Con il lungo ponte del 25 aprile, milioni di italiani si riverseranno nei luoghi turistici più accoglienti, popolando spiagge e città d’arte della penisola, certamente per goderne le bellezze ed ammirarne i panorami, qualcuno però anche per tenersi lontano dalle celebrazioni della Liberazione e dagli incitamenti all’odio di una sinistra intollerante e faziosa. Perché quella che poteva essere l’occasione per una festa di popolo, accogliendo in un unico abbraccio i ricordi dei vincitori e dei vinti, si è trasformata in una ricorrenza che esalta solo una visione manichea e parziale della storia recente.
Mia moglie, insegnante di scuola media, anni fa fece fare ai propri studenti una ricerca sulla Seconda Guerra Mondiale, chiedendo loro di intervistare sull’argomento i loro nonni, per capire cosa accadde da una diretta e disinteressata fonte. Scopo del lavoro era di educare i ragazzi ad apprendere, dove possibile, da fonti dirette le notizie storiche e a non fidarsi solo delle vulgata ufficiali.
Ne venne fuori una raccolta di testimonianze uniche, interessanti, variegate, un caleidoscopio di ricordi, in cui emergeva un’Italia , comunque generosa ma non inquadrabile nei rigidi schemi della storiografia ufficiale. Si alternavano , nei racconti dei nonni, storie di partigiani, di monarchici, di semplici soldati, di fascisti repubblicani, di uomini che erano riusciti a non schierarsi; vicende di fame, stenti, sofferenze, prigionie ; la storia complessa di un popolo travolto da una guerra civile. I ragazzi così compresero quante difficoltà dovettero affrontare i loro progenitori e quanto dovessero apprezzare i tempi in cui vivevano.
Da queste testimonianze altresì capirono che i loro nonni erano uomini con i loro sentimenti, i loro ricordi, le loro aspirazioni. Che fossero partigiani o fascisti, erano individui, non numeri. L’insegnante spiegò loro solo una cosa : con la tecnica della spersonalizzazione si creano le basi per la demonizzazione dell’avversario, per seminare l’odio politico che giustifica ogni empietà.
Il pensiero dominante ha costruito una verità di comodo, un mondo manicheo dove molti buoni, i partigiani, sgominarono pochi cattivi, i fascisti di allora. E’ nata la convinzione che i vinti di quel tempo si dovessero trovare con il lanternino, che solo con accurate ricerche, quali quelle effettuate da Giorgio Pisanò prima e Giampaolo Pansa dopo, si potessero scovare le storie drammatiche che coinvolsero le vite di quelli che si trovarono dalla parte sbagliata.
Molte persone che sopravvissero a quei giorni definiti radiosi, testimoni di atti eroici ma anche di ogni nefandezza, da una parte e dall’altra, nascosero nello scrigno della propria anima quei tragici ricordi ; lo fecero per pudore, per una paura non ancora superata, per una rimozione salutare.
Qualche mese fa incontrai Piera, un’anziana ma ancora energica signora ; come succede , si parlava del più e del meno, ma si finì non so perché, a citare Montecarlo.
“Se il mio povero Walter venisse a sapere che tutte le sue speranze, tutte le sue sofferenze, tutti i suoi ideali sono stati traditi e destinati a naufragare in una squallida diatriba legata a vicende immobiliari, non oso pensare a quale dispiacere andrebbe incontro.”
Un commento, quello di Piera, imprevedibile e improvviso come una fucilata, rivelatore e spiazzante.
E così mi raccontò il 25 aprile di suo marito, scomparso da qualche anno, nella Milano del 1945.
Già il 24 , il padre Michele venne a sapere che i partigiani sarebbero arrivati in città e la giustizia sommaria avrebbe fatto il suo corso. Avvertì la moglie ed il figlio : non c’era più tempo, era ora di scappare, la loro famiglia era conosciuta come fascista. Partirono la sera stessa, in bicicletta, dovevano raggiungere un borgo vicino a Genova, dove abitava Renato, un amico fidato, già avvertito e disposto ad accoglierli e a nasconderli.
Michele raccolse tutto il denaro che trovò, ne lasciò metà alla moglie, poi prese il poco oro, le spille, qualche catenina e le nascose nel fodero del berretto. Quella sera presero le biciclette, attraversarono diverse cantine comunicanti e sbucarono in via Amadeo, lontano dalla vista dei vicini. Si diressero subito verso San Donato, allora in aperta campagna, e raggiunsero San Giuliano, paese non ancora attraversato da strade importanti, dove non passavano camion e mezzi pesanti. Michele e Walter trovarono una vecchia casa abbandonata dove trascorrere il giorno; un contadino li vide, capì al volo ma il padre gli mostrò una collana. In malo modo vennero aiutati, rifocillati e fatti dormire in quel tugurio. La sera del 25 ripartirono e pedalarono tutta la notte ; si ritrovarono stanchissimi la mattina in mezzo alla campagna. Da una cascina isolata sbucò una donna con un figlio non ancora ventenne, il marito non si sapeva dove fosse e se sarebbe ritornato. La signora li avvertì che erano nei pressi di Piacenza ; lei e il ragazzo furono molto gentili, ospitarono i due fuggiaschi, dettero loro da mangiare e da dormire, chiesero pochi soldi, senza approfittarsene.
Walter ed il padre Michele ripartirono la sera dopo e continuarono a scappare, pedalare, pagare per mangiare e dormire, spesso accolti con umana comprensione, talvolta con il ricatto di una delazione. Giunsero infine per vie tortuose dall’amico Renato, nell’entroterra di Genova, il 15 maggio, senza più soldi, con solo la fede ed una spilla rimaste.
Intanto la moglie di Michele, il 26 aprile, ricevette la visita di quattro partigiani con il mitra che cercavano il marito ed il figlio Walter ; indispettiti per non averli trovati , gettarono dal balcone giù nel cortile tutti i mobili e le sedie, per spregio anche un catino con dentro la biancheria da lavare ; i vicini applaudirono all’oltraggio festanti. La moglie di Michele terrorizzata non riuscì a proferir parola.
Poche ore prima, nel caseggiato vicino, una tipica casa di ringhiera, un amico di Walter , accortosi dell’arrivo dei partigiani, giocò una carta disperata e scavalcando il balcone, entrò nell’appartamento della vicina, che per sua grande fortuna , accettò di nasconderlo e gli salvò la vita.
Un mese dopo la moglie di Michele ricevette una cartolina con su scritto : “ Come stai ? Noi tutto bene, Renato.”
Il giovane Walter raccontò questa storia a Piera, ai tempi del loro fidanzamento. Lei la custodì nella sua anima , preziosa come tutti i suoi ricordi.
Se il vento potesse raccoglierle tutte, queste storie tormenterebbero la coscienza di molti uomini.