In questi giorni nel dibattito elettorale è entrato il tema del “fascismo e dell’antifascismo”. A sinistra il fascismo viene visto come un pericolo imminente, mentre per la destra, al massimo può essere affrontato come un tema storico.

Tuttavia, a questo proposito, «fa impressione ascoltare la seconda e la terza carica dello Stato riprendere i toni dell’antifascismo militante degli anni 1970; anche allora chi andava a scuola o all’università sapeva perfettamente chi erano i violenti che impedivano l’agibilità politica a tutti gli anticomunisti, mentre la grande stampa evocava il pericolo del “fascismo”. Anche allora, come oggi, la gente comune sapeva di chi avere paura, senza peraltro assolutamente condividere i gesti disperati di pochi violenti spesso infatuati d’ideologie solo apparentemente opposte a quelle che combattono». (M. Invernizzi, Paura, sicurezza e integrazione, 19.2.18, in www.alleanzacattolica.org).

Di fronte a questo misero spettacolo politico, nessuno si sogna di discutere, di “comunismo e anticomunismo”, in particolare, del costo umano del comunismo e sul fatto che ancora oggi l’ideologia comunista, non ha fatto i conti con la storia. Tra le tante rivoluzioni comuniste quella che ancora non è stata scritta compiutamente è la rivoluzione maoista in Cina.

Non sono tanti gli studi sull’argomento. Uno studio serio l’ho recensito l’anno scorso,” dello storico giornalista inglese, J. Becker, La Rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta”, Il Saggiatore (1998). In questi giorni ho letto un libro-diario sulle sistematiche violenze subite dai cristiani in Cina ad opera del comunismo maoista. Si tratta di «In catene per Cristo. Diari di martiri nella Cina di Mao”, a cura di Gerolamo Fazzini, Emi (2015).“Quanti libri,– scrive Fazzini nell’introduzione – testimonianze, film sono usciti, nell’arco di mezzo secolo, sulla Shoah, la tragedia-simbolo del Novecento? Difficile, se non impossibile, stabilirlo». E non mi sembra che il tema patisca indifferenza come si è sostenuto a Milano nella recente Giornata della Memoria.

Piuttosto l’indifferenza la riscontriamo sui tanti, troppi stermini ad opera dei movimenti, dei regimi comunisti, e in particolare per quelli del comunismo cinese. Il libro “In catene per Cristo”, ha il merito di raccontare le decine di milioni di morti; i migliaia di prigionieri incarcerati con accuse false e processi-farsa; centinaia di campi di concentramento, detti laogai, versione cinese dei lager nazisti e dei gulag sovietici. Il testo raccoglie per la prima volta quattro testimonianze autobiografiche, presentandole al grande pubblico. Testimonianze dirette delle persecuzioni degli anni Cinquanta e Sessanta. Con il racconto di messe e comunioni celebrate e vissute anche in proibitive condizioni di prigionia. I quattro testimoni, cioè “martiri” nell’originale significato greco della parola, sono nell’ordine:
Gaetano Pollio, missionario italiano del Pontificio Istituto Missioni Estere, poi arcivescovo di Kaifeng, arrestato e costretto ai lavori forzati per sei mesi nel 1951 e infine espulso;
Domenico Tang, gesuita, arcivescovo di Canton, incarcerato senza processo per ventidue anni senza che nessuno sapesse più nulla di lui, al punto da essere creduto morto;
Giovanni Liao, catechista, imprigionato in un “laogai” per ventidue anni per la sola colpa di essere e restare fedele cattolico;
Leone Chan, quattro anni e mezzo di carcere, uno dei primi preti cinesi fuggiti all’estero a riferire la verità sulla Cina, proprio in quegli anni Sessanta in cui il “Libretto rosso” di Mao era di gran moda in Occidente come manifesto di libertà ed emancipazione.

Sandro Magister presentando il libro nel maggio del 2015, scriveva: “La Chiesa cattolica cinese è, nel mondo, una di quelle che da più tempo è sottoposta a ininterrotto martirio. Eppure di questo martirio troppo poco si sa. Sia nelle modalità relativamente più blande degli anni recenti. Sia nei suoi picchi di crudeltà estrema, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
La Cina non ha avuto un suo Aleksandr Solgenitsin, né un racconto dell’inferno dei “laogai”, i suoi campi di lavoro forzato e di sterminio, di grandiosità paragonabile ad ‘Arcipelago Gulag’”
. (S. Magister, Diari di martiri nella Cina di Mao, 23.5.15, in www.Chiesa.espressonline.it)

E’ opportuno sottolineare l’opera meritoria del Pime, (Pontificio Istituto Missioni Esteri) che attraverso articoli con la rivista Asianews e con diversi libri ha riscritto la storia della Rivoluzione cinese di Mao Zedong.

