Battiato è come Tolkien: guai a criticarlo, si sarà aggrediti dai rispettivi accoliti. Michela Murgia, un paio di giorni fa, collegata in “videochat” con la scrittrice Chiara Valerio (per la serie d’appuntamenti intitolata “Buon vicinato”) è stata abbastanza furba da criticare il cantautore siciliano. “Intellettuale col sintetizzatore”, “i suoi testi sono minchiate assolute”.

Tralasciando l’uso dei termini (detesto lo sdoganamento del turpiloquio, e forse ancora di più l’inflazione del concetto di “assoluto”), per lo scrivente l’uscita della Moby Dick di Cabras è stata imbarazzante: perché mi sono trovato d’accordo con la somma sacerdotessa, almeno in Italia, del politicamente corretto e del pensiero unico liberale. Mi ha imbarazzato, come sempre, la reazione dei “fans” di Battiato: la solita adorazione incondizionata, le stesse esagerazioni di sempre (“Maestro” e altre forme di culto della personalità), la pretesa d’intoccabilità.

Ci sono passato anche io, da ragazzino con (tediose e antipatiche) pretese da “intellettuale” di provincia (intellettuale spero di non diventarlo mai, provinciale lo resto e ciò mi sta bene) conquistato dalle indiscusse doti affabulatorie dell’artista catanese. L’infatuazione per l’essoterismo (sì, con la doppia “s”) battiatesco è come quella per il comunismo: una fase che si attraversa da adolescenti con qualche lettura un po’ pasticciata; poi, si dovrebbe crescere.

Ciò detto, non mi dilungo sul perché sono detrattore di Battiato, per tre motivi: a differenza della Murgia, non ho l’arroganza di pensare che le mie fisime sull’opera d’un qualche artista possano interessare a qualcuno; criticare qualcuno non mi diverte (l’ho fatto, ancora recentissimamente, su queste pagine, ma erano situazioni limite: e non aggredivo, ma rispondevo a cattiverie dei miei “bersagli”); tanto più, mi sembra vile attaccare chi non possa rispondere (per quanto siano confuse le notizie al riguardo, è ormai assodato che Battiato sia rinchiuso in un silenzio dal quale non intende, o forse purtroppo non può, uscire).

Sono insomma d’accordo con la sostanza di quanto detto dalla Murgia: Battiato, se di genio proprio si deve parlare, è stato un geniale truffatore, un abilissimo venditore di fuffa (e spesso ha avuto l’onestà di ammetterlo, deridendo chi si aspettava da lui rivelazioni messianiche).

Sono molto meno d’accordo con l’accusa di “falso intellettualismo”: non perché applicata a Battiato (che la merita), ma perché lanciata dalla Murgia, corifea di quell’anti-cultura che da decenni si gonfia con ciarle salottiere, balle e autoreferenzialità; e lo fa partendo dalle lezioni di Eugenio Scalfari, Concita De Gregorio, Corrado Augias – le colonne portanti di quell’edificio marcio che è il culturame ufficiale, che ha devastato università, case editrici, il cinema italiano, la televisione pubblica.

Quello di Michela Murgia nei confronti di Franco Battiato è stato un gesto bruttissimo per due motivi. Uno, lo si trova poco sopra: l’attacco a un uomo che non può difendersi.

L’altro, è il perdurare di uno dei più laidi costumi dell’intellighenzia di sinistra: l’attacco al disarmonico. Sin dal ’68, e ancor più dal ’77, il peggior culturame italiano ha preteso di addomesticare cantanti, cantautori e menestrelli. Per alcuni, questa è stata una manna: per mezzo secolo, è bastato sbandierare una militanza politica più o meno concreta, per crearsi una carriera musicale, anche in mancanza di effettive capacità artistiche. Si pensi solo al Concerto del Primo Maggio: pletore di cantanti che non hanno mai azzeccato un brano, per anni sono andati in onda sulla televisione pubblica di fronte a una Piazza S. Giovanni in Laterano puntualmente stracolma in virtù d’una dichiarazione politica spesso tutt’altro che seria (fu esilarante l’innocua Nina Zilli, che gettata sul palco dedicò la sua scaletta “alle vittime del capitalismo” e intonò un noto inno rivoluzionario come… “Che cosa hai messo nel caffè”).

Un’arma a doppio taglio: l’impegno politico a sinistra ha fruttato generosi contratti discografici, a chi ne abbia saputo dare l’illusione. Ma è stato una iattura, per chi abbia dato il sospetto di non essere “ortodosso”.

