, netto. Buona parte dell’elettorato berlusconiano — privo dell’ex Cav. — e gli orfani di Monti, pur di bloccare l’istrionico genovese hanno preferito “turarsi il naso” e premiare il brillante epigono di Fanfani e La Pira. In breve, una riedizione in salsa neo DC del 18 aprile 1948, il capolavoro della Democrazia Cristiana.

Un meccanismo perfetto quanto illusorio. Grillo, a differenza di Togliatti, è una “tigre di carta”, uno spauracchio sinergico (quando serve) a disegni più articolati. Per di più l’artista ligure non ha la nobiltà di Savonarola e nemmeno la statura del “migliore”. Casaleggio non ha l’intelligenza di Berlinguer. Alle loro spalle non c’è il PCI — un partito terribilmente serio — e non vi è lo scenario della “guerra fredda”. Non vi è (per fortuna) nemmeno Secchia con i suoi partigiani in armi e gli assassini della “volante rossa”. A Beppe sconfitto restano i soldi, il suo disordinato guru, una presenza invasisiva sulla “rete” — una dimensione forte ma sopravalutata — e una squadriglia di poveretti spediti a Roma e a Bruxelles. Null’altro. La “lunga marcia” togliattiana nelle istituzioni non è prevista. Ai “grillini” resta solo un click e un biglietto per il prossimo spettacolo.

Renzi ha vinto grazie ad un abile gioco di specchi. Come nel teatro goldianiano — paradigma dell’italianissima “commedia dell’arte” — tutto si conclude con il trionfo scenico: sul palco gli elettori del PD gioiscono, i moderati si sollevano, i poteri forti (endogeni ed esogeni) minuettano e i post comunisti, con eleganza, si disperano. Tutti ringraziano e applaudono il voto di quaranta punto ottantuno degli elettori. Pantalone (forse)  pagherà il conto. Carnevale.

Sulle sorti del centro destra e dei suoi tribolati destini riserviamo il prossimo atto.