L’incedere degli anni non cancella i ricordi e le storture, inseparabili dagli eventi che innescarono la “crisi del Congo”. L’interpretazione e la lettura degli avvenimenti funesti che colpirono lo stato centro-occidentale africano,tra il giugno 1960 e il mese di novembre del 1965, giunge in buona parte da una visione di vita lontana. Al di là delle azioni biasimevoli attribuite a Marcus Porcius Cato, (234-149 a.C. circa) politico, generale e scrittore di epoca romana, comunemente passato alla storia con lo pseudonimo di Catone il Censore e, da una sua opera in particolare, è possibile attribuire all’epopea coloniale e post coloniale del Congo, una riconsiderazione degli avvenimenti accessibile a tutti. Nell’inconscio profondo ma poco ermetico dell’autore latino e dalla sua prosa anticipatrice nel Liber de agri cultura che, contraddicendo una folta schiera di patrizi, intenti a valorizzare l’arricchimento illecito all’ombra dello stato, ne fece allontanare parecchi dal Senato, ritenendoli colpevoli di una condotta priva di irreprensibilità. In pochi versi, riuscì a valorizzare l’uomo della terra, dedito all’agricoltura, mettendo in evidenza i pericoli e le sciagure derivanti dagli uomini dediti alla mercatura.

La storia del Congo e dei soldati di ventura di origine europea, vittime e carnefici di un sogno irrealizzabile alla Don Chisciotte? Piuttosto, rifacendoci ai suoi versi, è meglio anteporre una netta distinzione: «E’ possibile che talvolta sia più conveniente procacciarsi un profitto con il commercio, se non fosse tanto rischioso, e così pure prestare denaro a usura, se fosse altrettanto onorevole. Quanto al mercante, lo stimo uomo intraprendente e smanioso di procacciarsi un profitto, ma, come ho detto prima, esposto a rischi e calamità. Fra i contadini invece si formano uomini di fortissima tempra e soldati valorosissimi; e dall’agricoltura consegue il profitto più onesto, più stabile, meno sospetto: chi è occupato in quella attività non nutre pensieri malevoli». Ed è bene non dimenticarlo, soprattutto alla luce di molte giovani vite spezzate e alcune di esse, senza nessuna esperienza che si riversarono in Africa. In alcuni casi, una ricerca perduta della “bella morte” e di uno spirito combattente; politicizzato da abili Chefs e da altrettanti collaboratori senza più idee romanzate.  

 

L’uscita di due libri e le strane coincidenze narrative di due personalità distinte che hanno attraversato quasi indenni le disavventure congolesi, la ripubblicazione dell’autobiografia di Jean Schramme Battaglione Leopard, Ricordi di un africano bianco (prefazione a cura di Marco Valle, Edizioni Il Maglio) e Mercenario, dal Congo alle Seychelles. La vera storia di “Chifambausiku” Tullio Moneta, scritto a quattro mani da Giorgio Ravanelli e Ippolito Edmondo Ferrario, edito da Edizioni Lo Scarabeo Milano-Ritter, risultano essere fra loro molto differenti. Le due vite e le loro inclinazioni prevaricano a lunghi tratti una contestualità dei caratteri e delle inclinazioni, e con esse, una prospettiva storico-analitica, ben integrata però, solo nei ricordi “dell’africano bianco” e dei suoi “Leopardi”. 

Il giardino africano di Leopoldo II del Belgio (Bruxelles 1835 – Laeken 1909) e le esigenze di retroattività coloniali, non furono in grado di amministrare coscientemente uno stato diviso da svariate etnie, che vide favorevolmente nei primi anni di amministrazione, nonostante le difficoltà e il poco aiuto concesso ai coloni belgi, una traccia d’interazione tra le popolazioni indigene e i “nuovi africani”. L’inizio e la fine del sistema coloniale e le avvisaglie del declino del mercantilismo mondiale, individuabili sin dall’inizio del XVII e a termine del XVIII secolo, riuscirono ad illudere Leopoldo II; rifacendosi alle “fortune” inglesi e senza nessun tipo di aiuto dei suoi ministri, l’inganno dei sensi perpetuato anni dopo la sua morte, implose rovinosamente, distruggendo ogni immaginario di colonia modello parecchi anni dopo, nei primi mesi del 1960. Quei pensieri malevoli citati da Catone, diligentemente suddivisi nel blocco occidentale e nel blocco sovietico; espressione della politica estera sin dall’inizio della guerra fredda, interessata alla spartizione equa dei paesi non ancora allineati, prese inesorabilmente piede. Dividendo allegoricamente le due facce della stessa medaglia che non scalfirono neppure di un soffio le intenzioni di un dissodatore della terra quale era Jean Schramme.

