L’otto marzo del 2020 è morto in Provenza, quasi un mese prima di compiere 91 anni, Max von Sydow. Nato Carl Adolf a Lund, in Svezia, il 10 aprile 1929, era noto soprattutto per i ruoli bergmaniani e per “L’esorcista”; ma la sua carriera è troppo vasta per essere così riassunta – e si tratta pur sempre d’uno degli autori più importanti del cinema europeo e del più celebre horror mai realizzato (con buona pace di chi adesso lo ricorda solo per “Guerre stellari” e “Il trono di spade”).

Ancora acclamato in patria, viveva da anni a Parigi, dove era stato dichiarato “Commandeur des Arts et des Lettres” e “Chevalier de la Légion d’Honneur”. Amico dell’allenatore di calcio Roy Hodgson, sino agli ultimi giorni ha supportato lui e la squadra inglese dei Blackburn Rovers. Era stato sposato due volte, e ha avuto due figli da ciascun matrimonio.

Capelli biondo cenere, gelidi occhi azzurri, voce profondissima, alto due metri, portamento elegante. In grado di passare da personaggi teneri a ruoli terrificanti, dalla tragedia alla commedia, dai film di denuncia sociale all’horror e alla fantascienza.

Dopo un lungo apprendistato teatrale, assieme ad alcuni fra i suoi futuri compagni di scena bergmaniani (su tutti, Ingrid Thulin) e i primi ruoli in piccoli film svedesi, debutta con Ingmar Bergman da protagonista: è Antonius Block, il cavaliere che torna dalle Crociate in un’Europa devastata dalla peste e sfida a scacchi la Morte in “Il settimo sigillo” (ampliamento di “Pittura su legno”, testo teatrale scritto dallo stesso Bergman per una scuola di recitazione, dove Block era muto). È il 1957, col suo aspetto già maturo e la sua recitazione sobria il ventottenne von Sydow fa irruzione nella storia del cinema con quelle che resteranno le immagini più celebri di tutto il cinema bergmaniano (l’incontro con la Morte sulla spiaggia, la partita a scacchi, la danza macabra sulla collina). Negli stessi mesi, ha un brevissimo ruolo (il benzinaio che in segno di riconoscenza rifiuta di far pagare il rifornimento al medico protagonista) in quello che rimane il più bel film di Ingmar Bergman: “Il posto delle fragole”.

Negli anni seguenti saranno tanti i frutti del sodalizio col cineasta svedese (e con gli altri commedianti: la Thulin, oltre a Harriet Handersson e Bibi Andersson – nessun parentela, Gunnar Bjornstrandt, Gunnel Lindblom; più tardi Liv Ullman, Erland Josephson), col quale condivide l’abbandono della fede luterana: il mago (ciarlatano… ma forse no) di “Il volto”, il nobiluomo che vendica la figlia in “La fontana della vergine”, il paziente marito d’una ragazza schizofrenica in “Come in uno specchio”, il suicida in “Luci d’inverno”, l’artista folle in “L’ora del lupo”, il violinista in fuga dalla guerra in “La vergogna”, l’eremita in “Passione”. Collaborazione che si chiuderà nel 1971, con “L’adultera”; nel frattempo l’attore aveva già cominciato a estendere le sue interpretazioni al cinema europeo, financo americano; ma il suo primo film da protagonista a Hollywood, “La più grande storia mai raccontata”, nel quale interpreta Gesù Cristo, fu un fiasco ricordato più che altro per John Wayne nei panni d’un centurione; nello stesso anno – 1966 – un film di spionaggio sceneggiato da Harold Pinter, che lo vede comprimario di Senta Berger, Alec Guinness e George Segal, “Quiller Memorandum”, non ha miglior sorte.

