Un vecchio dinosauro ormai stremato. Un uomo sconfitto. Questo, nella percezione dei media francesi e internazionali, era sino a ieri Jean Marie Le Pen, il leader del Front National. Personaggio discusso e discutibile, spesso irritante e provocatorio, le Chef sembrava ormai avviato sul viale del tramonto e il suo straordinario exploit alle presidenziali del 2002 (il celebre “coupé de tonnere” con cui il leader frontista umiliò il candidato socialista Jospin) rimaneva solo un brutto incidente di percorso nella storia della République. Da cancellare. Da dimenticare.

Ma, proprio in queste settimane, l’antico sodale di Gianfranco Fini è tornato inaspettatamente proprio ad animare (e/o inquietare) una volta di più la società politica francese. Con una mossa ad effetto, ha consegnato la sua creatura politica, il Front, ad un’altra sua creatura, questa volta biologica e al tempo stesso politica: la figlia Marine. Con un congresso — forse per la prima volta nella storia del FN autentico e quindi inevitabilmente lacerante — il patriarca della Droite nationale ha imposto la sua bimba alla guida della movimento.

Non è stato facile: gli oppositori interni (il 32,5 ha votato per il deputato europeo Bruno Gollnisch e il 23,5 si è astenuto) hanno pesantemente contestato la scelta familiare. In queste settimane sulla stampa nazionalista (“Rivarol” in primis) e sui siti collegati vi è un fiorire di dimissioni, critiche e lamentele contro il vecchio capo — talvolta paragonato, massima ingiuria per i frontisti storici, al nerissimo e cattivissimo  “Papà Doc” Duvalier — e tanti improperi verso la sua bionda erede. Ma il “grande fossile” non si è scomposto e al congresso di Tours — per la prima volta in platea — ha ascoltato compiaciuto  i discorsi decisamente innovativi (almeno per le abitudini del mileau) ed ha applaudito la presentazione della nuova équipe dirigente, “les gars de la Marine”. Volti nuovi, giovani, immigrati integrati e ipernazionali, tante donne, ma pochi “pieds noirs” e nessun “soldato perduto” d’Indochina e Algeria.  Una trasformazione semantica ed antropologica.

Cosa è successo? Tante cose. E tutte rilevanti. Innanzitutto, con la successione familiare, Jean Marie “l’impresentabile” ha chiuso definitivamente i conti con gli ultimi avversari interni e, soprattutto, con i loro ambienti di riferimento. Marine, con l’appoggio convinto del padre, si potuta finalmente distaccatare dall’estrema destra, dai circoli petainisti, monarchici, ultracattolici o post colonialisti e dagli ex attivisti di Occident, Ordre Nouveau e di Forces Nouvelles: un mondo che i Le Pen considerano ormai ingombrante e politicamente marginale (ma elettoralmente  – non si sa mai – sempre recuperabile attraverso qualche artifizio dialettico). Non preoccupa dunque che Gollnisch, riferimento della militanza pura e dura del FN, rifiuti di collaborare con Marine e tanto meno che Roger Holeindre, figura storica del movimento e personaggio di riferimento per  “les ancien paràs”, abbia sbattuto la porta all’indomani del congresso. Le Chef non ha mosso ciglio. Cinicamente Le Pen sa già che  il vecchio paracadutista e il presidente mancato finiranno a vagare nello stesso limbo politico in  cui ruotano da anni tutti i suoi vecchi nemici, da Bruno Megret a Carl Lang e Martial Bild.  Negli anni, come Kronos (o più, modestamente, come Bossi) Jean Marie , al primo sintomo di rivolta, ha divorato tutti i suoi figli, rendendoli subitamente degli iloti. (A questo proposito vale la pena di leggere la patetica lettera d’addio alla politica scritta da Megret sul sito del MNR, il fallimentare partitino da lui fondato in odio al Capo …).

Secondo punto. La svolta congressuale di Tours e la conseguente rottura con vecchi frequentazioni ed abitudini, non è per i Lepen un “tradimento” o un’inversione di marcia. Anzi, è un “ritorno a casa”, un biglietto verso quel populismo aggressivo e post ideologico, ma attento ai problemi sociali dei ceti più disagiati e privo di connotazioni nostalgiche , da cui il “dinosauro” proviene. Ecco perché, per chi conosce le categorie lepeniane e la vera storia del FN (una somma di momenti emozionali legati ad un leader  carismatico piuttosto che un vero partito), l’esito dell’assise frontista non sorprende. Tutt’altro.

