A differenza di quanto si cerca comunemente di farci credere (il riduzionismo è la via maestra verso l’egalitarismo verso il basso…), l’Italia non è stata e non è popolata esclusivamente da omuncoli e quaquaraquà, ma ha conosciuto, nel corso della sua storia, figure limpidissime e nobilissime, animate da un’etica profonda, del tutto immuni da qualunque tentazione di consociativismo, captatio benevolentiae verso i padroni di turno, inclinazione a cambiare continuamente bandiera.
Da questo punto di vista, la storia di Carlo Fecia di Cossato è esemplare, perché egli fu al centro di scelte personali e politiche difficili, ma dalle quali riuscì sempre ad uscire nel migliore dei modi, salvaguardando il suo onore, cioè una componente etica alla quale molti dei suoi compatrioti non furono mai troppo sensibili e un valore di cui oggi i più ignorano assolutamente il significato.
Nato a Roma il 25 settembre 1908, da antica famiglia nobiliare piemontese dalla ricca tradizione militare, dopo aver completato gli studi superiori presso il Real Collegio di Moncalieri, entrò all’Accademia Navale di Livorno, dove uscì nel 1928 con il grado di guardiamarina.
Il suo primo decennio di servizio fu particolarmente denso di eventi e, tra le altre cose, lo vide partecipare alla campagna d’Etiopia (1935-36) e alla Guerra Civile spagnola (1936-1939).
Nel 1939 frequentò la Scuola Sommergibili di Pola e l’anno successivo venne promosso al grado di Capitano di Corvetta e nominato comandante di sommergibile.
Il 10 giugno 1940, al momento dell’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, Fecia di Cossato era al comando del sommergibile “Ciro Menotti”, che compì numerose missioni nelle acque del Mediterraneo.
Nell’autunno di quello stesso anno, venne trasferito alla base Betasom di Bordeaux, dalla quale operavano i sommergibili italiani chiamati a contrastare il traffico alleato nell’oceano Atlantico. Il successivo 5 aprile 1941 assunse il comando del sommergibile “Enrico Tazzoli” e qualche giorno dopo ebbe inizio la sua brillante attività operativa, che lo portò a essere insignito di importanti decorazioni tanto da parte della Marina italiana (fino ad arrivare alla medaglia d’oro al valor militare) quanto di quella tedesca,
Nel corso della sua azione come comandante del “Tazzoli”, Fecia di Cossato realizzò 17 affondamenti, mentre un 18° affondamento, relativo a un incrociatore britannico, è rimasto controverso. In totale, egli riuscì ad affondare naviglio nemico per quasi 90.000 tonnellate, dimostrandosi uno dei più validi comandanti sommergibilisti italiani.
Personalità singolare, appassionato di letteratura erotica, carattere incline al beau geste, si racconta che – dopo aver affondato un mercantile panamense al largo delle coste americane – salì in torretta brandendo un Tricolore e invitando i naufraghi a raccontare che i sommergibili italiani ci venivano eccome ad affondare navi al largo delle loro coste, a differenza di quanto sostenuto dalla propaganda USA.
Nel febbraio 1943, Fecia di Cossato lasciò il comando del “Tazzoli” per assumere quello della III Squadriglia Torpediniere, con il grado di capitano di fregata. Qualche mese dopo, la notizia che il “Tazzoli” era affondato in circostanze poco chiare, portando con sé tutto l’equipaggio, lo turbò profondamente. Una delle componenti essenziali del suo stile di comando, infatti, era un rapporto molto stretto e cameratesco con i suoi subordinati, i quali erano soliti dimostrare un attaccamento molto forte a un comandante così sensibile alle loro esigenze.
L’8 settembre 1943, Fecia di Cossato era in navigazione da La Spezia verso Bastia, in Corsica, al comando della corvetta “Aliseo”. Fu in quel porto che apprese la notizia dell’armistizio. Il giorno successivo, mentre la sua nave veniva attaccata da ingenti forze tedesche, egli si mantenne fedele al re e reagì vigorosamente agli attacchi germanici, Successivamente, sempre al comando della sua unità egli raggiunse Malta, dove fu profondamente turbato delle condizioni umilianti in cui era stata ridotta dagli Alleati la squadra navale italiana.
Fu in quei difficili mesi che Fecia di Cossato maturò il convincimento di essere stato l’involontario protagonista di una resa ignominiosa, alla quale egli si era piegato solo in ossequio a un ordine del sovrano e del suo giuramento al re.
Nel giugno 1944, il nuovo governo italiano, presieduto da Ivanoe Bonomi, si insediò in carica rifiutando di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele III. Questa fu la lacerazione decisiva, che indusse Fecia di Cossato a ritenersi sciolto da ogni giuramento precedente e in particolare dall’obbligo di obbedire agli ordini emanati da un governo che non aveva giurato fedeltà al sovrano.
Tale decisione provoco ovviamente la reazione del Comando Supremo della Marina, che lo sollevò dal comando dell'”Aliseo” e lo fece mettere agli arresti. Questa scelta provocò però grave disagio tra gli equipaggi di stanza nella base di Taranto, che incominciarono a tumultuare e a chiedere l’immediata liberazione di Fecia di Cossato e il suo reintegro in comando. Onde evitare che la situazione degenerasse, i comandanti della Marina disposero l’immediata liberazione di Fecia di Cossato, ma lo inviarono in licenza per tre mesi.
Fu in questo periodo che egli maturò il suo dramma: aveva obbedito all’ordine del re di consegnare l’unità al suo comando a quello che, fino al giorno prima, era stato il nemico e, attaccato da unità tedesche, aveva reagito con estrema vigoria, a differenza di molti altri che si erano limitati a scappare, nei giorni dell’8 e 9 settembre. Ai suoi occhi, tuttavia, il cambiamento repentino di campo voluto da Vittorio Emanuele III era un gesto assolutamente inaccettabile, che ripugnava alla sua coscienza di soldato. Al tempo stesso, l’avere ubbidito fedelmente agli ordini del re non aveva impedito che entrasse in carica un governo che pareva decisamente ostile all’istituto monarchico, che per Fecia di Cossato era una fede.
Dopo aver tentato invano di ottenere un colloquio privato con il principe Umberto, al quale intendeva evidentemente spiegare la sua posizione, non potendo rientrare al Nord, nell’Italia divisa in due dal conflitto, si trasferì da Taranto a Napoli, ospite di un amico.
Su questo trasferimento è stata imbastita, nel corso degli anni, una patetica manovra, intesa a sporcare la nobile figura di un grande combattente. Fin dal 1939, infatti, Carlo Fecia di Cossato intratteneva una relazione con una nobildonna napoletana. Relazione non ignota, in certi ambienti, ma che egli aveva sempre cercato di mantenere sotto traccia e priva di serie implicazioni, in quanto la signora era moglie di un collega di Marina.
Dopo che, il 27 agosto 1944, egli decise di suicidarsi, sparandosi un colpo di pistola alla tempia, si è cercato di far diventare questa relazione senza possibili sbocchi la “causa vera” del suo suicidio, in modo da ridurre – con tipico stile italico – un gesto nobilissimo a una banale storia d’alcova.
Non è così e, per comprenderlo, è sufficiente la lettera-testamento che egli scrisse alla madre; una lettera bellissima, che parla al cuore di tutti coloro che, all’interno del medesimo, conservano un minimo di lealtà e dignità:

