Rulli di tamburo, pifferi e trombette. L’Expò 2015 è finita. Terminata. Conclusa. Un successone, almeno secondo Matteo Renzi, gli sponsor e i suoi amici. Ma, in attesa dei bilanci (i numeri veri…) della kermesse meneghina, è subito iniziata la campagna elettorale per il Comune. Il Corriere della Sera in primis e le gazzette minori trimpellano di gioia, proponendo agli italiani un improbabile “modello Milano” (tutto targato PD, dimenticando il fuggitivo Pisapia) per oscurare il disastro romano (anch’esso PD, ma in variante del defenestrato Marino).

Piccoli giochi mediatici intrecciati a giochi di potere pesanti. Le pedine si spostano: mentre il prefetto Tronca è il nuovo commissario renziano di Roma, il fiorentino cerca d’imporre ad un riottoso partito milanese il capriccioso Sala (l’a.d di Expò, ex super burocrate della giunta Moratti).

Con buona pace di Fiano, Majorino, di Caputo e dei fans delle primarie, Renzi vuole annullare le liturgie del PD, i riti dei post-comunisti e degli ex democristiani, le litanie dei lunatici “arancioni”. A Milano — oggi banco di prova e laboratorio del c.d “partito della Nazione” — freddi manager, ambiziosi funzionari e tanti amici ruggenti (di club o loggia?) sostituiranno i superstiti della prima Repubblica e gli ultimi “girotondini”.

Bene? Non proprio. Per alcuni motivi. La narrazione renziana amplificata dal Corriere — un momento paradigmatico, il quotidiano di via Solferino è da sempre l’organo del potere, di ogni potere — sul rilancio di Milano, Expò compresa, è monca, incerta e incompleta. A volte bugiarda. Certo, la metropoli in questi anni ha cambiato volto e panorami. Non sono orbo, dalla mia finestra scruto i grattacieli che si stagliano su porta Garibaldi e sulla vecchia Fiera, vedo le metropolitane che avanzano, visito i nuovi musei e passeggio nelle zone risanate e riqualificate.

Certo, l’Expò era piena di gente che sgomitava, di moltitudini che s’infilavano in code lunghissime per vedere delle installazioni video abbastanza banali, di clienti per mediocri quanto costosi ristoranti. In ogni caso la gente c’era: molti perplessi, tanti delusi, qualcuno emozionato (chi poco ha visto, molto si stupisce…). Ma non è questo il problema.

Tornando alla narrazione su Milano, è necessario fissare qualche punto. La città è cambiata, si è trasformata è, persino, a tratti migliorata, ma di certo non per merito della opaca giunta Pisapia e nemmeno del Bugiardissimo.

Al netto delle sue stramberie, l’attuale amministrazione ha avuto il buon senso di non stravolgere l’eredità importante delle esperienze precedenti, le giunte Albertini e Moratti e dei primi governi Formigoni. Piaccia o meno, la ripresa parziale della città (non tutto luccica: secondo i dati del Banco alimentare, i poveri sono aumentati del 26% in due anni) è frutto di scelte fissate tra gli anni Novanta e il 2011 dal centrodestra: una stagione importante e fruttuosa che riaccese la metropoli umiliata da Tangentopoli.

Con gli inevitabili limiti e qualche svarione, Albertini, Moratti e Formigoni (allora ancora padrone dei propri nervi) e i partiti che li sostenevano, compresero che la cifra, la vocazione di Milano è la contemporaneità. Essere contemporanei significa qualcosa di più che vivere la propria attualità: vuol dire averla preparata quando non c’era ancora nulla di concreto, di reale. La contemporaneità rimanda paradossalmente a un “non ancora” da realizzare, ma lucidamente pensato nelle sue effettive possibilità di renderlo attuale.

Il centrodestra milanese seppe interpretare questo bisogno profondo e costruì un modello vincente basato su coordinate chiare: il sentimento del lavoro come progetto; esperienza della complessità; capacità di pensare modelli estetici e architettonici nuovi; cultura di governo. Un meccanismo delicato che non ammetteva l’infrazione di un suo elemento, pena l’arresto del congegno. Quando “qualcosa” si è rotto — e nessuno ha voluto o saputo indagare sull’entità del guasto, sulle sue ragioni profonde — il meccanismo si è inceppato. Con i risultati che conosciamo.

Tra pochi mesi si vota un’altra volta per palazzo Marino. Riusciranno il centrodestra e la destra milanese a scuotersi dal marginalismo e dall’apatia (per vincere non bastano petizioni e commemorazioni, denunce e presenze televisive…), a ritrovare una vocazione governista, ad entrare nuovamente in sintonia con il sentimento contemporaneo di Milano? Lo spero, fortemente, ma preferisco non illudermi. Vedremo.