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Se qualcuno domandasse qual è la più grande sciagura del mare conosciuta, penso che quasi tutti saprebbero rispondere “il Titanic”, se quel qualcuno ripetesse la domanda riguardo al traffico aereo, la maggior parte si ricorderebbe dell’11 settembre, ma sarebbero pochissimi quelli che individuerebbero come la tragedia ferroviaria più grave di tutti i tempi , la vicenda del treno 8017, lungo la linea Napoli-Potenza.

Quel giorno, all’alba del 3 marzo del 1944, morirono 600 e forse più persone, di ogni età, nella Galleria delle Armi, nei pressi della stazione di Balvano.

Perché questa tragedia è passata quasi inosservata, nonostante il numero impressionante di morti ?

Certamente in quell’anno il mondo fu percorso da immani tragedie, le difficoltà di comunicazione erano evidenti, ma sorge spontaneo il sospetto che la storiografia ufficiale in Italia , essendo stata sempre sotto la forte influenza del partito comunista, abbia avuto interesse a sminuire tutto ciò che avvenne nel centro sud del paese per enfatizzare al nord l’attività ed il ruolo della Resistenza , peraltro militarmente ininfluente.

Prova ne sia che pochi sanno che dopo Stalingrado, la seconda battaglia più imponente della Seconda Guerra mondiale fu combattuta a Rimini.

Ma cosa avvenne a Balvano quel giorno, perché così tante vittime?

Nel 1944 l’Italia era allo stremo, a Napoli ed in tutta la Campania si soffriva letteralmente la fame; erano arrivati gli Alleati, ma non potevano risolvere subito il problema del cibo. Molti così decidevano di partire per la Basilicata a rifornirsi di farina, frutta, olio, presso i contadini della zona, barattando merce sottratta agli americani con i prodotti della terra, rivenduti spesso al ritorno a prezzi dieci volte superiori.

La linea Napoli – Potenza era anche l’unica via di collegamento con la Lucania e la Puglia.

Quando il 2 marzo il treno merci 8017 partì da Napoli era già pieno di passeggeri, in gran parte clandestini, anche se ci fu qualcuno che pagò regolarmente il biglietto, e non fu un particolare di poco conto.

A Salerno finì il tratto elettrificato ed al treno vennero agganciati nuovi vagoni ed alla testa vennero poste due locomotive a vapore, mentre sarebbe stato più opportuno averne una davanti ed una dietro.

Delle due locomotive , una era di fabbricazione austriaca, con la guida opposta all’altra, per cui i due macchinisti non potevano vedersi e parlarsi.

Il treno procedeva lentamente per il grande carico e perché si alimentava con carbone di scarsa qualità, fornito dagli americani, ricco di residui che producevano molto fumo e davano poca energia ; niente a che vedere con il carbone tedesco o inglese, molto più efficace, in uso fino a qualche giorno prima.

Alla stazione di Battipaglia la Militar Police si accorse che il treno era pieno fino all’inverosimile e cercò di far scendere alcuni passeggeri che scesero da un lato per risalire dall’altro.

L’8017 ripartì con il suo carico umano, di circa 600-700 persone, ed iniziò un tratto in salita con molte gallerie. Venne una notte fredda, in altitudine, senza vento; la gente dormiva ammucchiata una sull’altra, stravolta dal lungo viaggio. All’alba il treno si trovò ad affrontare la Galleria delle Armi, tutta in salita, lunghissima e già satura di fumo per il passaggio recente di un altro treno. Il freddo aveva reso bagnate di umidità le rotaie e la presa delle locomotive era insufficiente ; ben presto i macchinisti si resero conto delle difficoltà di salita del treno e cercarono di dare più energia e più vapore ai loro mezzi, ma quando capirono che il monossido di carbonio li stava stordendo, cercarono di fare marcia indietro; il frenatore, non avvisato, temendo che il treno prendesse velocità in retromarcia, impedì la manovra. In poco tempo l’asfissia prese il sopravvento, la maggior parte dei passeggeri passò dal sonno alla morte senza accorgersene, i sopravvissuti furono pochissimi.

Fra i pochi testimoni indiretti della tragedia ci fu mio padre , che scrisse alcune pagine molto toccanti.

Eccone il testo.

“L’indomani mattina ebbi la fortuna di affidarmi a un camion di soldati indiani in partenza per Potenza. Alcuni di loro si spostarono per farmi un po’ di posto sulla panca del camion. Stavamo piuttosto stretti : mi sentivo premere addosso i corpi di questi soldati. Vestiti di un panno pesante color kaki con stivaletti neri, perennemente appoggiati sui loro grossi fucili, taciturni, magri, con gli zigomi appuntiti e le sciarpe arrossate, avevano un odore particolare. Un odore strano. Non era un odore cattivo, né tanto meno un odore di sudore rancido. Al contrario era un odore dolce, impenetrabile, come il profumo delle erbe aromatiche.

Da Oppido a Potenza c’erano una cinquantina di chilometri, il camion impiegò più di due ore per percorrerli, arrancando e sobbalzando di continuo lungo strade tortuose e malandate. Sembrava un panorama d’alta montagna. Ad un certo punto l’aria s’era fatta fredda e frizzante : dovevamo essere poco più o poco meno sui mille metri. Gli indiani si erano stretti nei loro cappotti e vedevo i loro capelli neri affondare nel bavero dei pastrani. Ma non una parola , non un commento, non uno sguardo che manifestasse un pensiero qualsiasi. Questi indiani non avevano l’aspetto di guerrieri, al contrario sembravano smarriti e disorientati in un paese così lontano e diverso dal loro. Eppure facevano parte dei nostri “vincitori”, perché da vincitori calcavano le strade e contrade italiane.

