Ventuno anni dopo ci sembra doveroso ricordare un episodio che ha segnato la storia delle missioni di pace all’estero delle nostre forze armate. Lo scontro che coinvolse il 2 luglio del 1993 a Mogadiscio, in Somalia, i soldati italiani della missione “Ibis”, sotto il comando Unosom, impegnati in una difficile operazione di “peacekeeping”. Anche l’Italia visse il suo “Blackhawk down”, ma a differenza degli Stati Uniti, che hanno comunque sempre tenuto a ricordare il sacrificio dei loro militari, per anni nel nostro Paese si scelse l’oblio. Quella che segue è la ricostruzione più fedele possibile dei fatti di quella giornata, frutto di testimonianze dirette dei protagonisti e di elementi documentali. Un modo, per noi, doveroso di rendere omaggio ai caduti e a quei militari che portano ancora sul corpo i segni di quella mattinata d’inferno.

 

E’ l’alba del 2 luglio 1993, l ‘operazione chiamata in codice “Canguro 11”  sta per partire. sono le 5 e 45 della mattina e da Balad comincia a muoversi l’autocolonna italiana verso Mogadiscio.
Il generale Bruno Loi schiera una forza imponente: 800 militari, 700 dei quali paracadutisti, trasportati a bordo di Vcc e blindo Fiat 6614, a dar loro manforte otto carri armati M60 del 132° Ariete e altrettante B-1 Centauro dei Lancieri di Montebello.
Nonostante sia un’operazione di routine, i reparti vengono avvisati solo poche ore prima.
La manovra è seguita dall’alto dagli elicotteri da combattimento A-129 Mangusta e dagli Ab-205.
Nelle strade polverose della capitale somala sferragliano i cingoli dei mezzi italiani. Superato il check point “Pasta”, i militari prendono posizione all’interno della zona obiettivo, un quadrilatero di 400 metri per 700 tra “Pasta e “Ferro”, un caposaldo italiano in un quartiere abitato dal clan degli  Ha-ber-ghidir , quello di Aidid.
Una volta sull’obiettivo le squadre scendono dai mezzi e i paracadutisti isolano l’area. Altre squadre, appoggiati dalla polizia somala cominciano i rastrellamento casa per casa alla ricerca delle armi.  La tensione fra i due maggiori capi somali, Aidid e Ali Mahdi, è alle stelle e i “signori della guerra” non sembrano intenzionati a mettere fine ai continui scontri. I nostri soldati sanno di essere in missione di pace, ma anche un’operazione di peacekeeping tra due fazioni, nasconde delle insidie notevoli. Nessuno se lo augura ma può accadere di tutto. Il rastrellamento è quasi terminato,  i paracadutisti hanno scoperto parecchi depositi di armi, alcuni somali sono stati fermati e portati alla base per essere interrogati. Arriva l’ordine di rientrare. “Canguro 11”,  pensa qualcuno, va già in archivio. I blindati invertono la marcia e si avviano per uscire dal quartiere. Una parte della colonna si dirige verso il check-point Ferro, è il raggruppamento “Alfa” che deve rientrare al Porto Vecchio, l’altra, i militari dei gruppo “Bravo”, muove in direzione di Pasta, per tornare a Balad.

La testa della colonna si avvicina già a Balad quando iniziano i primi incidenti. Improvvisamente si odono le urla di nugoli di donne e bambini che avanzano verso i mezzi ancora rimasti in zona. Compaiono le prime barricate, copertoni in fiamme, auto ribaltate e ogni sorta di suppellettili rallentano la marcia dei nostri militari. I cingoli sferragliano sulle strade calde e polverose della capitale somala, gli uomini adesso più nervosi, sono all’erta, l’adrenalina è a mille.
nell’aria c’e qualcosa che non va.

In pochissimi minuti le barricate si fanno più consistenti. Quella che all’inizio sembrava una delle tante manifestazioni contro le Nazioni Unite a Mogadiscio, si rivela un’imboscata in piena regola. Cosa ci sia alla base della decisione dei miliziani di attaccare i soldati dell’operazione “Ibis”, non è ancora chiaro. Voci mai confermate (né smentite) dei vertici militari, riferiscono di una reazione a un piano italiano. il “Canguro”, forse, portava nel suo marsupio una sorpresa per Aidid. Una squadra dell’intelligence italiano lo aveva localizzato nel quartiere dei suoi fedelissimi ed era a un passo dalla sua cattura. Quale sia la verità, quella mattina a Mogadiscio si scatena l’inferno.