Val dunque la pena, per esigenze di chiarezza, fare un passo indietro e tornare agli anni ’50. Le Pen senior non ha mai dimenticato d’essere stato il più giovane deputato del movimento di Pierre Poujaude, il mitico tribuno (aggressivo nei termini, moderato nei programmi e, dato non trascurabile, lontano dai temi neofascisti), straordinario interprete dei rancori della piccola borghesia nella Francia della IV Repubblica. Il volitivo “cartolaio di Saint Céré”  conobbe un breve periodo di notorietà e un indubbio successo politico ( nel 1956 il suo movimento fu premiato da ben 2,4 milioni di voti), ma la sua esperienza si chiuse con il ritorno al potere di De Gaulle e l’instaurazione della V Repubblica. Il generale, forte del suo carisma e di un improvviso benessere (il “miracolo economico “francese), cancellò rapidamente dal proscenio Poujade e i suoi seguaci. Compreso Le Pen, che da folgorante promessa della politica nazionale si ritrovò, con sua grande amarezza, confinato  nel marginalismo. Negli anni Settanta, dopo una serie di fallimenti politici ed economici, l’ex deputato giocò la carta degli ultra nazionalisti e, sulle ceneri di Ordre Nouveau, del PFN e di altri partiti, gruppi e gruppuscoli, divenne il  capo assoluto di una galassia magmatica, generosa ma politicamente penalizzante. E fece “bingo”.

Ma malgrado le percentuali importanti ottenute dal FN a partire dagli anni Ottanta, l’oligarchia francese — un complesso politico economico chiuso e assolutamente trasversale – seppe creare un muro di gomma e d’odio attorno al Front. Sull’onda di una campagna giudiziaria-mediale Jean Marie si ritrovò isolato e demonizzato e, una volta in più, ai bordi della grande politica. Un insuccesso storico di cui  il presidente preferì incolpare (rimane celebre un’intervista al mensile “le Choc du mois”) proprio quel  mondo — la destra militante — che l’aveva sempre sostenuto.

Ma torniamo ai giorni nostri. Ora, finalmente libera da antiche obbligazioni, Marine cerca d’esprimere un profilo nuovo, decisamente spregiudicato e non privo di contraddizioni, critico verso i poteri forti ma fedele ai dogmi del 1789, fortemente sociale ma non estremista, fieramente francese ma aconfessionale, anti americana ma attenta al fenomeno del Thea Party. Nel suo discorso d’investitura a Tours,  Marine  ha esaltato i valori della République contro ogni forma di comunitarismo, evocato la laicità contro l’invasività dell’islamismo (paragonato, altro colpo ai vecchi collabòs, all’invasione nazista…), denunciato gli eccessi della globalizzazione  e invocato la restaurazione della sovranità nazionale contro i burocrati di Bruxelles e chiesto l’uscita dal sistema dell’euro, “la moneta dell’occupante”.  Non sono mancate critiche sull’abbandono da parte di Sarkozy della dottrina gollista in politica estera e militare e sulla nuova subalternità francese nella NATO e, subito dopo, madame Le Pen ha liquidato i cattolici tradizionalisti (presenza ormai insignificante nel panorama transalpino) derubricando la lotta contro l’aborto ad una più ragionevole battaglia per una  “politica di sostegno alla vita”,  sostenuta da sovvenzioni alla famiglia. Il punto  centrale del discorso congressuale della signora del FN  era però  tutto racchiuso nella rivendicazione piena e  “sans ambage” di un nuovo patriottismo economico che tuteli i ceti più deboli e comprenda non solo servizi pubblici forti, un fisco giusto ma soprattutto  «il controllo dello Stato dei settori strategici:  l’energia, i trasporti, la salute, l’educazione” e, se necessario imponga “la nazionalizzazione delle banche, organismi insensibili ad ogni etica e morale».  A chi la contestava, la bionda erede ha risposto che le linee del nuovo FN  in campo sociale ed economico (tutte assolutamente scandalose per le élites francesi) si ispirano in buona parte al programma del Conseil National de la Résistance, dunque….