Che senso ha raccontare le persecuzioni dei cattolici ai tempi di Mao Zedong? Che senso ha oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, rileggere le pagine del diario di monsignor Pollio. Risponde padre Bernardo Cervellera, direttore di Asianews: «Anzitutto per mostrare che le cose che si narrano in questo libro non sono fatti di un lontano passato, ma continuano ancora nel presente, talvolta con meno crudeltà, ma sempre con un controllo totalitario sulla vita dei cristiani”. Ma c’è anche un altro motivo: “è che questo libro vince il silenzio sulla persecuzione nel periodo maoista, trattato da troppo pochi specialisti e storici. Parlare di tali drammatici eventi, penso aiuterà a non tacere anche sulle persecuzioni attuali. Vale sempre l’adagio che chi non ricorda la storia, è condannato a ripeterla; chi nasconde le persecuzioni del passato, imbavaglia anche il presente».

Nell’introduzione il curatore Gerolamo Fazzini racconta dei casi paradossali; è capitato che si tenevano nei cassetti questi dettagliati resoconti della brutale persecuzione maoista, perché si era convinti che “i tempi nuovi” in Cina erano promettenti per la Chiesa cattolica. Quindi era inutile raccontare il periodo buio del maoismo. Anche don Piero Gheddo racconta il disinteresse delle case editrici per questi diari.

La Cina, il mondo ha bisogno di fare i conti con la storia e questo libro, può dare una mano alla verità e alla Cina. Anche perchè come scrive il sociologo delle religioni americano, Rodney Stark, la Cina è l’unico paese al mondo dove il cristianesimo cresce vertiginosamente. Il numero di questi testimoni ridotti “in catene per Cristo”, ha prodotto il“miracolo” della crescita dei nuovi cristiani in Cina.

Abbiamo il dovere di fare memoria dei tanti testimoni, della fede in Cina, ce lo ricordava il cardinale Joseph Zen Zekiun presentando il “Libro rosso dei martiri cinesi”, pubblicato nel 2007 dalla San Paolo. Certo i quattro testimoni che il libro presenta, forse non sono martiri, perchè sono sopravvissute alle pur lunghe e incredibile sevizie di cui sono state fatte oggetto, di sicuro però possiamo chiamarli, “confessori della fede”.

Perché è stato pubblicato questo libro? La risposta viene data dal curatore: «siamo di fronte a pagine di altissimo valore, che vanno fatte conoscere perché siano meditate e pregate, frutto – come sono – di vite vissute con radicalità estrema sulle orme del Vangelo. Sono pagine che, nella loro semplicità e talora in uno stile molto asciutto, trasudano fede […]Una fede che, temprata dalle avversità più terribili, sopravvive e risplende ancora oggi […] Far memoria dei martiri, della loro perseveranza e del loro coraggio, è quindi un modo – attualissimo e prezioso – per rafforzare la nostra fede».

La grande testimonianza dei quattro protagonisti del libro è corrisponde alle esortazioni di Papa Francesco che più volte ha richiamato la Chiesa a lottare contro la tentazione della mediocrità, di una fede “negoziata”.«Siamo coraggiosi come Pietro o un po’ tiepidi?”, ha osservato il Papa, [Pietro]“non ha taciuto la fede, non è sceso a compromessi, perché la fede non si negozia». Il Papa inoltre ha ribadito: «Per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti Paesi. Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa dei martiri». Pertanto anche oggi in Cina continuano ad esserci preti e vescovi in detenzione.«Per loro è essenziale sapere che non sono soli, che c’è gente che prega per loro, conosce le loro sofferenze e si unisce al Signore in preghiera con loro». Infatti nel suo diario monsignor Domenico Tang dice chiaramente che è stato proprio questo senso di comunione a sorreggerlo nei lunghi anni di forzata solitudine: «Benché fossi staccato dal mondo esterno, sapevo che i cattolici di tutta la Chiesa, insieme ai gesuiti, mi sostenevano: i miei preti e i miei fedeli pregavano per me, e non ero stato rifiutato dalla gente. Per cui mi sorreggeva una grande forza spirituale».

Fazzini critica la palese indifferenza delle comunità cristiane occidentali, dell’Italia, rinchiuse in se stesse, non prendono sul serio la testimonianza di questi “confessori e martiri della Chiesa di Cina”, che “appartengono all’intera cristianità ed è nostro dovere, oltre che diritto, presentare le loro testimonianze perché alimentino la fede dei cristiani di tutto il mondo”.

