Pochi giorni fa é ricorso il 70esimo anniversario della fondazione del Movimento Sociale Italiano. Sul tema sono stati versati fiumi di inchiostro, anche se ormai nessuno più scrive con carta e penna, ma sarebbe poco romantico dire che siamo stati sovrastati da “fiumi di bytes”.

Il comune denominatore dei vari peana, oltre alla sottintesa nota del “sistavameglioquandosistavapeggio” che – come il nero – si porta su tutto, é un’acritica beatificazione di un irripetibile universo fatto di valori cristallini, cavalleria ottocentesca, intemerata militanza, sprezzo del pericolo e specchiata onestà.

Siccome tutto quanto di buono (senza risparmiarci eccessi e ridondanza) é stato detto, ho pensato di aggiungere – a quelle dei più- anche le mie umili considerazioni, volutamente dissacranti per riportare un po’ di equilibrio tra i piatti della bilancia.

Il “mio” MSI-DN, allora, é quello di un ragazzo di 16 anni (a.d. 1979) che – come non pochi coetanei – sapendo a malapena chi fosse Giorgio Almirante ma conoscendo già a memoria i principali passaggi dei discorsi del Duce, si apprestava – inconsapevole che quel passo ne avrebbe determinato l’esistenza – ad entrare nella casa della Fiamma Tricolore.

Che, nel mio caso, corrispondeva alla mitica “Federazione” di via Mancini a Milano; quella – per intenderci – intitolata a Sergio Ramelli, ucciso 4 anni prima da un commando di studenti di medicina di Avanguardia Operaia, che sarebbero poi diventati stimati professionisti, riveriti anche dopo essere stati condannati in via definitiva per l’omicidio volontario del giovane missino, senza scontare – di fatto – un sol giorno di galera.

Eccomi, quindi, nella “mia famiglia”. Certo, gli ambienti non sprizzano di colore ed entusiasmo: labari, gagliardetti, pugnali, teschi, calendari nostalgici e motti dell’anteguerra; ma é sul materiale umano che brilla la diversità.

Imparai in fretta che, per quieto vivere, era giusto fingere di credere – meglio se con sguardo ammirato – a tutti quelli che ti venivano incontro dicendoti che “io c’ero, tra i fondatori del MSI”. Erano poco più di una dozzina, quel 26 dicembre 1946; ma solo io ne avrò conosciuti non meno di 100. D’altra parte ci sta, visto che tra i nostri acerrimi nemici, anche chi non fece in tempo a svestire l’Orbace si spacciò poi per partigiano delle montagne per acquisire prebende, assunzioni, promozioni e pensioni.

Così come compresi di non chiedere, in occasione dei “ranci” organizzati di sabato a mezzogiorno presso la sede dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, come mai i superstiti fossero tutti sempre dei graduati di livello. Sentivi un “buongiorno, Comandante” ed era tutto uno sbatter di tacchi e alzata di braccio (alla Giulio Cesare…) da parte dell’universo dei commensali. Vigliacca, che mai mi sia capitato di incontrare un soldato semplice, o anche solo un caporale.

In famiglia, il tratto caratteristico é sempre stato il reducismo. Dapprima i capannelli di camerati ascoltavano in reverente – ma fiero – silenzio, la rievocazione delle gesta di chi la camicia nera l’aveva indossata per davvero (o almeno era plausibile che lo avesse fatto). Qualcuno fra questi, più intraprendente di altri, riusciva ad infilarci pure “quella volta che ho incontrato il Duce, e lui mi ha fissato con il Suo sguardo magnetico…”, che lo percepivi pure, che la “S di suo” era maiuscola.
Più avanti, il testimone passò alla generazione di chi era stato ragazzo negli anni di piombo, quelli che “che ne sapete voi, che non avete vissuto gli scontri di piazza, gli attacchi dei compagni, le notti in Questura, la persecuzione dei giudici comunisti…”.
Da ultimo, ormai divenuti Alleanza Nazionale, il pallino passava a chi ammaliava la nuova gioventù a suon di “eh cari miei, quando c’era il MSI…”.

Sequenziale e complementare all’epica degli Amarcord, abbiamo sempre avuto una spiccata propensione alla necrologia.
Eroe di guerra trucidato in battaglia, vittima della violenza partigiana, sfortunato militante schiantatosi in macchina o ahi noi, una insopportabilmente lunga fila di ragazzi uccisi dalla violenza rossa, il nostro calendario si é sempre sviluppato – di celebrazione in celebrazione – in compagnia di sorella morte ed in memoria del caro estinto di cui ricorreva l’anniversario. C’é chi, ancor oggi, con il ruolo di tardiva prefica ci campa.

Ovviamente, il collante di un mondo che definire eterogeneo é dire poco, fu il mitico Ventennio, e la necessità di affermarne a pieno titolo la presenza nella storia Patria.
Del fascismo, ça va sans dire, ciascuno esaltava, nascondeva o glorificava la parte più affine alle proprie corde. D’altronde, la “più rivoluzionaria e mediterranea delle Idee” dagli albori al suo crepuscolo, abbracciò, interpretò e fu esaltata da tutto e dal suo contrario. Industriali ed operai, latifondisti e contadini, baciapile e mangiapreti, tifosi del futurismo e pantofolai incalliti, ciascuno trovava, nelle diverse fasi della stagione mussoliniana, motivo per individuare la realizzazione dei propri auspici.