Noi eravamo i vinti di tutti , anche degli indiani.

Alle porte di Potenza il driver fermò il camion e mi fece cenno di scendere. Da Potenza a Napoli non c’era che il treno come mezzo sicuro di collegamento. Ed io mi incamminai verso la stazione ferroviaria dove, si diceva, c’erano partenze saltuarie di convogli merci per Napoli.

Sul marciapiede della stazione trovai gruppetti di gente accovacciata e ferrovieri inebetiti. L’ultimo convoglio partito da Napoli s’era bloccato nella galleria prima di Potenza ; l’ossido di carbonio aveva invaso la galleria asfissiando tutti i viaggiatori clandestini che gremivano il treno e che erano rimasti intrappolati nei vagoni.

“C’è chi parla di seicento morti, chi dice novecento, chi dice molti di più” si affannava a dire un funzionario della stazione.

“A noi non dicono niente. Noi sappiamo solo che la ferrovia è interrotta a nove chilometri da qui e che non possono partire convogli.”

“Non avete visto – intervenne un altro- i camion che fanno la spola carichi di cadaveri ?Ne ho visto uno pieno : si vedevano ballonzolare i piedi dei cadaveri che sporgevano dal piano di carico “

“E dove li portavano ?”

“Al cimitero ! E dove volete che li portino?”

“Io – disse un carpentiere- ero presente quando li hanno estratti dai vagoni : i soldati li buttavano fuori ad uno ad uno prendendoli per le braccia e per le gambe e li allineavano lungo la scarpata della ferrovia. Altri, come aprivano le serrande del vagone, cadevano a grappoli, come manichini pieni di sabbia e si afflosciavano con un tonfo sordo per terra. Sembravano dei pupazzi : proprio come i pupi siciliani !”

Gli inglesi hanno fretta di liberare la ferrovia “ disse il capo-scalo “Non c’è tempo per i morti, non c’è neppure il tempo di contarli”.

Sorse allora una discussione su quanti cadaveri si potessero stivare su un camion militare.

“Se una dozzina di uomini stanno seduti normalmente sulle panche laterali, se ne possono stivare almeno trenta in orizzontale.”

“Molti, molti di più- intervenne uno- io dico che con due o tre camion che fanno tre o quattro viaggi ciascuno, si possa ripulire il treno e liberare la ferrovia “.

Liberare la ferrovia : questa era in definitiva l’aspirazione di quanti volevano viaggiare. All’angoscia del primo momento era subentrato il calcolo interessato del tempo occorrente per ripristinare il servizio.

“Voi pure siete diretto a Napoli ? “mi fece il capo-scalo, asciugandosi il sudore e commentando :” E dire che quella gente aveva atteso due giorni per prendere quel treno ! C’era di tutto su quel treno : c’erano donne, bambini, vecchi, sbandati, soldati che rientravano a casa dalla guerra e i soliti contrabbandieri : gente che veniva qui a comprare olio per rivenderlo a Napoli, dove costa dieci volte di più. Con un bidone di venti litri si facevano il guadagno di una settimana. Vede quel merci ? Spero di farlo partire domani. Venga qui domani mattina presto.“

Fin qui la testimonianza di mio padre.

La notizia di quella strage venne data qualche giorno dopo con un trafiletto sul Corriere che riportava una nota dell’agenzia Reuter proveniente dal Portogallo.

Quei morti che già a poche ore dalla tragedia erano solo d’ingombro, sono stati dimenticati da tutte le istituzioni. Fu avviata una commissione d’inchiesta che attribuì la causa della tragedia al carbone poco efficiente; i pochi in possesso di un biglietto avrebbero avuto diritto ad un risarcimento, ma difficile provarlo , le vittime finirono tutte in una fossa comune.

Di quei morti si è ricordato un giornalista, Gianluca Barneschi, che scrisse un libro-inchiesta; Alessandro Perissinotto che ne fece un giallo noir, Patrizia Reso con una ricostruzione storica ; fu realizzato un film con Carlo Croccolo di cui nessuno si ricorda, un servizio a Rai Storia , e incredibilmente , un cantante country americano, Terry Allen, compose una ballata “Galleria dele Armi” ( scritto così) . I cantautori italiani, esperti anche di locomotive , tacquero tutti.

Hanno taciuto intellettuali, sindaci, presidenti regionali, primi ministri e presidenti della repubblica.

Tranne pochi casi isolati nella zona a ricordare la tragedia, per tutta la penisola non ci sono piazze, vie, lapidi, monumenti,ricorrenze, niente.

Quei morti non servivano a nessuno, non avevano colore, solo l’insignificante particolare di essere Italiani.

 

Bibliografia

Gianluca Barneschi “ Balvano 1944” Mursia editore

Guido Pasquinucci   “Il quarantatre” ed. in proprio

Alessandro Perissinotto “Treno 8017” Sellerio editore

Terry Allen “Galleria dele Armi” su You Tube

Patrizia Reso “Senza ritorno” ed. Terra del Sole