I mezzi procedono lenti, la protesta dei somali impedisce di mantenere distanze e velocità di sicurezza, “indietro, andate via”, urlano gli ufficiali italiani. in risposta ricevono insulti e sassate. Per fare indietreggiare la folla, i paracadutisti lanciano fumogeni, qualche flash-bang, ma la trappola è già scattata. Dietro la cortina di donne e bambini, compaiono i Kalashnikov e gli Rpg. I manifestanti fanno da scudo,  alle loro spalle i cecchini iniziano a bersagliare i soldati. Momenti di sconcerto, nessuno se lo aspettava,  l’intesa tra italiani e somali si è rotta. Dopo 50 anni il nostro Paese si trova per la prima volta  impegnato in uno scontro armato, per di più in una missione di pace. Cresce la rabbia, arrivano le prime reazioni. Per terra cadono i primi feriti, un sottotenente dei Lancieri di Montebello, sul suo Centauro, viene colpito di striscio, si accascia, mentre una pioggia di pietre e di piombo si riversa sui nostri militari. I paracadutisti, riavutisi dalla sorpresa, rispondono al fuoco e intervengono anche i carabinieri del Tuscania, accorrono le forze speciali, gli incursori del 9° Col Moschin.
L’imboscata però è ben congeniata, i nostri sono accerchiati, le strade sono interrotte dalle barricate, dalle finestre e dagli angoli defilati, i miliziani di Aidid sparano sugli italiani. L’allarme si diffonde a tutto il contingente. il comando richiama subito i paracadutisti del raggruppamento “Bravo”. Erano già nei pressi di Balad, una ventina di chilometri da Mogadiscio. La radio gracchia, arriva l’ordine e i mezzi invertono la marcia in direzione della capitale. Occhi aperti, colpo in canna, i paracadutisti del 186° reggimento sui Vcc e sui gipponi Vm-90, protetti alle spalle dai carri M60, arrivano lungo la via Imperiale. Più avanti, in prossimità di un incrocio, vi è il check-point Pasta, così chiamato perché allestito in prossimità di un pastificio abbandonato.
La strada è apparentemente deserta, ai lati della carreggiata i resti delle barricate e qualche auto in fiamme, si sentono gli echi delle raffiche. Oltre l’incrocio c’e un ostacolo. un’altra barricata, più grande delle altre. Tre Vcc-1 procedono a poca distanza l’uno dall’altro, quando sono investiti dal fuoco dei guerriglieri. Il primo mezzo si piazza al centro dell’incrocio e risponde con le armi di bordo. La Browning da 12,7 e l’Mg crepitano per coprire l’avanzata degli altri. Il secondo blindato lo segue, mentre il terzo ha fatto appiedare la squadra dei fucilieri, per mettere gli uomini in una migliore condizione di tiro.
Sono istanti che sembrano lunghi anni. Da una strada laterale arriva un colpo mortale. Un rpg-7 colpisce il secondo Vcc-1 perforando la corazza proprio sopra la parte superiore del cingolo. E’ la prima vittima del 2 luglio.
Il paracadutista Pasquale Baccaro, mentre sta azionando la sua Mg, viene colpito dal dardo di fuoco sulla gamba. Resisterà per qualche minuto, ma la ferita è troppo estesa e morirà dissanguato. Dentro il mezzo è l’inferno. i Feriti escono dal portellone posteriore sconvolti per l’esplosione. Il sergente maggiore Giampiero Monti ha l’addome squarciato e corre fuori tenendo la mano premuta sulla pancia insanguinata, il paracadutista Massimiliano Zaniolo la mano devastata.
Gli uomini del terzo Vcc già a terra, si schierano a raggiera per difendere i feriti e dar tempo ai soccorsi di arrivare. il sottotenente Gianfranco Paglia coordina l’azione, mentre il Vcc  più avanzato, allo scoperto, al centro dell’incrocio stradale copre i soldati a terra.

I miliziani adesso sono a 20-30 metri, si distinguono quasi i volti, sparano anche con i mortai leggeri e con le mitragliatrici, appostati fra le mura dei pastificio, nelle casupole e sui container. La reazione degli italiani è decisa. I paracadutisti a terra sparano a raffica con i loro fucili d’assalto e lanciano granate. Passano i minuti, le ambulanze e i soccorsi sono bloccati dal fitto fuoco avversario e dalle barricate. Bisogna fare da soli per uscire fuori dalla situazione. Il mezzo colpito, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, viene rimesso in moto, i feriti vengono caricati a bordo e il reparto lascia il luogo dell’agguato mentre l’intero quartiere è ormai in rivolta. Si combatte ovunque, lungo la via Imperiale, si spara dalle vie traverse, in particolare dal pastificio.

I militari italiani sono circondati e gli elicotteri A-129 mangusta e i corazzati chiedono il permesso di poter utilizzare le loro armi. Se entrassero in azione i cannoni da 105 degli M60 e delle blindo Centauro e se gli elicotteri potessero sparare i loro missili, il compito delle truppe a terra sarebbe facilitato, l’assedio rotto con minor rischi per i soldati dell’Ibis. ll generale Loi non se la sente di rischiare una carneficina. I colpi di cannone tra le case, causerebbero sicuramente ingenti danni collaterali coinvolgendo civili innocenti. L’autorizzazione ad aprire il fuoco non arriva.

