Alla settima giornata di campionato lo scorso anno il Napoli aveva già sei punti di distacco dalla Juventus. Quanti ne ha ora. I campioni d’Italia ventuno , i partenopei quindici. Non è cambiato molto, in apparenza, dunque. Ma solo in apparenza. Tra Le due squadre ve ne sono altre due piuttosto minacciose: Inter e Atalanta. Se nella passata stagione la partita era sostanzialmente a due, quest’anno si profila a quattro, se non di più, ma con il Napoli decisamente svantaggiato viste le prime sette uscite, Champions League a parte nella quale ha mostrato l’abituale classe di un tempo contro il Liverpool, mentre è sostanzialmente “caduta” davanti al modesto Genk rimediando uno squallido pareggio. Ci può stare un avvio non esaltante del campionato, ma quel che non si spiega è la rapida involuzione tecnico-tattica della squadra, come se avesse disimparato a giocare e a segnare. Priva di idee, per niente brillante, assente per lunghi tratti delle gare, incapace perfino di fare le cose più semplici. Era la Grande Bellezza, è diventata la Grande Schifezza. Aggiratevi nelle stradine di Napoli, tra i quartieri alti, dalle parti della Ferrovia, tra via Caracciolo e Piazza dei Martiri, nei salotti buoni e nei miserabili angiporti affollati da un’umanità alla continua ricerca di qualcosa che che non trova, sentirete un coro: rabbioso a tratti e permanentemente dolente. Il coro della Grande Depressione.

Si può spiegare con il calcio la crisi esistenziale e morale di una città? A Napoli sì. Perché là il calcio non è soltanto un gioco, ma la metafora vissuta di una vita collettiva che chiede ed attende da tempo immemorabile un possibile riscatto.

Napoli sprofonda, è vero, da sempre. Ma adesso si avvertono laceranti le contraddizioni di due amministrazioni, regionale e comunale, che si sono fatte la guerra per anni e sono arrivate alla resa dei conti; conti che pagheranno i cittadini. Due leader inventati dalla disperazione populista hanno ridotto la città e, più in generale la Campania, ad una misera landa dove nessun problema inerente la vivibilità è stato risolto negli ultimi cinque anni. Anzi, tutti si sono acuiti, dalla disoccupazione alla elusione scolastica, dall’assedio dell’immondizia ai trasporti che fanno acqua da tutte le parti, dalla mancata bonifica della Terra dei fuochi al connesso aumento, in proporzioni allucinanti, delle insorgenze dei tumori nel Casertano e nel Napoletano, per non dire della piaga della criminalità organizzata che ormai non fa più notizia.

Classi dirigenti allo sbando si fanno guerre ridicole di fronte ai drammatici problemi del territorio. I cittadini non hanno altro modo per reagire se non fregandose o rispondendo agli ammiccamenti dei demagoghi che sono altrettanto complici   nel degrado: checché ne dicano sono anche loro parte della classe dirigente, esprimono  ragguardevoli  rappresentanti nelle istituzioni parlamentari ed esponenti di governo.

In questi giorni a San Gregorio Armeno si lavora alacremente per fabbricare i nuovi pastori che dovranno addobbare i presepi il prossimo Natale. Colpisce l’attualità che prende forma sulle bancarelle. Sembra che i tempi evangelici celebrati dagli artigiani napoletani non interessino più e accanto al classico pastorello o alla fanciulla che si reca alla fonte, insieme con i re Magi e gli immancabili cammelli, compaiono personaggi della cronaca napoletana e nazionale, ma anche qualche sconsolato interprete dell’infinita saga calcistica.

È un modo per rappresentare la disperazione di un popolo al quale oleograficamente è rimasto soltanto lo splendido Golfo a cui guardare, ma con il rischio di stancarsi di tanta sovrumana bellezza (essa sì, tutt’altro che effimera) a fronte di una esistenza collettiva talmente avvilente da sembrare irreale.

Come il Napoli che non incanta più. Si dirà: di fronte allo sfascio che la città esibisce quotidianamente è possibile che il calcio abbia un ruolo tanto importante? Per quanto possa sembrare strano è così. Qui, più che altrove, non è soltanto calcio. E questo De Laurentiis e Ancelotti avrebbero dovuto capirlo, come lo capirono ai tempi loro Sivori, Vinicio, Pesaola e Maradona che penetrarono nelle viscere della città, ne conquistarono l’anima, contribuirono, talvolta con risultati esaltanti, talaltra con l’entusiasmo che sapevano trasmettere, a sostituire il reale con l’irreale, e la fantasia con il potere, anzi contro il potere. Era più buono perfino il caffè Borghetti sulle gelide gradinate del San Paolo al tempo in cui gli Dèi graziosamente piegavano lo sguardo su Fuorigrotta e indirizzavano partite nel segno dello spettacolo, indipendentemente dal risultato.

Gli spenti  milionari che vediamo svogliatamente sgambettare sul terreno di gioco in queste settimane fanno riemergere antichi dolori sociali (parzialmente attutiti nel tempo passato dalla Grande Bellezza sarriana, per quanto non abbia portato uno straccio di trofeo, a parte un titolino, o dalle illusioni elargite munificamente da Benitez o dalle faville di Mazzarri) e, per quanto possa apparire paradossale, tolgono smalto alla città che almeno un primato se l’era conquistato: l’anti-Juve per eccellenza. Che poi vuol dire ben altro. La risposta – magari a mo’ di sberleffo – all’Italia che continua a considerare i napoletani “brutti sporchi cattivi”, come da regolari insulti domenicali e pre-domenicali che si levano dalle sportivissime tribune di un’Italia indubbiamente più civile, affetta peraltro da un un morbo vagamente razzista quando il piede di Kalidou Koulibaly colpisce la palla e s’accende in un orgasmo prossimo al parossismo se lo stesso difensore senegalese commette un errore che costa la sconfitta alla sua squadra.