L’accanimento dei comunisti cinesi nei confronti della gerarchia cattolica e dei fedeli fu la conseguenza del rifiuto dei vescovi della cosiddetta “riforma”, che il governo voleva imporre alla Chiesa. Si voleva a tutti i costi spezzare il legame fra la Chiesa cinese e il Vaticano, il Papa. Monsignor Pollio lo chiarisce bene nel suo diario. “Senza il Papa, non c’è la Chiesa cattolica”, ribadiva monsignor Tang di fronte ai giudici comunisti.

Dagli autori protagonisti di questi diari emerge una “straordinaria capacità di perdonare i propri carnefici, che costituisce il ‘marchio di fabbrica’ del martirio autenticamente cristiano”. Le loro storie hanno una rilevanza storica, in particolare quella di padre Chan, che è stato il primo a testimoniare all’estero le atrocità della rivoluzione maoista. Padre Gheddo ha potuto seguire personalmente i racconti di questi testimoni, presenti nel libro. E’ stato grazie a questi testimoni autorevoli, se abbiamo conosciuto la situazione reale della Chiesa in Cina subito dopo la presa del potere di Mao Zedong.

I testi proposti offrono un contributo prezioso a chi voglia conoscere che cosa sia stata, nei fatti, la vicenda cinese tra gli anni Quaranta e gli anni Settanta del secolo scorso: gli anni del mito di Mao.

Ancora una volta il libro cita il cardinale Zen: “Per molti anni il maoismo è stato esaltato, oltre il limite della ragionevolezza. Anche coloro che non erano d’accordo non hanno avuto il coraggio, o la libertà interiore, di parlare fuori dal coro ideologico, forse per non essere annoverati fra i reazionari”.

Quei pochi storici come Stefano Cammelli, che si sono occupati dei massacri di milioni di cinesi ad opera del comunismo maoista, hanno potuto sostenere dopo anni di seri studi che “la storia della rivoluzione cinese, avventura ideologica e mitica, alla quale buona parte della sinistra europea si è rifatta con ammirazione, va sostanzialmente riscritta. Il j’accuse di Cammelli suona inequivocabile: gli storici occidentali hanno ignorato le fonti missionarie, privandosi così di una componente preziosa, anzi irrinunciabile”.

Cammelli accusa “la comunità degli esperti” di aver alzato “un muro di così alte dimensioni che ancora oggi pesa in molti ambienti universitari”, sopratutto nei riguardi di chi coraggiosamente denunciava la vera realtà della politica maoista. “Nessuno più lavorava. Giovani e vecchi, senza distinzione, passavano tutto il tempo fra ‘riunioni di massa’ e ‘sessioni di lotta’[…] Non si è lontani dal vero quando si afferma che, in quegli anni, il Paese era diventato un gigantesco manicomio”. Sono queste, delle “parole che pesano come macigni. Abissalmente lontane dall’entusiastica descrizione che, come detto, della situazione cinese hanno offerto, per anni, maitres a’ penser di casa nostra, affascinati e infatuati del grande Timoniere e dell’immane e azzardato esperimento sociale da questi condotto per decenni”.

Giovanni Liao Shouji, in “La mia vita nei laogai”, descrive la riduzione di emozioni e sentimenti che la prolungata vita nel carcere procurava ai detenuti: “siamo davanti all’annientamento scientifico, perversamente perseguito, dell’umano. Altro che la ‘liberazione’ dipinta dalla propaganda maoista!”. Ormai è storia come negli anni sessanta, numerosi intellettuali occidentali renderanno la figura di Mao popolare fino a sfiorare l’idolatria.

Dopo le recenti acquisizioni storiografiche che permettono di giudicare oggettivamente la rivoluzione di Mao Zedong, si può affermare che il “Sole rosso” sia responsabile – direttamente o meno – di crimini pari o addirittura superiori, per crudeltà, intensità e durata, a quelli di Stalin e dello stesso Hitler. “Un ex gerarca maoista riparato all’estero, Chen Yizi, afferma di aver visto un documento interno del partito comunista che quantificava in ottanta milioni il numero dei morti ‘per cause non naturali’ nel periodo del ‘Grande balzo in avanti’ “.

Certo ancora molto lavoro si deve fare per far conoscere le atrocità del comunismo maoista, molto aveva fatto Harry Wu, recentemente scomparso in circostanze misteriose, uno dei più famosi dissidenti cinesi, che ha documentato numero, caratteristiche, funzionamento dei campi di lavoro cinesi, anche se siamo ancora lontani dal conoscere nel dettaglio la vita di questi campi, come è avvenuto per i gulag sovietici, grazie a Solzenicyn.