Dopo vari ruoli in produzioni hollywoodiane più o meno colossali, nel 1973 arriva un altro film celeberrimo: “L’esorcista” di William Friedkin, tratto dal romanzo di William Peter Blatty (sceneggiatore del film) d’un paio di anni prima. Fortemente richiesto da Friedkin (la Warner Bros aveva designato Marlon Brando, ma Friedkin temeva che la sua fama avrebbe schiacciato il resto della produzione), che lo considerava uno dei migliori attori in circolazione (e in forza dell’affinità fisica tra l’attore e Teilhard de Chardin, l’eretico paleontologo gesuita cui Blatty si è ispirato), von Sydow ebbe problemi a interpretare l’eroico padre Lankester Merrin: le frustranti ore di trucco (ancora 44enne, doveva dimostrare gli 80 del personaggio – una beffa: leggendo il romanzo, era convinto di essere stato scelto per il tormentato padre Karras, più vicino alla sua età), la difficoltà nell’immedesimarsi in un religioso e a recitare il rito esorcistico senza crederci (Friedkin racconterà che la voce stentorea dell’attore sul set diventava flebile), il fastidio per le battutacce del regista, e soprattutto la repulsione per il soggetto (secondo l’attore, “L’esorcista” proietta su di una bambina la paura, debordante negli anni ’70, per la sovrappopolazione del pianeta). Ma l’enorme successo del film renderà le immagini di von Sydow alle prese con la povera Regan nella celebre cameretta, e soprattutto la locandina del film (l’arrivo dello stanco ma indomito padre Merrin sul luogo della resa dei conti col demone Pazuzu, con citazione da “L’impero delle luci” di Magritte) resteranno nelle antologie da cineteca con la stessa forza di un altro duello, quello con la Morte di “Il settimo sigillo” (al netto delle enormi differenze tra i film, anche per livello e qualità).

Von Sydow sarà poi Joubert, il raffinatissimo sicario francese che minaccia Robert Redford in “I tre giorni del Condor” (Sydney Pollack, 1975); comincia a recitare in Italia (lui e Marcello Mastroianni diventeranno grandi amici) con il professore di “Cuore di cane”, dal romanzo breve di Bulgakov (Alberto Lattuada, 1976), il presidente della Corte di Cassazione che affronta Lino Ventura con un inquietante monologo in “Cadaveri eccellenti” (“l’errore giudiziario non esiste… è tutta colpa di Voltaire”; Francesco Rosi, 1976); Ortiz, uno degli ufficiali di “Il deserto dei Tartari” (Vincenzo Zurlini da Dino Buzzati, 1976).

Nel 1977 John Boorman lo supplica di tornare nei panni di padre Merrin per i flashback di “L’esorcista II – L’eretico”; von Sydow ha ancora un pessimo parere del primo film, e accetta perché Boorman gli promette il ruolo di mago Merlino in un film arturiano che sta da anni progettando. Resteranno gabbati entrambi: tre anni dopo (“Excalibur”) von Sydow vedrà il ruolo affidato a Nicol Williamson; Boorman si ritroverà insultato da Friedkin in ogni intervista che questi ha rilasciato da allora.

Lo stesso anno vedrà il fiasco di un’altra mega-produzione (“La bandera – Marcia o muori”, Dick Richards); oltre al grottesco “Gran bollito” di Mauro Bolognini, con Shelley Winters nel ruolo di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio: da antologia le scene con Renato Pozzetto, Alberto Lionello e appunto Max von Sydow nei ruoli delle tre zitelle sue vittime. L’anno dopo von Sydow partecipa a “Obiettivo Brass”, fanta-giallo ambientato nella Seconda Guerra Mondiale, che si segnala per il cast (Sophia Loren, John Cassavetes, Patrick McGoohan, Robert Vaughn e George Kennedy nel ruolo del generale Patton) e per la sgangheratezza della sceneggiatura.

Gli anni ’80 cominciano con grandi successi: la sua splendida interpretazione dell’imperatore Ming in “Flash Gordon” (Mike Hodges, 1980) ne fa uno dei migliori “villain” di sempre; in “Fuga per la vittoria” (John Huston, 1981) è l’ufficiale nazista con la passione del calcio; in “Conan il barbaro” (John Milius, 1982) la sua breve apparizione (re Osric, in sostituzione del malatissimo Sterling Hayden) è uno dei momenti migliori di un film nel quale le scene fascinose non mancano; interpreta poi un altro leggendario malvagio, Ernst Stavro Blofeld (con gattone bianco in braccio) in “Mai dire Mai” (Irvin Kershner), episodio non ufficiale (disconosciuto dalla famiglia Broccoli, la cui EON Productions stava intanto girando “Octopussy”) dei film di 007.