Terzo punto. L’operazione sembra funzionare. All’indomani del congresso i sondaggi premiavano con cifre importanti la presidentessa e stimavano la potenziale crescita elettorale del nuovo FN attorno al venti per cento. Uno scandalo. Immediatamente politici e giornalisti  hanno cercato di capire, comprendere, analizzare. Con esiti il più della volta patetici.  Il 20 gennaio “Libèration”, l’organo dei radical chic, titolava in prima pagina “Gli anti Le Pen hanno fallito?”. La risposta non poteva che essere affermativa. L’euro deputato comunista Jean Luc Melenchon ammetteva «ho sempre sostenuto che bisognava sciogliere il FN. Invano. Oggi è inutile demonizzarlo, non serve a nulla, ma bisogna combatterlo sui contenuti, attaccarlo in maniera  razionale e non fantasmagorica». Sulla stessa linea gli altri riferimenti della sinistra — tra cui è ricomparso persino il discusso miliardario Bernard Tapie… —. L’inchiesta di “Libè” si concludeva mestamente con questa analisi «per apparire come un partito di governo, il FN propone idee credibili e realiste. Un discorso che incontra successo soprattutto nelle fasce sociali pauperizzate dalla crisi».  Ancor più preoccupati sono i neo gollisti dell’UMP, già innervositi dal calo di popolarità di Sarkozy, dalle trame centriste e dai ricatti di Dominique de Villepin e Chirac.  Ai successi mediali di Marine Le Pen ha subito risposto, miscelando chiusure ed autocritica, la ministra Valeria Pècresse «Il FN può crescere soltanto sul terreno della protesta, agitando idee sempliciste, inefficaci e contradditorie.  Può crescere soltanto nell’immobilismo, in assenza di riforme, sui nostri silenzi e nelle nostre assenze». Le ha fatto eco il suo collega di governo, il trombonesco segretario di Stato Thierry Mariani che, dopo essersi felicitato  per l’accettazione da parte del FN del fatidico 1789 e delle virtù repubblicane, ha stroncato il programma frontista definendolo un «patchwork  d’idee contradditorie e incoerenti» e a concluso, in un crescendo rossiniano, con un appello alla maggioranza per «riaffermare alto e forte che il Front National non ha il monopolio della nazione e ancor meno della Répubblique».

Tante parole e tanta irritata sorpresa ma, sia a destra come a sinistra, poche analisi convincenti. I professionisti della politica e della comunicazione preferiscono immaginare l’opzione protestataria di un consistente segmento dell’elettorato francese sia soltanto un aspetto della crisi economica e non un riflesso di cause e mali più profondi.  Dal coro dell’indignazione e dell’allarme, solo poche voci si sono distaccate tra cui quella di Ivan Rioufol, editorialista de “Le Figaro”. Nella sua rubrica ha tracciato un percorso interpretativo articolato quanto scomodo: partendo dalla recente denuncia su “Le Point” del filosofo Marcel Gauchet contro «le élites dirigenti incapaci ormai di comprendere il paese che pretendono di guidare e ormai convinte della necessità di cancellare “l’exception française” in nome di un presunto universalismo», Rioufol individua il vero punto di forza del nuovo FN nella sua critica alla globalizzazione, nel rifiuto del multiculturalismo e nella difesa dello Stato-Nazione. La presidentessa del Front sembra dare, a differenza dei neogollisti e dei socialisti,  risposte e prospettive a un bisogno identitario sempre più diffuso nei ceti più deboli francesi eppure pervicacemente negato dalle classi dirigenti. L’editorialista conclude la sua analisi con un paradosso «quelli che salutano oggi il nazionalismo tunisino sono gli stessi, pervasi da un’autodenigrazione patologica, che definiscono ripugnante il nazionalismo francese… A sinistra , in nome dell’internazionalismo si nega ogni identità. Ma è proprio la Tunisia che ci ricorda come una nazione esasperata possa rovesciare uno Stato ormai estraneo al suo popolo. Le  élites francesi, sorde alle sofferenze “populiste”, stanno scavando una distanza simile a quella tracciata da Ben Ali e la Tunisia reale. Vogliamo lasciare le risposte a Marine Le Pen?». Una domanda drammaticamente aperta.