Mike Hoare, il più famoso mercenario del novecento, si è spento dopo un secolo di esistenza “selvaggia” mentre era ricoverato in una clinica sudafricana.

L’ex colonnello anglo-irlandese, soprannominato “Mad Mike” , è stato a lungo considerato come “il mercenario più famoso del mondo” per aver comandato i suoi in operazioni militari e paramilitari sparse sul continente asiatico e il quello africano. La più nota fu quella atta a fronteggiare la ribellione dei Simba, i guerriglieri secessionisti d’ispirazione maoista che insorsero durante la crisi nel Katanga; in quello che nel 1960 aveva cessato di essere il Congo belga e si apprestava a diventare la Repubblica democratica del Congo (con un discreto ma disinvolto supporto della Cia).

A dare la notizia della morte è stato suo figlio, Chris Hoare, che nel commentare la scomparsa del padre ha scritto: “Mike Hoare ha vissuto secondo la filosofia che ottieni di più dalla vita vivendo pericolosamente, quindi è ancora più straordinario che abbia vissuto più di 100 anni”. E non gli si può dare torto, considerando che il “matto” pare abbia iniziato la sua lunga carriera di uomo d’arme nel cuore della giungla birmana, combattendo i giapponesi fianco a fianco con i Chindits di Orde Charles Wingate: un altro folle della guerra che ha cambiato le tattiche del secondo conflitto mondiale.

Nato nel 1919 nell’India, allora posta sotto il dominio della corona britannica, era figlio d’irlandesi e si arruolò volontario nell’esercito di sua maestà allo scoppio del conflitto. Inquadrato nel reggimento dei London Irish Rifle, sostiene di aver preso parte alle missioni “suicide” delle forze speciali di Wingate, che si facevano paracadutare nel cuore della giungla di Burma per colpire i giapponesi dove mai avrebbero potuto aspettarlo. Fu lì forse che imparò l’arte della guerriglia, che, al termine della conflitto, venderà al migliore offerente – sempre che servisse una causa da lui condivisa – nelle crisi e nei conflitti che affollavano mondo impegnato nella complessa fase di transizione della Decolonizzazione africana, e coinvolto nella duratura Guerra fredda. La sua carriera da mercenario durò alcuni decenni e fu spesa – e pagata – sempre a combattere il Comunismo e le sue derivazioni.

Il suo gruppo di mercenari, il 5° Reparto, divenne noto come i “Wild Geese” (le oche selvagge, ndr) e le sue gesta affascinati, seppur allo stesso tempo brutali, finirono per ispirare Hollywood che nel 1978 sfornò i “I quattro dell’Oca selvaggia“, una pellicola ispirata alle folli imprese di Hoare con Richard Burton e Roger Moore. L’ultima missione della sua carriera era quella di rovesciare il governo socialista delle Seychelles, presieduto Albert Renè, con un colpo di stato sostenuto da Sudafrica e Kenya nel 1981, ma l’operazione fallì ancora prima di iniziare, costringendo Hoare e le altre “oche selvagge” a sequestrare un aereo di linea – tra le raffiche di mitra che fischiavano in mezzo alla pista – per sfuggire alla morte. Per quella mossa azzardata Hoare venne condannato a 10 anni di carcere, ma se la cavò con 33 mesi di reclusione, per poi ritirarsi in Sudafrica e scrivere libri biografici sulla vita dei mercenari e sulle sue imprese.

Suo figlio lo ha ricordato come un “leader carismatico, enigmatico, intrepido, corretto e brillante”, sottolineando come si fosse sempre ispirato a Francis Drake, il pirata inglese che fu reso da Elisabetta I corsaro alle dipendenze della corona contro gli spagnoli, e baronetto del Regno. Noi invece lo ricorderemo per come appariva nelle foto che lo ritraevano: con il suo sorriso sornione, la sua immancabile uniforme coloniale, e l’ascot annodato al collo; come se invece di essere pronto per prendere parte ad un’operazione di guerriglia nella giungla africana, stesse andando a guardare una corsa di cavalli nel Berkshire.

Davide Bartoncini, Il Giornale, 4 febbraio 2020