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“A 150 anni dalla Terza guerra d’indipendenza, un saggio dello storico francese Heyriés (Il Mulino) spiega come la disfatta inflitta dalla Prussia all’Austria consentì al nostro Paese di espandersi, nonostante i pesanti insuccessi militari. Noi vincitori senza vittorie. Benchè sconfitta a Custoza e a Lissa l’Italia ottenne il Veneto nel 1866”. Ma è incredibile anche Paolo Mieli, autore nel “Corriere della Sera” dell’elzeviro, che solo in virtù dell’esauriente lavoro dello storico francese Hubert Heyriés, Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta (Il Mulino, 2016), pare accorgersi della sconvolgente scoperta storica e storiografica, segnalando, come “opera di portata generale”, una composizione dello studioso, che, da direttore della sezione scientifica, ha trasformato il “Dizionario biografico degli italiani” , in una sorta di bollettino della cellula del movimento “Servire il popolo” di Vattelappesca di Sopra.

Piuttosto allora di seguire, stupiti e ammirati, il libro dell’autore francese, nazione che tutti ricordano, pur compresa nel II conflitto tra le potenze vincitrici, non avere inanellato pagine eclatanti sui campi e sui mari, nella lettura del giornalista italiano, è forse più opportuno tornare a pagine e a ricostruzioni risalenti al XX secolo.

Alberto M. Ghisalberti, nella sottovoce “Il Regno d’Italia” della voce “Italia”, nella “Enciclopedia italiana”, vol. XIX , Roma 1933, ricorda (p.889) che con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) “per il tramite della Francia, come già nel ’59, l’Austria rinunciava al Veneto entro i suoi limiti amministrativi”.

Uno sconosciuto lavoratore della penna abruzzese, tale Gioacchino Volpe (Italia moderna, 1943), sostiene che a dispetto dei due insuccessi, Custoza e Lissa, “Venezia col Veneto fu acquistata egualmente e segnò il consolidamento del malfermo edificio del ’59 – 60, l’inizio veramente della indipendenza”.

L’altro cultore di patrie memorie, gravato dall’imperdonabile peccato della fede monarchica, Niccolò Rodolico, nell’edizione del 1964 di Storia degli Italiani, ripete che “dalla Francia furono consegnate le regioni che avevano fatto parte del Lombardo Veneto”.

Lo storico marxista Giorgio Candeloro (Storia dell’Italia moderna, vol. V, I edizione 1968, p. 303) osserva, al di sopra dell’osservazione quasi irridente sulla furbizia cronica e tradizionale degli italiani, sconfitti ma capaci di acquistare nuovi territori, giudizio condizionante per Mieli, che “l’annessione del Veneto e della provincia di Mantova era un passo molto importante verso il compimento dell’unità e inoltre il nuovo confine verso l’Austria, sebbene lasciasse in mano di questa le popolazioni italiane del Trentino e della Venezia Giulia e fosse per vari aspetti poco conveniente dal punto di vista militare, era di gran lunga migliore di quello del 1859, poiché l’indipendenza italiana non poteva dirsi sicura finchè gli austriaci erano padroni del Quadrilatero”. Inoltre, nonostante le accuse di insipienza formulate contro i nostri governanti, Candeloro rileva – a mio avviso con eccessivo ottimismo – che “col riconoscimento austriaco l’Italia poteva svolgere con maggiore scioltezza la sua politica estera: si apriva la via per allentare il troppo stretto legame di subordinazione verso la politica francese; svanivano le illusioni legittimistiche di possibili restaurazioni ; lo Stato unitario, ormai riconosciuto da tutti in Europa, diveniva un elemento insopprimibile della situazione internazionale”.

Come è evidente appena qualche riga era stata scritta!