Tra molti difetti i buonisti hanno sicuramente anche un pregio: la puntualità. La puntualità immancabile della loro superficialità e della banalità del loro pensiero. E’ bastato che la nazionale “francese” vincesse – come largamente previsto e da loro auspicato – la finale mondiale perché i tromboni buonisti intonassero inni di gioia e panegirici alla bellezza della nazionale multietnica e della “squadra del mondo”.

Dall’insopportabile spocchia di Gianni Riotta al felpato ecumenismo di Aldo Cazzullo è tutto un fiorire di lodi sperticate a favore dei benefici del multiculturalismo e della integrazione di cui la nazionale d’Oltralpe sarebbe la dimostrazione evidente. Ma è veramente così?

Come sempre la logica buonista manipola i fatti a suo piacimento, scartando e nascondendo sotto il tappeto quelli scomodi per esaltare e glorificare quelli che fanno comodo.

La nazionale francese non è affatto il melting pot che racconta il male informato Riotta. Casomai è un prodotto della disdicevole Francia colonialista, un succedaneo della sua passata grandeur africana. Il distillato di una potenza coloniale che formalmente ha dismesso le sue colonie africane (un po’ con le buone, un po’ con le cattive, come in Algeria) continuando però a dominarle economicamente e finanziariamente, a sfruttarne le risorse con le sue aziende e a condizionarne la politica con la presenza militare, con l’ingerenza negli affari pubblici e con la corruzione (vedi i diamanti di Giscard a Bokassa o il caso recente delle tangenti di Bollore).

Dal 1945 la Francia impone alle sue ex colonie una moneta comune, il Franco CFA, in due forme diverse (franco della Comunità Finanziaria dell’Africa e franco della Cooperazione Finanziaria dell’Africa Centrale) mantenendo la parità forzata con il Franco Francese prima e con l’Euro adesso, un valore troppo alto e sfavorevole per i paesi coinvolti. Con piena convertibilità e cambio garantito dal Tesoro francese che trattiene per questo il 65% delle dotazioni in valuta dei paesi dell’area, costituite in un fondo comune di riserva, e con la partecipazione delle autorità francesi alla definizione della politica monetaria della zona CFA. Un potere che dopo l’Euro è rimasto in capo alla Banca di Francia e non alla BCE.

Legate mani e piedi alla loro vecchia padrona, che ne controlla finanze e risorse, alle ex colonie non rimaneva che esportare braccia, mano d’opera a basso costo e disponibile a tutto utilissima per l’economia francese. Milioni di persone attirate nelle periferie invivibili della cosiddetta Douce France, che non li ha mai considerati cittadini come gli altri e li ha segregati di fatto in veri e propri ghetti etnici – le famose banlieue – divenuti prima invivibili poi ingestibili, come si è visto anche ieri al XVIII Arrondissement di Parigi, con conseguenze aberranti. E’ questa la realtà che sta dietro alla nazionale “multietnica” e dell’integrazione (presunta) che piace tanto ai buonisti, una realtà esattamente opposta ai loro sogni e ai loro raccontini edificanti.

I ragazzi neri che ieri hanno vinto il mondiale vengono tutti dai ghetti delle periferie e ne sono usciti, divenendo ricchi e famosi, grazie alla loro abilità col pallone, all’importanza del calcio e alla grandeur francese che aveva bisogno di loro per cercare di eccellere nello sport più popolare del mondo, nel quale i galletti francesi prima di loro non contavano un tubo e dove senza di loro non rappresenterebbero niente nemmeno adesso.

E’ stato lo sciovinismo francese a mandarli in nazionale, non l’ideale della società aperta e tollerante.

I loro amici e coetanei continuano a raccogliere ferrivecchi e a spazzare le strade delle banlieue in cui sono confinati come facevano Umtiti e Kantè prima che il calcio aprisse loro le porte della fama e della ricchezza, prima che l’insopportabile bulletto Macron, grazie a loro, potesse deliziarci con una ridicola esibizione da tifoso sfegatato e fuori controllo.

In fondo quella della nazionale francese non è nemmeno una storia originale.

Non è certo la prima volta che la Marianna sfrutta i suoi sudditi africani per i propri interessi. Basti pensare ai suoi eserciti coloniali: centinaia di migliaia di giovani africani (e indocinesi) reclutati in qualche modo, posti sotto il comando di ufficiali francesi e usati come carne da cannone nella Prima Guerra Mondiale e come nerbo dell’esercito francese (in realtà distrutto nel 1940) nella seconda, quando consentirono al Generale De Gaulle di sedersi con i vincitori facendo finta di avere vinto anche lui.

Erano i Tirailleurs – Senegalesi, Malgasci, Ivoriani – di Giroud, i Goumiers Marocchini (purtroppo tristemente noti) o Algerini di Juin pagati la metà dei Francesi, mandati a presidiare i settori più pericolosi del fronte con perdite altissime, decimati senza pietà dagli stessi Francesi in caso di rivolta, come nel caso del massacro di Thiaroye del 1944, poi congedati e rispediti in Africa da De Gaulle che, non avendo più bisogno di loro, se ne era liberato dando il via al cosiddetto “blanchiment” dell’esercito francese. Nessuna gratitudine né riconoscimenti a parte una pensione ridotta, di importo molto inferiore a quella dei francesi, che agli algerini fu addirittura tolta dopo l’indipendenza del loro paese e restituita da Chirac solo negli anni ’90.

E’ questa la vera storia che sta dietro alla nazionale francese-africana, una storia di colonialismo e sfruttamento, non di integrazione e tolleranza.

Oggi non ci sono più guerre mondiali e si gioca a calcio, fortunatamente per i ragazzi della nazionale blu che avranno dalla Francia, malgrado tutto, infinitamente di più di quello che hanno avuto i loro nonni o bisnonni in divisa coloniale. Ma per ognuno di loro ce ne sono molte altre migliaia che continuano a vivere indegnamente nelle banlieue, senza istruzione né lavoro, separati dai “veri francesi”, sfruttati esattamente come i loro genitori e abituati a ribellarsi come i loro nonni a Setif o a Thiaroye.

Ai commentatori buonisti, però, tutto questo non interessa.

Loro non studiano la storia, al massimo la trasformano in una insopportabile melassa di ipocrisia e buone intenzioni.