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La geopolitica è qualcosa di molto diverso da una “sfilata” in occasione di un vertice internazionale o da una cena di gala alla Casa Bianca. Almeno la geopolitica che conta davvero per un sistema Paese e non quella, cui da tempo ci ha abituato la politica italiana, esibita ad uso e consumo dei media nazionali. In quest’ultimo campo – come dimostra la recente passeggiata di Renzi & comparse a Washington — siamo, purtroppo, tra i primi al mondo. Molto più in basso, invece, quando si tratta di sviluppare una geopolitica “dei fatti”, in grado di giovare concretamente agli interessi nazionali.

Non citeremo questa volta il pasticcio libico, in cui l’Italia – Paese che per motivi storici e, soprattutto, politico-economici avrebbe dovuto recitare la parte del protagonista – continua a balbettare andando a rimorchio delle decisioni altrui, ma ci occuperemo di un altro scenario sensibile, per quanto in questo momento più lontano dagli onori delle cronache: il Corno d’Africa.

Dopo aver raccontato qualche mese fa di come l’Italia perda terreno in Eritrea, ci occupiamo ora di quel che sta accadendo in Somalia. Paese tormentato da un’instabilità politica ormai quasi trentennale, dove l’Italia – ancora una volta – sembra incapace non solo di mettere in campo un’azione in grado di influenzare gli attori locali in vista di una ricomposizione del conflitto, ma anche di ribadire il proprio ruolo politico, tutelando i propri interessi strategici ed economici. Dopo aver pagato il proprio tributo di sangue – chi ricorda la “battaglia del pastificio”? – l’Italia sembra aver dimenticato la Somalia, vanificando di fatto la rete di contatti frutto non solo del vecchio rapporto post-coloniale, ma anche della lunga collaborazione risalente all’epoca del governo di Siad Barre.

Un vuoto prontamente colmato da altri attori. Nelle scorse settimane la Turchia ha inaugurato la prima delle sue basi militari all’estero, guarda caso proprio in Somalia. Si tratta di una struttura destinata ad ospitare 200 istruttori turchi per le forze armata somale, ma in grado di accogliere fino a 2mila militari di Ankara.

Ma la presenza turca non si limita al settore militare: il nuovo aeroporto di Mogadiscio è stato realizzato con capitali turchi e turca è la società che lo gestisce. Sempre da Ankara, poi, arrivano finanziamenti per migliorare la rete stradale del Paese e rafforzare la cooperazione militare tra le due nazioni.

Il tutto sostenuto da una forte azione di presenza politica sul territorio: il presidente turco Erdogan è stato in Somalia ben tre volte negli ultimi anni. Senza dimenticare che la nuova ambasciata turca a Mogadiscio è tra le più grandi mai realizzate nella capitale somala.

Ma anche gli Emirati Arabi Uniti sono all’opera in Somalia con efficienza e disinvoltura, quella garantita dalla grande disponibilità di petroldollari della monarchia del Golfo. Gli emiratini hanno contribuito alla ristrutturazione di diversi apparati di sicurezza somali, anche fornendo armi ed equipaggiamenti. Addirittura gli Emirati pagheranno gli stipendi alle forze di sicurezza del governo somalo fino al 2019.

L’approccio degli emiratini alla complessa situazione somala è decisamente disinvolto, tanto che il sostegno offerto al debole governo federale non ha impedito agli Eau di trattare con le autorità delle due regioni secessioniste: nel Puntland sono state finanziate alcune forze di sicurezza, mentre nel Somaliland la società Dubai Ports World ha ottenuto la gestione trentennale del porto di Berbera.

E l’Italia? Al momento gongola per aver cenato alla Casa Bianca.