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Beirut. Era un altro lunedì quel 18 gennaio scorso, quando verso le 20 il futuro Presidente della Repubblica si incontrava sulla collina di Maarab con Samir Geagea, leader delle Forze libanesi. C’era nebbia fitta e faceva molto freddo.

Da diciotto mesi (dal 25 maggio 2014) il Libano era senza Capo dello Stato. Unico caso al mondo. Un vuoto istituzionale e politico gravissimo in un’area del mondo esplosiva ed in una fase a dir poco complessa.

Il Paese dei Cedri, storicamente considerato un miracolo di convivenza tra etnie e confessioni religiose, si era letteralmente accasciato su se stesso sotto il peso delle tensioni provocate dalla guerra in Siria e dal terrorismo islamista. Un Paese senza testa, abbandonato a se stesso. Questo vuoto faceva comodo certamente a tutte le potenze regionali ma forse anche ad alcune potenze mondiali. Si dirà: possibile che un Paese così piccolo possa far gola a qualcuno? La risposta è sì, il Libano interessa a tanti. Il grande giacimento petrolifero scoperto nelle sue dolcissime acque azzurre, peraltro un petrolio di ottima qualità, e la grande vivacità economico-finanziaria (provata dalla miriade di banche di tutto il mondo) sono la prova di questo “interesse”. Il Libano è un Paese debole politicamente e militarmente ma è un Paese ricco. Per questo fa gola a tanti.

I veti incrociati, quelli dichiarati e quelli silenziosi, stavano paralizzando tutto, mandando in cancrena non solo la politica di quella preziosa striscia di terra dalla quale partivano per tutto il Mediterraneo i fenici e che contiene, a Byblos, il primo manufatto costruito dall’uomo per ripararsi dalle intemperie e dagli animali.

Qualcuno prima o poi doveva provare a sbloccare la situazione. Ma nessuno manifestava la voglia concreta di fare il primo passo. Parole tante. Fatti niente.

Fino a quel lunedì 18 gennaio quando Aoun, accompagnato dal fedelissimo deputato Ibrahim Kannan, sotto un grande ombrello celeste, entrò nell’edificio a un piano che ospita il QG delle Forze libanesi. Lì, ad accoglierlo, “hakim”, il capo del partito cristiano, colui che aveva guidato le milizie falangiste a combattere prima gli occupanti siriani. E poi i regolari guidati proprio da Aoun. Fu la guerra civile intercristiana che costituì la prima, feroce sconfitta della comunità maronita sempre unita e, per questo, sempre potente.

Davanti ad una selva di telecamere non solo libanesi Samir Geagea lo abbracciò e lo accompagnò nel suo ufficio. Con Geagea il fedelissimo Melhen Riachi, responsabile della comunicazione delle Fl.

Fu allora che Geagea comunicò ad Aoun che era tornato il tempo dell’unità maronita e che lui, Aoun, avrebbe avuto i voti dei parlamentari delle Fl per salire alla Baabda, il quartiere sulla collina che sovrasta Beirut e che ospita il Palazzo presidenziale.

Con quella dichiarazione solenne non nacque soltanto la nuova unità maronita. Finì una tragedia civile, comunitaria e perciò politica che durava addirittura dalla fine degli anni ’80. Si chiusero le ferite di quel periodo tragico e del dopo, quando quella Grande Divisione generò senza fine tante altre divisioni. Da quei lutti nacquero altri lutti, vendette, ritorsioni, rancori. Per anni. Sui luoghi di lavoro, nelle scuole, alle Università, nelle famiglie.

Era tutto finito. D’incanto? No. A quel risultato avevano lavorato per mesi e mesi due delegazioni, smussando i contrasti e facendo continui, ancorché piccoli, passi avanti. Ma soprattutto vi avevano lavorato i giovani dei due partiti. I ragazzi delle Forze libanesi e quelli del Comitato patriottico libero si erano presentati insieme nelle liste per l’Università ed avevano vinto. Da lì alle scuole medie il passo era stato breve. Ed altrettanto nei luoghi di lavoro. La base popolare chiedeva a gran voce Unità, Unità, Unità.

