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Da un primo, sommario esame di risultati non ancora completi e definitivi, mi sembra si possano dedurre alcune indicazioni.
Prima. Il partito democratico ha certamente subito gravi scacchi, non tanto a Roma, dove il successo penta stellato era scontato, dati i vergognosi precedenti sia del centrosinistra che del centrodestra,quanto a Torino, tradizionale roccaforte del gemellaggio sinistra-finanza, fin dai tempi di Agnelli, accreditata di buon governo. E, inoltre, in ben diciannove su venti ballottaggi con i grillini.
Resta tuttavia il primo partito italiano, il più diffuso e radicato sul territorio, prevalente nelle istituzioni locali e nazionali.
Seconda. Il centrodestra non è più competitivo con il centrosinistra, nemmeno a Milano, dove pure ha conseguito un buon risultato. Sia per l’appannamento oggettivo ed irreversibile, anche per ragioni anagrafiche, di Berlusconi; sia per l’impossibilità strutturale e culturale della Lega ad evolversi in interlocutore generale e nazionale, al punto che i tentativi di Salvini, nonché agevolarne la diffusione e la credibilità, ne hanno affievolito il radicamento e la spinta propulsiva al Nord, dove ha perduto finanche la sua capitale, Varese; sia per la dissoluzione totale della destra. Trieste e Pordenone sono le eccezioni che confermano la regola.
Terza. Il centrosinistra, proprio quello di Renzi, resta l’attore protagonista sulla scena italiana. Il solo competitore effettivo e’ il Movimento Cinquestelle, compatibile con elettori sia di sinistra che di destra, che tendono a confluirvi per rovesciare il sistema. Il sistema di cui fanno parte Forza Italia, Alfano, Casini, Verdini, che tendenzialmente convergono verso il Partito Democratico (e della finanza interna ed internazionale) per riesumare una sorta di pentapartito, guidato dalla nuova D.C. di Renzi. Nella quale si accasano benissimo i Sala come i Parisi. E avrebbero voluto accasarsi anche gli Alemanno, i Fini, gli Storace, cui è negato l’accesso perché ormai non solo impresentabili, ma inutili.
Quarta. La destra, come l’abbiamo conosciuta, e’ finita: gli allievi hanno superato il maestro: Fini e i colonelli hanno superato Almirante. Prima l’hanno necrotizzata con il nostalgismo , resa caricaturale con il ritualismo folcloristico, marginalizzata con le declamazioni rivoluzionarie di alternative, ne’ tentate, ne’ volute. Poi, alla prima occasione, alla prima tentazione, al primo invito alla ricca tavola del salotto buono hanno indossato la livrea berlusconiana. Dalla fame all’indigestione.
Quinta. Il ballottaggio alle future elezioni politiche vedrà ai nastri di partenza il Patto del Nazareno e i Cinquestelle. Chiunque vinca, l’Italia perde. L’Italia ha già perso. La sua sovranità e’ stata trasferita negli organismi europei, mancipi della finanza apolide e asociale;
I suoi asset d’eccellenza, dalla moda alla filiera alimentare sono in mani straniere; la sua industria e’ stata espropriata, soppressa o delocalizzata; il patrimonio turistico e culturale e’ in corso di alienazione, alla stregua delle società calcistiche. Non appare nemmeno paradossale l’ipotetica vendita del Colosseo, immaginata da Marcello Sorgi. Gli italiani si appassionano alle passerelle di Christo sul Lago d’Iseo piuttosto che alla Brexit.
Del resto, dopo avere abboccato a tutto, dall’aver vinto la guerra alla Resistenza, dalla Democrazia Cristiana al P.C., da Monti a Napolitano a Renzi, cos’altro possono fare, se non l’usuale più che storico: “Franza o Spagna purché se magna”?