Zanza, al secolo Maurizio Zanfanti, è morto come è vissuto, facendo l’amore. L’amore breve e fugace che si consuma in auto nella penombra appena rischiarata da un lampione, o dalla luce lattiginosa della luna romagnola. Non aveva lo stile da viveur d’alta classe di Gigi Rizzi, che in un’estate lontana fece fremere d’orgoglio i maschi italiani conquistando niente meno che Brigitte Bardot. Aveva piuttosto il fascino ruspante del petto villoso ostentato sotto la camicia aperta e adorno di catenona d’ordinanza, il fascino delle camicie sgargianti e dei modi disinvolti. Più che un tombeur de femmes, un consumatore di amplessi estivi, generosamente concessi soprattutto da turiste straniere che ne conoscevano la fama, presto propagatasi nelle plaghe del nord Europa dove gli uomini hanno nomea di essere, diciamo così, poco espansivi.

Non era un esempio da seguire, Zanza. Ma non risulta che abbia mai molestato nessuna, che a nessuna abbia fatto violenza. Era un peccatore, ma il suo era un peccato che origina nell’intimo della natura umana, e col quale ci siamo trovati tutti, o quasi, a fare i conti. E invero le sue trasgressioni fanno sorridere di fronte allo spettacolo offerto oggi da divi, dive, tronisti, troniste, pretendenti al trono, ed altri soggetti che ostentano e addirittura propugnano ben altre trasgressioni, approfittando della ribalta offerta loro da format televisivi i quali – sia detto senza reticenza – svolgono in chiave moderna l’antica professione del lenone.

Così, appare supremamente ingeneroso il diniego del parroco della chiesa Regina Pacis di Rimini di celebrarvi il suo funerale. Tanto più che si trattava della chiesa in cui Zanza aveva fatto la Prima Comunione e la Cresima, in quegli anni sessanta in cui l’Italia era ancora un paese sociologicamente cattolico. E non convince la giustificazione del parroco, il quale avrebbe voluto evitare il “clamore mediatico”: sa troppo di comoda ipocrisia. Abbiamo assistito negli anni a funerali religiosi che dell’ evento mediatico avevano tutto, e concessi a cuor leggero a personaggi che ben più del povero Zanza, emblema della giovinezza scapestrata di molti di noi, non lo meritavano. Le sue esequie si tengono così in un’altra chiesa, dove davvero non si comprende perché i media non dovrebbero arrivare (e, infatti, sono arrivati).

E noi cristianamente ci auguriamo che il simpatico play boy di provincia abbia avuto, in quell’automobile dove ha consumato il suo ultimo amplesso, il tempo e la lucidità di raccomandarsi l’anima a Colui che perdona sempre, anche nell’ultimo secondo di vita, purché il pentimento sia sincero. Così almeno insegnavano una volta i preti.