Geagea lo aveva capito più di ogni altro. Non senza tribolazioni interne aveva rinunciato alla sua candidatura alla Presidenza ed aveva fatto questo atto di coraggio e di fantasia cui nessuno inizialmente voleva credere. Il giornale vicino al Blocco del Futuro, “al-Mustaqbal”, aveva predetto (18 gennaio) un sonoro “fallirà”. “Al-Akhbar” prevedeva una spaccatura all’interno della coalizione del 14 marzo (sempre il 18 gennaio parlava di una “rivolta di Geagea contro Hariri”). Ed anche il filo-sciita “an-Nahar” mostrava scetticismo.

Il balletto che si è sviluppato in tutto questo anno non è raccontabile. Troppo complesso. Quel che conta è il risultato.

Il risultato è che il Libano questo lunedì 31 ottobre ha il suo 13mo Presidente.

Ci sono volute 46 sedute parlamentari. Ma soprattutto ci sono voluti quei 288 giorni che ci separano dal primo lunedì, quello di gennaio, giorni nei quali il braccio di ferro tra le parti ha dato ragione a quel lungagnone dall’aria triste (garantisco: non lo è affatto) che ha passato più di dieci anni della sua vita in una cella di massima sicurezza, illuminata giorno e notte, tre piani sotto terra nella sede del Ministero della Difesa libanese, a Beirut, guardato a vista dagli occupanti siriani. Quel lungagnone ha avuto il coraggio di chiudere quel tragico capitolo, anche quello personale, convincendo il suo alleato Hariri ad appoggiare Aoun. Sicché Aoun diventa un Presidente, come dice Geagea, “al 100 per cento fatto in casa”, non già costruito nelle Cancellerie dei Paesi vicini. La prova? Israele, che veniva definito il protettore di Geagea, è totalmente contrario a questa soluzione: basti vedere alcuni giornali come “Israel Hayoun”, vicinissimo a Nethanyau, o come “Yedit Ahraonot”. Anche l’Iran non è entusiasta. Il suo delegato in Libano, lo sceicco Yazbeck, ha detto di non essere contento del fatto che sia risorto il maronitismo politico. La Corte saudita per ora tace. Sull’Iran garantisce Hezbollah così come sull’Arabia Saudita garantisce Hariri? Uno a uno. La partita perfetta, come avrebbe detto Niccolò Carosio. Questa mattina “L’Orient-Le Jour” parlava di una partita senza vinti né vincitori.

Adesso dovrà essere costituito un nuovo Governo. Secondo la Costituzione dovrà essere affidato ad un sunnita: sarà Saad Hariri. E dovrà essere eletto il nuovo Presidente del Grand Serail, il Parlamento. Secondo la Costituzione sarà uno sciita: sarà ancora Nabih Berri?

Appena eletto Aoun ha detto che il suo Libano “avrà una politica estera lontana dagli incendi regionali”. Ricordiamoci che lui combatté contro i siriani perché i siriani occuparono il Libano con la benedizione di Bush padre che aveva ottenuto da Assad padre l’appoggio alla guerra contro Saddam. Sia Aoun sia Geagea erano pro-Saddam, il quale fornì loro carri armati e tecnici.

Conobbi Aoun quando era nel Palazzo presidenziale della Babda quasi tutto distrutto dalle bombe siriane. Era un uomo emaciato, stanco ma con gli occhi neri accesi di febbre messianica. Il De Gaulle del Libano, lo chiamavano. Era accampato in un bunker. Mi portò a vedere quella che avrebbe dovuto essere la sua stanza. Per un miracolo non si trovava lì quando un proiettile penetrò dalla finestra e sfondò la sua poltrona. Toccò la poltrona con la mano sinistra e sorridendo mi disse “Prima di morire mi ci siederò. Ne sono sicuro”.

Quando, anni dopo, ci rivedemmo nella sua casa fuori Parigi (erano gli anni dell’esilio), una volta, davanti ad un “café libanais” mi disse “A Beirut le ho fatto una promessa. Non la dimentico”.