Non solo per cantanti palesemente disimpegnati, come Claudio Villa e Gianni Morandi, aggrediti perché il fatto di essere nazionalpopolare li faceva considerare retrogradi e reazionari; anche per quei cantautori che, alla mangiatoia della militanza, avevano provato a servirsi. Si arrivò così a un atto riprovevole come il bruttissimo “processo” a Francesco De Gregori (sottoposto pubblicamente a “interrogatorio” dalla figlia di Giorgio Bocca e da altri violenti con la verità in tasca, al Palalido di Milano, nel 1976), e a spingere Francesco Guccini a scrivere “L’avvelenata”, nella quale il professore modenese lamenta che “dubbi di qualunquismo son quello che mi resta / voi critici, voi personaggi austeri / militanti severi, chiedo scusa a vossia / però non ho mai detto che a canzoni / si fan rivoluzioni”.

La mania del controllo da parte dei “compagni”, l’ossessione inquisitoria, le pretese d’imporre l’unica voce ammessa – la propria – non fecero vittime soltanto nell’industria discografica italiana: a Milano ebbero difficoltà anche i Led Zeppelin e Carlos Santana, accolti a bottigliate con l’accusa di essere mandati dalla CIA; e il vezzo di Lou Reed di vestirsi di nero e tenere sempre addosso gli occhiali da sole a specchio gli guadagnarono l’accusa di fascismo.

Per come la vedo, resta valido quanto ho detto su Battiato. Non ammiro nessuno degli artisti succitati (anzi, agli Zeppelin, Santana e Reed avrei lanciato qualche ortaggio, se non mi sembrasse uno spreco), ma trovo orrendi i processi alle intenzioni; e un cantante spesso è solo un cantante.

In Battiato vedo solo un cantautore: non il profeta di qualche rivelazione spirituale (come lo vedono i suoi ammiratori), né un impolitico da perseguire per essersi nascosto dietro tante astruserie e aver rifiutato una qualche militanza (come la Murgia). Perché il ragionamento della Murgia è questo, i soliti ritornelli: o con noi o contro di noi, un artista o è organico (per la parte “giusta”) o va stroncato.

Meccanismo con il quale, i predecessori della sacerdotessa del culturame intollerante hanno invischiato mezzo secolo di cantautorato in una produzione organica, conformista, posticcia, stantia, tediosa: dagli Inti Illimani a Bertoli e Vecchioni.

Adesso va persino peggio: grazie a operazioni anti-culturali e anti-artistiche, cui la Murgia partecipa, come il “manifesto” dei sedicenti intellettuali italiani proposto dalla rivista Rolling Stone (che non la vede firmataria, ma il microcosmo è lo stesso cui lei si ispira e che ormai a lei si ispira), la canzone italiana è diventata un cumulo di spazzatura che va dal narcisismo laido, pantofolaio e analfabeta alla Thegiornalisti al buonismo di plastica di Jovanotti, giù fino alla bruttezza totale, compiaciuta, tronfia degli orrendi Stato Sociale. Con buona pace della Treccani, tanto scaduta da tributare indagini sociolinguistiche elogiative a un fenomeno orribile come la “trap”, operazioni come “Rapide” di Mahmood fanno soltanto schifo: non solo per la pessima qualità artistica (con buona pace degli ignoranti che si nascondono dietro banalità come “i gusti sono gusti” e “non è bello ciò che è bello ma ciò che piace”), anche per il mondo e per la mentalità che ci sono dietro.

Battiato evocava (in un preziosismo arcinoto ma viziato da uno strafalcione) le avventure di “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte dagli imperatori della dinastia dei Ming”, Mahmood racconta la lite d’una coppietta milanese attraverso parolacce e citazioni di marchi esclusivi: volgarità e consumismo, e sotto i vestiti (costosi) il nulla. Nessuna idea, soltanto una generazione che si ciancia addosso.

Meglio così, secondo la Murgia: i vari Mahmood, Ghali e robetta affine sono l’Italia nuova, il nuovo che avanza.

Recentemente, spolverando dei CD, ho provato a riascoltarne un paio di Battiato: magari l’avrei rivalutato. Così non è stato. Come lui non sopporta “i cori russi, la musica finto-rock, la new-wave italiana e il free-jazz punk-inglese”, a mia volta non gradisco le sue composizioni.

Ce ne faremo entrambi una ragione. Franco Battiato è però un cultore della canzone italiana: ne ha dato una doppia testimonianza, in tre album intitolati “Fleurs”. Questo trittico è uno di tantissimi documenti di quel che la canzone italiana, in un momento glorioso, è stata: un’eccellenza mondiale.

Michela Murgia è parte della schiera che ha distrutto anche questo primato italiano. Franco Battiato, e lo dice un suo detrattore, dell’eccellente mondo della nobile canzone italiana ha fatto e resta a far parte.