Così, specularmente, nel MSI eravamo – tra noi – diversi come più non si potrebbe. C’era il tradizionalista cattolico, ancora oggi incapace di riconoscere gli orrori dell’inquisizione, e il superomista nietschiano; il terzomondista e il filo atlantista; il sostenitore del “denaro sterco del demonio” e chi vedeva nella capacità di produrre ricchezza un titolo di merito. C’era il proletario e l’agiato professionista, l’uomo di letture raffinate e chi non andava oltre l’Intrepido. Addirittura, un elemento di inesauribile dibattito, fu la scelta di inserire, a fianco del MSI, le parole “Destra Nazionale”. Quel riferimento alla “destra” che per me rappresentò l’abito su misura, provoca ancor oggi imbarazzo in chi – comunque – per prender voti non esita a definircisi, “dde destra”. Le famose “correnti”, poi trasposte anche nella successiva Alleanza Nazionale e di cui spesso si è ciarlato a vanvera, nacquero allora proprio per incasellare e regolare le diverse sensibilità.

Eppure si stava insieme, litigando, ma si stava insieme. Perché c’era un’origine comune, una memoria da difendere, e perché l’altrui ostracismo, nei nostri confronti, da ostilità politica si trasformò in violenza fisica e strabismo giudiziario.
Così, ininfluenti alla stagione politica che non ci prendeva in considerazione, il pathos e la dialettica di quello che divenne un vero e proprio microcosmo si tradussero in appassionati confronti congressuali, non sempre solo verbali.
Famosa rimase l’espressione di Filippo Anfuso, deputato missino catanese già Ambasciatore a Berlino per la Repubblica Sociale, che di fronte alla solita scazzottatura in sala, disse estasiato all’amico che lo affiancava sul palco del Congresso: “Guarda che spettacolo meraviglioso. Non hanno nulla da spartirsi, e si stanno spaccando la testa”… Il “primato delle idee” fu sempre la nostra cifra!

Della tifoseria fascista, ovviamente, il MSI assunse anche i difetti. I peggiori – a mio avviso – furono il bisogno di riconoscersi ed aderire acriticamente al Capo, di cui era sacrilego discutere l’assoluta infallibilità; e l’abitudine a bollare come “traditore” chiunque volesse discutere qualche decisione o proponesse qualche innovazione. Gli epigoni di quel mondo, non hanno ancora oggi trovato il vaccino che li renda immuni da queste tragiche eredità.

Comunque, quel mondo ci seppe temprare, anche se le circostanze apparentemente avverse ci aiutarono nella forgiatura e qualcuno, lasciato correre in campo libero, si rivelò assai meno esemplare di quanto pensavamo di essere per “naturale differenza antropologica”. Penso a quanti, dopo aver predicato purezza e fatto il tifo per il pool di “Mani Pulite”, miseramente diedero in seguito dimostrazione che – a volte – anche tra noi “l’occasione faceva l’uomo ladro”…

Poi, per me, venne il momento di fare ingresso nelle Istituzioni. Era il 1985, ed in ossequio al comando di Almirante, che pretendeva la presenza del “carabiniere missino” in ogni amministrazione a guardia del malaffare consociativista, il “Federale” di Milano, Ignazio La Russa, decise che dovessimo tutti farci le ossa nei consigli dei paesi della provincia, dove il partito non disponeva di personale politico autoctono.

A me toccò in dote Pieve Emanuele, all’epoca poco più di un quartiere dormitorio per postini e ferrovieri prevalentemente immigrati dal Meridione. Entrai in Consiglio Comunale, scortato da due Carabinieri (di quelli veri) con il compito di proteggermi dalle ostili manifestazioni di accoglienza della popolazione locale, che non gradiva il primo ingresso di un consigliere “fascista” nel Comune di un paese della resistenza (chi, nel mondo, non ha peraltro letto saggi sulla “famosa resistenza di Pieve Emanuele”?).
Tra i tanti aneddoti di quella mia prima esperienza, due mi hanno accompagnato per sempre: innanzi tutto il fatto che, di lì a pochi anni, con l’avvento di Tangentopoli, rimasi uno dei 2 soli consiglieri (su 20, Sindaco compreso) a non finire associato alle patrie galere; e poi un episodio esplicativo del clima: i consigli, convocati nel tardo pomeriggio, duravano molte ore, ed il capogruppo del PCI – che era impiegato nella locale COOP – era solito portare sacchi pieni di panini imbottiti con cui sfamare i colleghi nei momenti di pausa dei lavori. Una sera ne offrì uno anche a me, ma venne platealmente attaccato dall’esponente del PSDI che lo rimproverò per aver pensato di dare qualcosa ad un fascista. Poi si rivolse a me, dicendo che non c’era spazio per me né ora né mai, e che a fine legislatura sarei “tornato nelle fogne”.

Meno di 10 anni dopo, mentre il socialdemocratico cercava di difendersi dalle accuse della Magistratura, io diventavo il più giovane Assessore della Giunta Regionale della Lombardia.

Ma questa é un’altra storia, benché anch’essa resa possibile da quel magnifico, irripetibile, raffazzonato mondo di dilettanti allo sbaraglio che fu il “mio MSI-DN”.

Buon Anno nuovo a tutti