 

Un dualismo letterario e la vita di due uomini, così diversi, che scelsero il Congo. Troviamo spunti interessanti nella storia di un belga proprietario di una piantagione che imbracciò le armi per riprendersi la sua terra, rivivendo a modo suo una giovinezza sbiadita nella meravigliosa perla delle Fiandre, Bruges. Affascinato da un animale totem, il leopardo, di proprietà dello zio e padrino che aveva partecipato alla guerra coloniale in Congo prima della Grande Guerra, Jean fu interamente assorbito dal mal d’Africa e probabilmente, combattuto da una ricerca interiore, dell’eterno sole e della vicinanza rispettosa ad un predatore simbolo della solarità ancestrale, negli anni in cui la noia di una splendida città, significava la lotta intestina e il raggiungimento di una chimera impossibile: quando i sogni diventavano realtà ad appena 18 anni, nel 1947, partì per una vacanza studio a Stanleyville, senza farne più ritorno.

Contemplando finalmente il sole con gli occhi di un leopardo e parlando con i suoi operai della piantagione di Bafwakwandji cavandosela benissimo con le loro lingue, lo swahili e il lingala, Schramme riuscì a costruire il suo futuro in piena foresta vergine, assorto dall’immane lavoro delle culture di caffè, gomma, cacao e palmizi. L’inizio della fine e l’amplificazione degli echi di guerra, superati i 26 anni di età, sprigionata dalla fucina “politica” di un uomo, Patrice Lumumba. Il leader congolese, dannatamente vicino agli ambienti progressisti europei e cresciuto ideologicamente presso le scuole della rivoluzione socialista di Pechino e di Mosca, foraggiato da agenti cino-russi provenienti dal Ghana e dalla Guinea, riuscì a mettere a ferro e a fuoco le regioni del paese, costringendo le etnie rivali a combattersi l’una contro l’altra. Un’escalation conclusasi con la fresca nomina a Primo  Primo Ministro del Congo “indipendente” il 23 giugno 1960, dell’emule africano di Mao a capo del MNCL (Movimento Nazionale Congolese di Liberazione). Grazie anche all’aiuto di Antoine Gizenga, leaderdel Partito della Solidarietà Africana, la vita del “Leopardo” cambiò inesorabilmente.

 

I politici e i generali belgi si affrettarono a lasciare uno stato in preda alla follia omicida dei Simba, invasati dall’impastatura socialista di Lumumba. D’innanzi agli occhi dell’agricoltore, il Congo divenne a breve un campo di manovra per le potenze occidentali filo atlantiche e dell’asse socialista, raggiunte dalle truppe dell’ONU al comando del generale svedese von Horn; decise a far valere l’integrità politica e territoriale della neo Repubblica del Congo. Quando finiscono i sogni, per riprenderli, non resta che lottare. Giunto al limite dello scoramento ma conscio della responsabilità di agire in uno scenario devastato dall’azione agitatrice nella Provincia orientale ad opera di Pierre Mulelè, e viste le robuste operazioni terroristiche guidate da Gaston Soumialot, il figlio delle Fiandre diede vita al Battaglione “Leopard”. Un misto di autoctoni appartenenti alle tribù dei baluba e dei batabwa che parlavano lo stesso idioma, pronti à la guerre comme à la guerre, al fianco dei coltivatori polacchi, italiani, portoghesi e francesi, privati della loro terra.

Nel corso della battaglia per l’indipendenza del Katanga, ebbe diverse volte l’occasione di ripudiare l’appellativo di mercenario. A quanto pare, non correva buon sangue tra Schramme e Bob Denard. Non è una novità. Il belga combatté esclusivamente contro il centralismo progressista della scena congolese che, contrariamente ai pennivendoli pagati profumatamente e, vicini ad un’idea proficua, di una possibile guerra africana ad appannaggio dei “mastini da combattimento”, i quali più volte, hanno temuto per la reciproca stima tra il “5° Commando” (Wild Geese) guidato da Thomas Michael Hoare, Mad Mike e i “Leopardi” di Schramme. Quest’ultimo, non essendo mai stato a busta paga del miglior offerente, molto probabilmente non se ne sarà risentito. Un “africano bianco” che stringeva a se un’aurora e un sogno indimenticabile. Negli occhi di un leopardo, è apparso il riverbero di una prosa latina.

 

 

Jean Schramme

BATTAGLIONE LEOPARD

prefazione di Marco Valle

Edizioni Il Maglio, 2014

Ppgg 293 –€ 25,00

 

 

Giovanni Ravanelli Ippolito Edmondo Ferrario

MERCENARIO

Dal Congo alle Seychelles.

La vera storia di “Chifambausika” Tullio Moneta

Edizioni Lo Scarabeo Milano-Ritter, 2014

Ppgg 144 – € 18,00