Mentre al comando del Giuseppe o Giuseppi Badoglio di turno procede rovinosamente la disfatta della Caporetto del Coronavirus senza che si intraveda un Piave sul quale attestarsi, un dibattito politico sempre più surreale si concentra sul falso problema del MES e sulla chimera dei cosiddetti Coronabond.

La congrega collaborazionista e la claque mediatica al suo servizio ci sta propinando da tempo la panzana del MES senza condizioni o, nella peggiore delle ipotesi, con condizionalità “light”. Una frottola sposata e rilanciata da giornaloni, dotti commentatori, “esperti” e umanità varia, da Elsa Fornero che si chiede “Perché ci ostiniamo a dire che rifiutiamo il ricorso al Mes per il finanziamento di spese sanitarie necessarie e senza condizioni?”, ad un redivivo Berlusconi riemerso per un attimo dal suo dorato lockdown per farci sapere di essere incondizionatamente favorevole al MES.

Come sempre la carta canta e rendersi conto della realtà non è difficile, basterebbe risalire alle fonti evitando i resoconti, più o meno stralunati e/o più o meno manipolati che girano. Le fonti in questo caso sono i Trattati, o meglio il Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che all’art. 122 2° comma prevede esattamente la situazione in cui ci troviamo:  “Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, PUÒ CONCEDERE A DETERMINATE CONDIZIONI UN’ASSISTENZA FINANZIARIA dell’Unione allo Stato membro interessato”.

“Può” a “determinate condizioni”.

Quali condizioni lo spiega il successivo art. 136 3° comma, che è poi quello che ha istituito il MES: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo SARÀ SOGGETTA A UNA RIGOROSA CONDIZIONALITÀ.” Se queste sono, come sono, le regole non si capisce da dove salti fuori l’idea (irrealizzabile) di poter ottenere dalla UE finanziamenti, cioè prestiti, senza condizioni o a condizioni di favore da un meccanismo che formalmente è un trattato tra stati, ma che opera concretamente con le regole di una banca d’affari.

Lo conferma il documento dell’Eurogruppo, firmato dal collaborazionista Gualtieri (non si sa se d’accordo con Giuseppi o meno), secondo il quale, innanzitutto, continuano a valere le norme del TFUE, cioè quelle di cui sopra, con l’unica particolarità di consentire un accesso agevolato al credito MES pari al 2% del PIL fino alla fine dell’emergenza COVID19 utilizzabile solo per spese sanitarie.

Dopodichè (“afterwords”) “gli Stati restano vincolati a rafforzare i fondamentali macroeconomici e finanziari, in base agli strumenti di coordinamento e sorveglianza fiscale ed economica della UE, inclusa qualsiasi flessibilità applicabile dai competenti organi UE”, cioè la ricetta sperimentata dalla Grecia. La “rigida condizionalità” resta, solo che viene differita nel tempo: l’accesso al finanziamento è “light”, la sua gestione e l’eventuale uscita proprio per niente. In pratica ti do subito i soldi poi, a fine emergenza COVID19, prenderò il controllo delle tue finanze e deciderò le condizioni di restituzione e cosa dovrai fare per arrivarci.

Quanti soldi? Al massimo 34 miliardi (avendone già versati 14 nel capitale del MES), che nella situazione attuale sono un bicchiere d’acqua gettato in un incendio, che oltretutto diventano un credito privilegiato al quale la massa del restante debito pubblico sarebbe subordinata con le ovvie conseguenze sui tassi di mercato. In sostanza uno strumento pensato per situazioni completamente diverse, cioè crisi asimmetriche di natura finanziaria, viene adattato a martellate per una crisi sistemica generata da una sciagura naturale per elargire a carissimo prezzo un tozzo di pane, condito di fumose promesse, che metterebbe un cappio al collo alle nostre finanze, che poi è il solito vecchio obiettivo della Merkel e dei suoi vassalli.

E Giuseppi che fa? Un pò Don Abbondio e un pò Dottor Azzeccagarbugli, si rifugia nel latinorum e nei cavilli spargendo fiumi di parole che non significano niente o che significano il contrario di quello che sembra. “Se vi saranno condizionalità o meno lo giudicheremo alla fine, quando saranno concretamente elaborati il term sheet (contenente le principali caratteristiche del nuovo strumento), i terms of reference (che definiranno termini e condizioni della linea di credito) e, infine, il Financial Facility Agreement, le condizioni di contratto che verranno predisposte per erogare i singoli finanziamenti. Solo allora potremo valutare se questa nuova linea di credito pone condizioni, quali condizioni pone, e solo allora potremo discutere se quel regolamento è conforme al nostro interesse nazionale.” Come sarebbe a dire “Se vi saranno condizionalità o meno”?

