L’Algeria s’interroga sul suo futuro. E lo vede nero. Come il lutto che l’avvolge dal 23 dicembre quando il capo dello Stato maggiore dell’Esercito popolare nazionale dell’Algeria, Ahmed Gaid Salah, è deceduto per un attacco cardiaco. Dapprima l’indiscrezione aveva fatto il giro dei circoli del potere, ma nessuno aveva confermato. Poi è diventata pubblica con un comunicato della presidenza algerina. La smentita delle voci su come sia avvenuta la sua fine continuano comunque a circolare.
Ad Algeri tutto è opaco. La gente crede e non crede. C’è chi si chiede se sia stato davvero un infarto ad ucciderlo. Il regime è cauto e si limita a tenere sotto controllo la situazione generale e ribadisce la tesi ufficiale.

I militari, come sempre in queste occasioni, sono stati allertati, da quanto si apprende. Gaid Salah non era soltanto il più alto in grado delle forze armate algerine, ma l’uomo che tirava i fili del potere, che decideva dell’esito di manovre di Palazzo e si assumeva la responsabilità di determinare l’indirizzo politico stando necessariamente dietro le quinte.

Non a caso è stato il regista delle recenti elezioni presidenziali dalle quali è uscito vincitore Abdelmadjid Tebboune, uno dei cinque designati dalla cerchia di oligarchi che in qualche maniera ha tenuto “prigioniero” Abdelaziz Bouteflika, la cui esistenza politica è stata “protetta”, fin quando ha potuto e voluto, proprio da Gaid Salah. Resosi conto, nella scorsa primavera anche la gente non tollerava più l’anomala posizione del presidente che per ben quattro volte era stato eletto a dispetto del buon senso e dei pessimi risultati economici ottenuti, soprattutto negli ultimi anni, il capo dei Stato maggiore lo ha convinto – non sappiamo con quali argomenti – a mollare.

Poi ha preso in mano la situazione ed ha costretto l’ammalato Bouteklika ad indire nuove elezioni (tramite un presidente se interim, naturalmente). Il risultato scontato era garantito dall’uomo che improvvisamente è scomparso e che s’è portato nella tomba tutti i segreti di cui era depositario.

Il suo potere era diventato smisurato dal 22 febbraio scorso, data di inizio delle sommosse popolari della cosiddetta “rivoluzione del sorriso” portata avanti dal movimento popolare spontaneo “Al Hirak”, e a ottant’anni, che avrebbe compiuto il prossimo 13 gennaio, da tutti era ritenuto il garante della “transizione”.

Tebboune, senza di lui, in balia degli altri quattro pretendenti alla presidenza e con un movimento di opposizione destinato a crescere approfittando del vuoto di potere creatosi con la morte di Gaid Salah, può fare poco o niente. Già come ministro e poi per un breve tempo primo ministro di Bouteflika, si era dimostrato piuttosto incline ad eseguire gli ordini piuttosto che ad assumere iniziative politiche. Un debole, insomma. E l’Algeria di tutto ha bisogno tranne di un uomo che abbia un profilo del genere.

Dopo i tre giorni di lutto proclamati dal neo-presidente, cominceranno le già previste lotte intestine per indirizzare il corso degli eventi. Da un lato Bouteflika di fatto non ha nessun potere e giace ammalato in disparte, mentre i suoi uomini più vicini mirano a costruire assetti che senza un “forte garante” sarà piuttosto difficile da mettere insieme. Il presidente Tebboune, che ha già nominato il sostituto di Gaid, il capo delle Forze terrestri Said Chingriha, uomo centrale in questa fase, è alle prese con la formazione del nuovo esecutivo che, secondo i patti, non poteva prescindere dall’opinione dello scomparso generale la cui ultima apparizione pubblica risale a giovedì 19 dicembre, durante la cerimonia di investitura del nuovo presidente della Repubblica.

Gaid era diventato importante agli occhi degli algerini lo scorso marzo quando indusse Bouteflika a dimettersi, cosa che il vecchio presidente fece il 2 aprile. Per due mesi ha sempre mostrato un volto rassicurante, dimostrando perfino di voler proteggere i dimostranti, ma nessuno si fidava di lui. Da sempre, l’Algeria è stata dominata dai militari e dall’oligarchia economico-finanziaria. Gaid Salah garantiva la stabilità degli assetti ed anche Al Hirak ha dovuto prendere coscienza che senza il potente capo di Stato maggiore l’Algeria sarebbe precipitata nel caos. Adesso il grande e speriamo non macabro ballo del potere algerino è incominciato.