Ne abbiamo lette, viste e sentite di tutti i colori. D’altronde, specie nell’era del #jesuischarlie, si sa che la libertà d’espressione è sacra (tranne per quelli che il sistema censura o vuole censurare) e quella di satira ancor di più.

Solo non ci era ancora capitato di sentir in diretta televisiva dare della “maiala” o della “scrofa”, scegliete voi, a Claretta Petacci. Sarebbe inutile raccontare chi era, come è morta e perché; ricordare che la sua unica colpa era “di aver amato un uomo” come ammetterà il partigianissimo Pertini, ma tanto bastò per finire a piazzale Loreto acconciata in modo tale da far venire in mente al partigianissimo Ferruccio Parri una definizione che forse ha ispirato la battuta: “macelleria messicana”.

Ma che la pietas fosse esaurita, a questo mondo, era chiaro da un pezzo. In quest’epoca priva di dignità, dall’indignazione facile, ci si sarebbe almeno aspettati che la battuta scema di Gnocchi avrebbe comunque aperto il fronte dell’indignazione e, se rivolta a qualsiasi altra donna, gli sarebbe costata minimo una scomunica audiovisiva perenne. Invece no. Forse da “sessismo” è derubricata ad “antifascismo” un po’ ruspante, ma perdonabile? Forse l’appartenenza ideologica prevale su quella femminile?

Comunque sia, della Petacci se ne fregano tutti. Al massimo, arriverà un buffetto. Uccidere un fascista non è reato, figuriamoci insultarne gli affetti. Quel che senz’altro è però un reato, ed è forse il peggiore per un signore che vive facendo il comico, è fare battute che non fanno ridere nessuno.