Certo che vi saranno questo è già sicuro, come è sicuro che saranno “rigide“: ce lo dice il documento dell’Eurogruppo (“the provisions of the ESM Treaty will be followed”) che richiama espressamente il TFUE e gli artt. 122 e 136 del TFUE, ovviamente inderogabili. Come se un avvocato valutasse la convenienza di un finanziamento solo in base alle clausole marginali degli allegati senza tenere conto di quello che già prevede il codice civile. Approccio assai strano per l’ex avvocato del popolo, ora avvocato non sia sa bene di chi.

Non meno grottesca è la vicenda dei cosiddetti Coronabond, che per gli europeisti italioti è come l’Eldorado per i conquistadores spagnoli, cioè una leggenda dorata. Dipinti come soluzione ideale di tutti i problemi gli Eurobond, come tali o in versione Coronabond, in realtà sono solo una fantasiosa trovata creativa.

L’idea di mettere in comune il debito pubblico oltre che la moneta, quindi la sovranità fiscale oltre a quella monetaria, era balenata nelle menti europeiste sin dall’inizio, ma i tedeschi l’avevano subito impallinata e da Maastricht in poi l’ipotesi è rimasta una pia intenzione rinviata sine die. Con la legislazione vigente gli Eurobond, o qualsiasi altra forma di indebitamento condiviso, è tecnicamente impossibile; per averli bisognerebbe modificare i trattati e anche qualche costituzione, in primis quella della Germania che, al contrario dell’Italia, segue le esigenze europee solo se e quando la sua legge fondamentale lo consente. Per non parlare della volontà politica: “mai finchè sono in vita” è sempre stata la posizione della Merkel.

Non che sia un male: indebitamento comune a lungo termine (si parla di titoli a 30 anni) significa cessione a lungo termine della sovranità fiscale, visto che rimborso e pagamento degli interessi dei titoli dipenderebbero anche dalle entrate italiane che verrebbero quindi vincolate a livello europeo. Non solo, essendo comune l’indebitamento sarebbe comune anche l’impiego dei fondi di cui a noi arriverebbe solo una quota parte da negoziare, possiamo immaginare come e con quale esito. In pratica uno scenario molto peggiore del MES.

Sul tavolo europeista è rimasto però in discussione un oggetto misterioso che qualcuno ancora chiama Coronabond (o recovery bond o recovery fund). Viene venduta come alternativa virtuosa e conveniente al MES, ma in realtà siamo al gioco delle tre carte: come abbiamo visto veri e propri titoli di debito europei condivisi al momento sono tecnicamente e giuridicamente irrealizzabili. Cosa sarebbero, quindi, questi presunti Coronabond? Nient’altro che l’unica cosa realizzabile: fondi europei (quindi anche nostri visto che siamo contributori netti del bilancio europeo) conferiti ad un soggetto UE da definire affinchè si finanzi sul mercato e distribuisca quanto raccolto ai singoli paesi che ne hanno bisogno. Ovviamente conformemente alle norme esistenti: “rigida condizionalità”, controllo della finanza pubblica, rispetto di criteri e vincoli stabiliti unilateralmente dalla UE. Solo che questo meccanismo esiste già e si chiama MES, non basta certo clonarlo con un altro nome e un po’ di belletto per cambiarne la sostanza.

Stando così le cose non può che stupire la bizzarra posizione di Giorgia Meloni, che ancora una volta sconta l’incapacità di una seria e credibile elaborazione in materia economica, evidentemente mal consigliata da personaggi inadeguati, se non peggio. “Se il premier decide di puntare i piedi e di essere coerente con le conferenze stampa che ha fatto davanti a milioni di italiani, allora noi lo sosterremo” dichiara la leader di FDI, aggiungendo: “in questa fase noi dobbiamo decidere di puntare i piedi, ad esempio sul tema degli eurobond.

Qualcosa non torna: come si fa ad essere contemporaneamente contro il MES, perchè implica una pesante ingerenza straniera sulla sovranità economica nazionale, ed a favore degli Eurobond che se intesi come indebitamento comune, oltre ad essere irrealizzabili, comporterebbero una cessione di sovranità ancora più grave, se intesi come titoli di un recovery fund non sono altro che un MES travestito? Si può essere contro la “rigososa condizionalità”se il MES si chiama così e a favore se la stessa cosa viene chiamata in un altro modo? E addirittura pensare di sostenere Conte su una questione del genere? Una posizione forse dettata dal solito tatticismo del momento, magari utile per distinguersi dalla Lega, coerentemente contraria in entrambi i casi, e magari per raccogliere qualche consenso moderato, ma sicuramente inopportuna e poco sensata.