Dopo la bella biografia di Rachele Ferrario, editata da Mondadori nel 2015, ecco ora una doppia mostra dedicata a Margherita Sarfatti, giornalista, scrittrice e primo critico d’arte donna in Europa. Una protagonista assoluta della scena artistica e culturale del Novecento ma “colpevole” d’avere amato in modo turbinoso un giovane romagnolo: Benito Mussolini. Nata a Venezia l’8 aprile 1880 da una nota famiglia ebraica, scrittrice e da sempre appassionata d’arte, nel 1898 sposa l’avvocato Cesare Sarfatti, militante socialista, da cui prese il cognome. Nel 1902 si trasferisce a Milano, dove inizia a scrivere sull’“Avanti!”, e nel 1909 diventa direttrice della rubrica d’arte. Nel 1912 l’incontro fatale con Benito; inizialmente, un rapporto conflittuale, progressivamente trasformatosi in un legame profondo; Margherita lo segue senza indugi nella sua battaglia interventista e nella rottura con socialisti. Nella guerra mondiale il 28 gennaio 1918, il figlio Roberto, volontario non ancora diciottenne, cade sull’Altopiano di Asiago. Un dolore straziante che l’accompagnerà per sempre. Al giovane, medaglia d’oro al valore, Margherita farà erigere dall’architetto Terragni sul luogo dove Roberto era morto un monumento funebre.

Nel dopoguerra il suo salotto milanese (al numero 93 di Corso Venezia) diventa un formidabile laboratorio culturale frequentato da scrittori, pittori, poeti. Nel 1922, la signora fonda — con Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Emilio Malerba, Pietro Marussig, Ubaldo Oppi e Anselmo Bucci (che inventò il nome) — il “Gruppo del Novecento”, un’avanguardia artistica in linea con la tradizione classica ma lontana da ogni provincialismo. Un progetto ambizioso che influenzerà a lungo la scena nazionale e internazionale (e le politiche culturali del regime…).

Nel tempo il suo legame con Benito prosegue con scosse ma in modo, per entrambi, fecondo e nel 1926 scrive la biografia “Dux”. Un atto d’amore. Tutto però si rompe all’indomani della guerra d’Africa. Margherita diffida della retorica imperiale, teme la deriva totalitaria del regime e non sopporta l’avvicinamento fatale alla Germania hitleriana (e in più detesta l’invasiva Petacci…). Nell’esilio scriverà: «Mi allontanai dal fascismo, con mio cocente dolore, quando cominciò la sua degenerazione, quando si mise a copiare se stesso, o piuttosto la sua parodia sadica e grottesca, il nazismo». Nel 1938 la Sarfatti è costretta a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali: dopo essersi rifugiata a Parigi, Uruguay e Argentina, torna in Patria solo nel 1947. Dimenticata, emarginata, derisa muore nel 1961 nella sua villa di Cavallasca, nei pressi di Como.

Segue un lungo oblio oggi finalmente spezzato. La doppia mostra di Milano e Rovereto esplora la complessa figura della Sarfatti: dunque, due rassegne complementari, ognuna dedicata ad aspetti diversi. La mostra milanese, curata da Anna Maria Montaldo e Danka Giacon con la collaborazione di Antonello Negri, propone un percorso attraverso circa novanta opere dei protagonisti del movimento Novecento Italiano: una stagione che vide sorgere gli astri di Umberto Boccioni, Giorgio de Chirico, Adolfo Wildt, e ovviamente dei sette artisti che, assieme Margherita, nel 1922 alla Galleria Pesaro di Milano fondarono il movimento.

L’esposizione di Rovereto, curata da Daniela Ferrari, ha invece come obiettivo quello di ricostruire il progetto di espansione culturale di Margherita Sarfatti, con particolare attenzione alle mostre organizzate in Europa e nelle Americhe per promuovere lo stile italiano e l’idea di “moderna classicità”. Esposte circa cento opere con capolavori di Boccioni, De Chirico, i sette fondatori di Novecento italiano, e poi Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio Morandi, Medardo Rosso, Gino Severini. Da vedere.

 

Margherita Sarfatti – Segni, colori e luci a Milano
Museo del Novecento
Via Guglielmo Marconi, 1
20122 Milano

Il Novecento Italiano nel mondo
Corso Angelo Bettini, 43
38068 Rovereto

Periodo di apertura
Milano – 21 Sett 2018 – 24 Feb 2019
Rovereto – 22 Sett 2018 – 24 Feb 2019