Altro film corale, altro fiasco: nel “Dune” che David Lynch trae dal mondo letterario di Frank Herbert è il fiero e sventurato Liet-Kynes (nell’adattamento che Denis Villeneuve sta completando, il ruolo è affidato a un altro ottimo scandinavo: Mads Mikkelsen). Nel 1986 Woody Allen rende tributo al proprio ispiratore, Bergman, facendo partecipare von Sydow ad “Hannah e le sue sorelle”, nel ruolo di un artista misantropo (quando lui e Barbara Hershey termineranno, in una sola ripresa, la scena della rottura della loro relazione, la troupe li omaggerà con un applauso). Finisce il decennio con una nomination agli Oscar: migliore attore non protagonista per “Pelle alla conquista del mondo” (vincerà Dustin Hoffman per l’abominevole parodia dell’autismo di “Rain Man”).

Comincia gli anni ’90 con una particina in “Risvegli”, un bruttissimo film tratto da Oliver Sacks con Robert De Niro e Robin Williams. L’anno dopo è l’involontario oggetto dell’ossessione di Matt Dillon in “Un bacio prima di morire”. Nel 1993 Fraser Clarke Heston, figlio di Charlton, gli fa interpretare Satana in “Cose preziose” (curiosità: Heston jr. era Mosè bambino in “I dieci comandamenti”, e von Sydow ventisette anni prima aveva interpretato Gesù; in visita al set, Heston sr. vedendo il figlio parlare col titano svedese, disse: “ecco Mosè che dice a Gesù come deve interpretare il Diavolo”), da un romanzo di Stephen King. Se in “Conan” aveva incontrato Schwarzenegger, nel 1995 si trova di fronte Stallone: “Dredd – La legge sono io”. Tre anni dopo: altro incontro con Robin Williams, altro film orrendo (“Al di là dei sogni”).

Nel 2001 è coprotagonista di uno dei film peggiori di Dario Argento, “Non ho sonno” (indegno remake di “Profondo rosso”). Non va meglio con “Druids”, in cui è uno dei mentori di Vercingetorige (Christopher Lambert) e dopo “Mai dire mai” ritrova Klaus Maria Brandauer. L’anno dopo fa scomparire Tom Cruise in “Minority Report” (Steven Spielberg da Philip K. Dick).

Struggente il suo ruolo in “Lo scafandro e la farfalla” (Julian Schnabel, 2007), dalla storia vera di Jean-Dominique Bauby, giornalista di moda immobilizzato da un ictus (von Sydow ne interpreta l’affettuoso e fragile padre). Tra il 2009 e il 2010 è in due fumettoni: “Solomon Kane” e “Robin Hood” (il secondo, diretto da Ridley Scott). Nel frattempo aggiunge Martin Scorsese alla lista di grandi registi per i quali ha recitato: assieme a Ben Kingsley, è uno dei due psichiatri di “Shutter Island”.

Agli Oscar 2012 riceve la sua seconda nomination: miglior attore non protagonista, per il mappazzone “Molto forte, incredibilmente vicino”. Il suo ruolo (il nonno del protagonista, rimasto muto dopo aver perso i genitori nel bombardamento di Dresda) non è premiato; gli si preferisce Christopher Plummer, che in “Beginners” è un artista che rivela al figlio di essere omosessuale.

Max von Sydow ha interpretato anche molti film per la tv: “Cristoforo Colombo” (re Giovanni II di Portogallo), “Cittadino X” (uno psichiatra che collabora alle indagini sul mostro di Rostov), “Il processo di Norimberga”, “La saga dei Nibelunghi”, “I Tudor”. Ha anche interpretato un filmato di sostegno per Solidarnosc; ha doppiato il cattivo di “Ghostbusters II”, un episodio dei Simpson, videogiochi. Nel 1988 ha diretto un film: “Katinka. Storia romantica di un amore impossibile”. Sempre nel 1988, si è segnalato come Prospero in “La tempesta” di William Shakespeare, nel leggendario Old Vic di Londra.

Quasi novantenne era ancora attivissimo, e si era reso noto al pubblico dei giovanissimi con ruoli in “Star Wars: Il risveglio della forza” e “Game of Thrones”. Ha ricevuto un premio speciale a Cannes, nel 2004; nel 1982, aveva ottenuto il Leone d’Oro a Venezia come miglior attore per “Il volo dell’aquila”.

Con la sua bellissima carriera, Max von Sydow ha lasciato una grande esperienza artistica: dal cinema d’autore a quello d’intrattenimento. Max von Sydow era un grandissimo uomo di cultura, un protagonista del Novecento artistico. Lo si ricorderà con affetto e nostalgia.