“Mamma carissima,

quando riceverai questa mia lettera saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile.

Non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuro.

Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci é stata presentata come un ordine del re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace.

Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato.

Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso.

Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo nella mia vita.

Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro.

Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato.

Tu credi in Dio, ma se c ‘è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora.

Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno.

Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato.

In questo momento mi sento vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.

Carlo”

Chi scrive ritiene che la vicenda di Carlo Fecia di Cossato sia paradigmatica di un dramma italiano tuttora irrisolto, quello dell’8 settembre 1943. Essa dimostra che anche gli uomini che, per fedeltà dinastica al re, fecero la scelta del “cambio di campo in corsa”, non tardarono a comprendere lo straordinario inganno di cui erano stati oggetto e il pozzo senza fondo in cui tale inganno aveva gettato non solo essi, ma la stessa monarchia, che di quell’inganno era la principale responsabile.
Di fronte a tale constatazione (che peraltro fecero solo alcuni), la maggioranza del popolo italiano si preoccupò come sempre di acconciarsi ai nuovi padroni, incurante di qualsiasi esigenza di dignità e onore. Parole vuote, per i più, facilmente sostituibili con prebende e carriera, o semplice sopravvivenza.
Carlo Fecia di Cossato, per contro, capì giustamente che il dramma di un’intera Nazione era anche un suo dramma personale e fece la scelta migliore: si suicidò ed evitò così il disonore. La Nazione (ma possiamo davvero definirla così?) scelse invece di non suicidarsi e di vivacchiare alla meno peggio come ha fatto per secoli. Non direi però che sia riuscita ad evitare il disonore, o l’indegnità più totale.