Quando Paolo Villaggio lanciò il primo tragico libro di Fantozzi nessuno avrebbe immaginato che, a distanza di pochi decenni, il personaggio dell’impiegato sfigato è un po’ cialtrone sarebbe stato invidiato dai “Millenials”.
Perché l’impiegato Fantozzi aveva un lavoro sicuro, un’auto, una casa e, successivamente una pensione da utilizzare anche per aiutare figlia e nipote.
Poteva permettersi taxi e persino, una tantum, una puntata in un locale notturno.
Eppure i “Millenials” sono mediamente più preparati di Fantozzi e, quando ottengono un lavoro, si impegnano sicuramente di più. Il ragionier Fantozzi, però, aveva speranze, sogni, illusioni.
Magari sogni modesti, in linea con il personaggio. Ma li aveva. Ed è da qui che devono ripartire i “Millenials”.
Dai sogni che generano speranze e da speranze che si trasformano in realtà. Perché una eventuale buona preparazione non è sufficiente ad affrontare il futuro se manca il sogno e se non diventa speranza.
E, considerando la preparazione non eccelsa in troppi casi, resta proprio il sogno a permettere di proseguire su una strada sempre più tortuosa.
D’altronde persino il ragionier Fantozzi riesce a coronare il sogno di una notte di passione con la signorina Silvani.
Dunque anche il “Millenials” possono sperare di cambiare il mondo.

A patto di sognarlo, il mondo nuovo.