Abituati da anni a guitti di quinto livello, che pretendono di guidare il Paese (per loro sarebbe assurdo parlare di Stato o di Nazione), assurgendo al ruolo di statisti e a pagliacciate, diventate tragedie per la democrazie e per i comuni cittadini, quali la riforma dell scuola, la mortificazione e l’affossamento del Senato, l’Italicum e lo Jobs Act, non potevamo non vedere Roma teatro di una ulteriore vicenda drammatica, trasformatasi in farsa da Africa bokassiana.

Si tratta di una pagine della storia del Capitale, sulla quale da tempo le forze di opposizione avrebbero dovuto muoversi con denunzie e proteste puntuali, mirate, documentate e coinvolgenti la cittadinanza. Finalmente, e con estremo ritardo, se n’è accorto anche l’”Osservatore Romano”, che, dopo la gratuita sottolineatura di un formale ed inutile intervento del sovrastimato “premier”, avvenuto tempo addietro, scrive che “la capitale – a meno di due mesi dall’inizio del giubileo – ha la certezza solo delle proprie macerie e […] sopra a tutto, c’è una sola certezza: Roma davvero non merita tutto questo”.

Domenico Delle Foglie, direttore del Servizio informazione religiosa, osserva con lo sguardo rivolto al futuro che “spesso la politica (di qualunque colore) ha scelto uomini di seconda o terza fila. O per lo meno (è il caso recente di Roma) [sia permesso correggere, negli ultimi decenni] non è riuscita a proporre una personalità dall’indiscusso profilo amministrativo, capace di governare secondo un progetto di Roma Capitale, e non sull’onda del pur giustificato moralismo giustizialista. Se si ripartirà con lo stesso piede sbagliato, l’insuccesso sarà assicurato”.

E’ sufficiente una carrellata sui biglietti di presentazione dei candidati sul proscenio, per afferrare la confusione di idee esistente, la presunzione dilagante, l’incongruenza e l’illogicità di alcune scelte ventilate. Si passa dai candidati “sceriffi”, alle politiche, ieri appassionate suffragette di Berlusconi ed oggi arrivate con la stessa enfasi alla corte del “Granduca”, alla eternamente tentennante Giorgia Meloni al “candidato conteso dai due poli” con irraggiungibile derisione della più elementare serietà, all’”uomo di sport che insegue i [deleteri] Giochi del 2024”, reduce dagli indimenticabili successi raccolti dallo sport italiani con gli europei di atletica leggera e di pallacanestro ed i mondiali di ciclismo.

Non bastassero queste premesse, è sceso in campo anche il Cesare di Arcore, che, dopo le prove meschine fornite dal suo sempre più esangue “partito” a Roma, ha dettato queste lapidarie parole, foriere di inarrivabili successi: “Per quanto mi riguarda lavorerò fin da oggi per offrire agli elettori un centrodestra unito e vincente, con un programma di governo della Capitale tale da restituire alla città l’onore perduto”. Nell’editoriale dedicato a Roma, Galli della Loggia chiude, auspicando che “potrebbe essere proprio la politica a cercare di riguadagnare l’onore perduto dando una volta tanto, una lezione alla cosiddetta società civile”. Una società civile, però, rappresentata da figure autorevoli, rispettabili, coerenti e lineari e non da campioni esibizionisti o narcisisti.

Resta poi da segnalare un episodio verificatosi venerdì alla Camera: il vicepresidente, il forzista quarantatreenne Simone Baldelli, nel corso della discussione sul ddl cittadinanza, il cosiddetto “ius soli”, di grande rilievo sociale, senza alcuna spiegazione, ha tolto la parola al relatore, il sessantottenne esponente di FdI, Ignazio Larussa, partito, a quanto risulta, vicino a quello del Baldelli.