Leggendo In catene per Cristo troveremo diversi fatti che dimostrano la vera natura intrinsecamente violenta del maoismo. I diari dei nostri protagonisti elencano diversi episodi, diversi crimini commessi dai carcerieri come quando ti processavano pubblicamente e dovevi chinare il capo, se non lo facevi, ti mettevano una grossa pietra al collo per obbligarti ad abbassare la testa. E’ capitato diverse volte. Nelle carceri regnava la delazione, non ci si poteva fidare di nessuno, si veniva incoraggiati a fare la spia. In questi campi di lavoro a mani nude, regnava la fame nera, oltre che al freddo polare.

Alla fine dell’introduzione Fazzini ci tiene a precisare che questi testi devono essere letti non soltanto come documenti storici, ma soprattutto dev’essere una lettura di tipo spirituale.“Gli stessi protagonisti di queste vicende, pur prendendo le distanze dal comunismo, mai si avventurano nella contro-propaganda, nell’ostilità o nella vendetta. Né lo faremo noi. Preferiamo assumere lo stile, autenticamente evangelico, di questi martiri che sempre sono stati convinti di una cosa: ossia che la loro sofferenza, vissuta e accettata in nome della fede, parlasse ossia più delle parole, arrivando persino a far breccia nel cuore dei persecutori”. Certo l’atteggiamento dei martiri, protagonisti del libro, è giusto, loro hanno subito ogni indicibile persecuzione e riescono anche a perdonare. Diverso dev’essere l’atteggiamento dello storico o del politico, loro devono cercare sempre di far conoscere la verità e soprattutto evitare di non cadere in quegli atteggiamenti ideologici che hanno portato alle aberrazioni dei vari comunismi, quindi se occorre devono diffondere un sano anticomunismo.

Nel testo si possono leggere le descrizioni dell’efferatezza dei processi, le atrocità delle torture, i ferri, le catene ai polsi e alle caviglie sanguinanti, la diabolica crudeltà della “rieducazione”.

Il racconto di come la liturgia eucaristica è stata celebrata e vissuta anche in proibitive condizioni di prigionia, in questo caso da parte di un vescovo e di umili fedeli, tutte giovani donne più una bambina di soli 4 anni, dalla fede così forte nel sacramento culmine e fonte della vita della Chiesa, da “spostare le montagne” e rendere reale l’inimmaginabile.
“Una lezione che è oggi di straordinaria attualità, – scrive Magister – in tempi nei quali la comunione eucaristica decade spesso a banale metafora di solidarietà e condivisione tutte terrene”.

Il testo soprattutto di monsignor Pollio ha un valore documentale, racconta in presa diretta le terribili sevizie cui erano sottoposti i detenuti:“il tonfo dei torturati, che venivano sollevati alla trave del carcere legati per i pollici e poi lasciati cadere, era ogni volta una ferita al mio animo[…]”. L’arresto, le calunnie subite, di essere un “imperialista”, le intere giornate di snervanti interrogatori.“I processi, sotto il regime comunista, sono terribilmente snervanti. In essi la giustizia è un assurdo: vengono inventate accuse inverosimili e inconsistenti, lette le più ripugnanti deposizione; si presentano numerosi falsi testimoni […]”. La vita in carcere, in mezzo ai delinquenti,“in cella costretti a stare seduti a terra tutto il giorno dalle 5 del mattino alle 10 di sera, senza poterci alzare e muovere; la terra umida, per cui in poco tempo, il mio corpo si coprì di piaghe”. E poi le catene, il peggiore supplizio. Quelli che portavano le catene ai piedi e i ferri alle mani legate dietro la schiena, mangiavano come i cani. Dovevano spingere quel tozzo di pane contro il muro, per avere un appoggio e addentarlo.

La Via Crucis che doveva subire quando lo portavano al tribunale. Dovevi fare tre chilometri con le catene alle caviglie – raccconta monsignor Pollio – e spesso passavi in mezzo a delle folle obbligate a gridare col pugno chiuso e inveire contro i detenuti imperialisti.

Il vescovo nel raccontare la sua prigionia, ci dà anche istruzioni sulle aberrazioni dell’ideologia comunista dove le generazioni vengono educate alla scuola dell’odio, a questa scuola deve formarsi il bolscevico del domani.“Dopo diciannove secoli, da Mosca è partito un altro comando, in antitesi con quello di Gesù: ‘Abbasso l’amore del prossimo. Abbiamo bisogno di odio. L’odio è santo. “I comunisti hanno scelto l’odio – ribadisce monsignor Pollio – perché il comunismo non è civiltà ma barbarie, la più grande barbarie della storia”. Per fare questo bisognava indottrinare i giovani con tutti mezzi. Fino a raggiungere quel terribile risultato come di quel figlio di un pastore protestante, il giovane Luo Chen Han che imbevuto dell’indottrinamento ricevuto a scuola, fece arrestare il padre e chiese al governo di metterlo a morte, assistendo poi alla barbara esecuzione di colui che gli aveva dato la vita.