Per la prima volta nella sua storia il Kuwait ha festeggiato il primo maggio. Attenzione, non si è trattato della solita, rituale celebrazione occidentale dei lavoratori ma di una festa “al lavoro” e al futuro. In quel mercoledì molto speciale l’emiro Sabah IV Al-Ahmed ha inaugurato lo “Sheikh Jaber Al Ahmad Al-Sabath Causeway”, con i suoi 36,14 chilometri slanciati sulla baia del Kuwait il quarto ponte più lungo del mondo.

Un’opera formidabile e avveniristica significativamente dedicata al tredicesimo emiro, il padre della modernizzazione kuwaitiana scomparso nel 2006. Accanto al sovrano erano presenti il premier sud coreano Lee Nak-Yeon e Gerard Larcher, presidente del Senato francese; un modo elegante per ricordare l’apporto del gruppo transalpino Systra (i progettisti) e lo sforzo del colosso coreano Hyundai Engineering and Construction (i costruttori). Sul palco d’onore, qualche scalino più in basso, anche gli italiani della Trevi — l’azienda cesenate impegnata nelle opere di palificazione a mare — e della Prysmian — la società milanese che ha curato i sistemi di trasmissione elettrica — ma, purtroppo, nessun esponente del governo di Roma. Peccato…

Ma analizziamo i numeri, le cifre. Per realizzare il “Jaber Causeway” ci sono voluti cinque anni di lavori, 5750 lavoratori e tre miliardi e mezzo di dollari, una somma importante anche per il ricco Kuwait ma giustificata vista l’imponenza dell’impresa. Il gigantesco ponte, largo 120 metri con tre corsie in ogni senso di marcia, si regge su due isole artificiali e 1190 pilastri, ognuno di tre metri di diametro; in alcuni punti le fondamenta raggiungono i 72 metri di profondità (un record mondiale), la parte più bassa è a circa nove metri dal livello del mare mentre quella più alta — per permettere il passaggio delle grandi navi al porto di Doha — si slancia sino a 23 metri. E poi la sezione centrale: 340 metri di ponte strallato sospesi sulle acque, dove i cavi d’acciaio entrano nei piloni creando un’immagine a forma di vela: un capolavoro d’ingegneria e un omaggio alla bellezza. Il progetto, fortunatamente, ha tenuto anche conto dei problemi ambientali, in particolare di quelli marini. Con orgoglio gli ingegneri di Hunday e i loro committenti kuwaitiani rivendicano d’aver «dato vita a un habitat alternativo facendo nascere una nuova scogliera corallina dove far proliferare la fauna ittica, in particolare alcuni tipi di gamberetti». 

Ma una domanda è d’obbligo. A cosa serve questa scintillante autostrada sopraelevata sul mare? A più cose. In primis collega la capitale Kuwait City (per i locali Madinat Al-Kuwait) con Subiya, la regione settentrionale confinante con l’Iraq, riduce il congestionamento delle arterie litorali e abbatte i tempi di percorrenza da 90 a 30 minuti. Ma soprattutto l’infrastruttura è il principale tassello strategico dell’ambizioso piano di sviluppo “New Kuwait 2035”, una “visione” pensata e voluta per diversificare l’economia nazionale a tutt’oggi fortemente incentrata sull’oro nero (il petrolio rappresenta il 40 per cento del Pil e ben il  92 dell’export) e agganciare il piccolo emirato (17.818 chilometri quadrati con 3.100.000 abitanti di cui solo 960.000 “nazionali”) al grande gioco geoeconomico aperto dalla Cina con le nuove “vie della seta”.

Proprio nel nord del Paese, all’imbocco del “Jaber Causeway”, sorgerà Madinat al-Harrer, ovvero Silk City, il nuovo centro finanziario e commerciale del Kuwait ma anche, grazie ad un quadro normativo speciale, una confortevole e proficua “free economic zone” di 250 chilometri quadri aperta, anzi spalancata agli operatori stranieri. «Gli investimenti esteri — ha dichiarato il primo ministro Sheikh Jaber Al Mubarak Al Sabah — sono ancora insufficienti in Kuwait e riteniamo che siano preziosi e che sia il momento giusto per investire».

Il premier ha ragione. “New Kuwait Vision” è un progetto colossale — il costo stimato è di 86 miliardi dollari — e necessita di capitali internazionali. L’obiettivo è costruire entro il 2035 su cinque isole artificiali un complesso urbano per 700mila persone: al centro svetterà il Burj Mubarak Al-Kabir, con i suoi 1001 metri e 234 piani sarà (altro record…) il più alto grattacielo del globo; tutt’attorno sono previste quattro cittadine e poi hotel, resort, marine, un’accademia, uno stadio olimpico, un aeroporto internazionale. Con tanta attenzione per l’ambiente: ecosostenibilità, energie rinnovabili, parchi e riserve naturali.

Accanto alla futura Silk City sulla vicina isola di Boubyan — anch’essa compresa, come le altre quattro isole circostanti, nella “free economic zone” — è in fase d’avanzata costruzione il Mubarak Al-Kabeer port, uno scalo marittimo modernissimo con 24 moli  (ma si prevede di arrivare a quota 60…) per navi portacontaneir e petroliere ma anche un centro logistico intermodale: il porto diventerà lo snodo centrale della futura linea ferroviaria ad alta capacità transarabica, un nastro d’acciaio che si stenderà dall’Oman al Kuwait per poi biforcarsi in due tronconi, uno verso la Turchia e l’Europa l’altro verso l’Asia centrale, la Russia e la Cina. Qui geoeconomia e geopolitica s’intrecciano: la prossima apertura della zona franca interessa infatti anche il martoriato Iraq: intelligentemente i governanti kuwaitiani hanno da subito coinvolto i loro vicini nel progetto e concordato con loro una serie d’importanti sinergie tra il porto di Mubarak e quello iracheno di Faw. La parola d’ordine è “cooperare senza competere“. Per il Medio Oriente una novità assoluta. 

Sullo sfondo ancora una volta c’è la Cina.  Nel 2016 l’emirato è stato uno dei primi paesi arabi a firmare un accordo con Pechino, affidando alla China Petrochemical Corporation la realizzazione di una mega-raffineria che aumenterà la capacità del Paese fino a 31,5 milioni di tonnellate di petrolio l’anno. Ma non solo. Lo scorso luglio l’emiro ha incontrato il presidente Xi Jinping. Strette di mano, abbracci e firme su contratti importanti per Silk City e dintorni. Tra tutti un memorandum d’intesa tra il governo kuwaitiano e Huawei — l’incubo di Trump — sul commercio elettronico. Un segnale forte all’America e all’Europa, Italia compresa.