Le situazioni di emergenza o di pericolo o di squilibrio sociale sono da sempre l’ideale brodo di coltura di colpi di stato o di svolte autoritarie di varia intensità, come spiegava già nel 1931 Curzio Malaparte nel suo celebre “Tecnica del colpo di stato”. Possono portare a rivolgimenti violenti, come nei vecchi golpe sudamericani, o all’autoritarismo soft di certi cosiddetti golpe bianchi che comprimono le libertà individuali salvando in modo più o meno conveniente certe apparenze.

Il regime di Giuseppi, personaggio privo di qualsiasi legittimazione popolare, con la sua pioggia di decreti amministrativi senza nessun controllo di legittimità, la connivenza dei media e degli apparati burocratici, la copertura di noti costituzionalisti impegnati in aberranti salti mortali logici e il fiancheggiamento del sottobosco intellettuale rientra senz’altro nella seconda tipologia.

Ovviamente sempre all’italiana, in una situazione grave ma non seria, seguendo le regole auree dei poteri italioti: forti con i deboli e deboli coi forti; le leggi con gli amici si interpretano e coi nemici si applicano; chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto.

Prendiamo ad esempio quello che succede a Milano dove il 29 aprile scorso la DIGOS, che a quanto pare presidiava in forze Via Paladini temendo quelle che un cronista di Repubblica dotato di molta fantasia ha chiamato “manifestazioni paramilitari”, ha stroncato “l’incursione mattutina” (sempre Repubblica) di ben 3 (tre) militanti più un fotografo, con multe da 400 Euro (in mancanza di meglio) per essere usciti di casa senza “valido motivo” in violazione delle (formalmente discutibili) regole del lockdown. Un perfetto esempio del perverso accoppiamento tra necessità dell’emergenza e volontà di repressione delle opinioni.

Persino peggiore l’episodio di questa mattina, quando una cinquantina di ristoratori e gestori di bar in rappresentanza di altre 2000 attività del settore – tutti con mascherina e rispettando il distanziamento – hanno protestato contro il governo disponendo decine di sedie vuote all’Arco della Pace per rappresentare i locali chiusi oramai da più di due mesi senza che si sappia se e quando potranno riaprire. L’unica reazione dell’autorità costituita, però, sono state le multe della polizia locale per il mancato rispetto del divieto di assembramento previsto dalle solite norme anti contagio. Sui gravi problemi, economici e non, di gente privata da mesi del proprio lavoro ovviamente silenzio di tomba.

Potremmo definirlo un approccio alla Bava Beccaris riveduto e corretto: il popolo protesta per il pane (metaforico) e il governo risponde a cannonate, in questo caso raffiche di multe da 400 euro a chi non incassa da molto tempo un centesimo, ma deve continuare a pagarsi le spese. Se poi quello dei ristoratori era un assembramento proibito, qualcuno dovrebbe spiegare cos’erano invece quelli che il 25 aprile si sono visti a Bologna, Roma e Milano senza che nessuno facesse una piega né, tantomeno, una multa.

Ovviamente conosciamo bene la risposta.