Si tratta quindi di neutralizzare la minaccia senza armi pesanti. Un lavoro molto rischioso che può essere affidato soltanto a soldati professionisti. Cecchini e postazioni vengono segnalati da terra e dagli elicotteri. Sui loro gipponi arrivano gli uomini dei 9° Col Moschin, a cui spetta il compito più difficile, quello di far tacere mortai e lanciarazzi attaccandoli con le armi individuali o di squadra. Gli incursori vanno all’assalto sotto una pioggia di proiettili. Inizia un combattimento casa per casa, con rapidi scontri a colpi di fucile d’assalto, mitra e bombe a mano. Il contrattacco si sviluppa nei dintorni del pastificio. Gli incursori combattono con decisione, la loro azione è efficace e mortale per i somali. Il sergente maggiore Stefano Paolicchi, uno degli  operatori delle forze speciali, viene colpito. Ma non si ferma. non cade a terra. Una pallottola di  Ak-47 gli è entrata  nello stomaco. Sputa sangue dalla bocca, ma in fin di vita si avvicina alla postazione somala che lo aveva colpito e lancia Od-82. E’ la seconda vittima del 2 luglio.
Nel caos degli scontri gli incursori lasciano un Vm 90 con le chiavi di accensioni inserite. Le forze speciali erano gli unici ad avere questo tipo di mezzo con la Browning 12,7 in ralla. Un gruppo di somali se ne impossessa, i miliziani salgono a bordo del gippone, esultano, fuggono via con il loro bottino e sparano con la potente mitragliatrice sugli italiani. Vengono immediatamente individuati da un elicottero Mangusta:  il puntatore li inquadra e chiede l’autorizzazione a sparare. “negativo” rispondono alla radio dal comando. Le imprecazioni riecheggiano nell’interfono, il gippone sparisce nel dedalo di viuzze del quartiere. Ma il pilota dell’elicottero non ci sta, non molla la preda, vola radente sfiorando i tetti delle case, sapendo che le armi leggere dei somali possono poco contro la blindatura del velivolo. Poco dopo ecco riapparire il mezzo, che tra le altre cose porta con se svariati chilogrammi di cariche esplosive. L’A-129 s’inclina, inquadra il bersaglio, chiede di nuovo l’autorizzazione al fuoco, questa volta arriva l'”Ok”. Il pilota non esita. Il missile anticarro lo colpisce e complice la presenta dell’esplosivo che vi è a bordo lo disintegra completamente uccidendo tutti gli occupanti. Intorno a “Pasta”  i combattimenti continuano. A “Ferro” si forma una colonna di mezzi, formata tutta da volontari. Nessuno si tira indietro, vogliono tornare indietro per dare un aiuto ai commilitoni ancora intrappolati. Due Vcc-1 del battaglione carabinieri paracadutisti Tuscania, uno del 186° reggimento e una blindo Centauro si lanciano nella mischia. A tutta velocità entrano in una strada che sbocca sulla via Imperiale. Alcuni ostacoli si parano loro davanti, ancora spari e i mezzi italiani sfondano  la barriera, rispondono al fuoco. Il sottotenente Andrea Millevoi è il capo equipaggio della Centauro, coordina l’azione, sporge il busto fuori dalla torretta  per meglio controllare la situazione. Viene colpito da una raffica e muore sul colpo. E’ la terza vittima del 2 luglio.

Quasi contemporaneamente, alle sue spalle, tre colpi di kalashnikov feriscono gravemente il suo parigrado della folgore, Gianfranco Paglia, in azione su di un Vcc. Gli italiani, comunque, progressivamente si disimpegnano. gli incursori hanno realizzato una cornice di sicurezza, ma è tutto molto precario. I miliziani ricevono nuovi rinforzi e i mezzi italiani ripiegano su ordine del comando ma da alcune postazioni gli uomini di Aidid minacciano la colonna. I carri armati italiani sono li, impotenti. Gli ordini sono chiari “niente artiglieria” ma non e facile ubbidire quando vedi i tuoi commilitoni inchiodati a terra dal fuoco nemico. Qualcuno pensa che e meglio beccarsi una punizione piuttosto che vederli morire. Un carro M-60 prende posizione, brandeggia il suo cannone, controlla l’alzo,  spara 7 colpi, uno dietro l’altro. Il bersaglio è un gruppo di catapecchie e container vicino ad un distributore di carburante che fanno da riparo ai miliziani. Da li, almeno, non colpiranno più. I somali registrano forti perdite,e la reazione smorza il loro ardore combattivo.
Sono circa le 13.00 e gli italiani abbandonano la zona e i posti di blocco Pasta e ferro. Tenerli in quelle condizioni vorrebbe dire scatenare una battaglia campale con i somali. Il bilancio è tragico, con tre caduti italiani e 23 feriti. Ma Aidid non può cantare vittoria,  ha pagato un caro prezzo alle truppe dell’Unosom, con 187 caduti e più di 400 feriti (dati ufficiali). Dal 2 luglio in poi, a Mogadiscio nulla sarà come prima.