Il tutto fa parte di un universo psico-onirico nel quale i sogni e gli incubi nascono e muoiono insieme. Il riscatto e caduta, per esempio. La speranza e la delusione. La fatalità e il tormento. La discesa agli inferi ed il paradiso a portata di mano. A Napoli tutto si tiene e volete che una partita o un campionato non accendano questi elementi incistati nell’anima collettiva? Si sa, nei vicoli che nelle zone eleganti, che la  filosofia del calcio è rigorosa come un teorema aristotelico, una tesi kantiana, un assunto hegeliano. E pure i sogni e gli incubi, non riconducibili alla sfera della razionalità, ma piuttosto ad un universo mitopoietico, nella fattispecie di conio leopardiano-partenopeo (non a caso il grande recanatese chiuse gli occhi davanti alla luce di Napoli che lentamente si  affievoliva accompagnandolo nell’aldilà, estremo riguardo all’uomo che tra l’irato Vesuvio e la dolcezza del Golfo aveva deciso di lasciare i suoi giorni), fanno parte del calcio che è vita  nella città dove la gioia e la miseria, il pianto ed il sorriso e le tempeste d’amore sono tasselli  dell’Essere nel Tempo, concluderebbe un Heidegger mediterraneo.

Un universo unico in Europa, paragonabile forse, per alcuni aspetti, al “sentimento” sudamericano una volta in voga, quando – per essere chiari –  i verde-oro, gli albiceleste, gli uruguagi erano reali eroi di saghe nazional-popolari e non merce d’esportazione sui mercati occidentali come “prede” da neutralizzare, acquistandole, nelle sontuose aste allestite per gli spettacoli televisivi. Sogni, incubi, drammi individuali e collettivi alla Bombonera, al Monumental, al Maracanà, al Centenario, all’Azteca: ricordiamo tutto come i canti omerici, intrecci di irreali proiezioni nelle festose guerre crudeli tra nemici implacabili dalle quale non sempre usciva vittorioso il migliore, ma quasi mai il vinto era lo “sconfitto”.

Il football a Napoli (e dintorni), insomma, forse per un’eredità non totalmente dilapidata di provenienza  greca ed ispanica, così somigliante a quella latino-americana, ripete uno schema classico al quale il football tecnologico e mercantile contemporaneo, prevalente ovunque o quasi (si salva, speriamo ancora per molto, la mitica Islanda), si ripropone come una “guerra” di sentimenti nella quale i sogni e gli incubi, naturalmente, si fronteggiano e si sovrappongono in uno strano gioco che non si saprebbe se più nobile o più selvaggio. Nel mentre gli idoli dell’arena sputano sangue per arrivare alla meta, basta una disattenzione per far crollare il castello appena realizzato. E la danza macabra prende il sopravvento, non diversamente da quanto accadde in Brasile, al Maracanà, nel fatale 1950: gli uomini di Obdulio Varela misero in ginocchio una nazione con due centri degli uruguagi italianizzati, Ghiggia e Schiaffino che non vinsero soltanto la Coppa Rimet per la seconda volta, ma condannarono all’inferno l’incolpevole Barbosa, portiere eccelso, maledetto in vita ed in morte per per quel peccato (anzi due), che mai gli venne perdonato. Il sogno del primato e l’incubo dell’affondamento. Morti veri sugli spalti e nelle favelas, quando si dice che il calcio è la simulazione della guerra con altri mezzi.

A Napoli non si arriva a tanto. C’è il fatalismo dionisiaco che accende e spegne gli entusiasmi. Ed alla fine tutto viene metabolizzato, ma non il tradimento. È in questa dimensione che sogno e incubo si danno la mano. E riprendono a camminare insieme. Non è di uno scudetto mancato per l’ennesima volta che si tratta, ma di un sorriso rubato a lazzari e borghesi. I Cavani, i Lavezzi, gli Higuaìn passano, e perfino gli Altafini; non passano i Sallustro, i Pesaola, i Sivori, i Maradona e neppure i “faticatori” come Bruscolotti e Montefusco e Pogliana… ognuno ha il suo posto nel piccolo Pantheon partenopeo. Quel che rimane, al di là dei sentimenti e dei risentimenti, a Napoli è la disperante ricomposizione di un quadro vittorioso, scippato dalla storia, abbandonato poi agli angoli delle strade dove le mani più umili lo spolverano stagione dopo stagione.

Ecco perché vincere il campionato a Napoli è un altro affare rispetto a Milano, a Torino, a Roma. Da quelle parti la storia è stata generosa. Tra i vicoli di Partenope ancora si cerca il sogno svanito di un regno antico ed i preziosi esempi di una storia nobile e sfortunata. “La volgarità della vita è, in parte, un riflesso della volgarità delle nostre anime”, direbbe Nicolás Gómez Dávila. Chi s’ingegna a comprare o depredare tutto ciò che è alla sua portata dimostra la volgarità dell’anima, come i saccheggiatori che hanno percorso Napoli nei secoli, fino ad oggi possiamo dire.

Ai napoletani non è rimasto altro che il pallone altrove smarrito come cimelio e riguardato quale innocuo ninnolo con cui passare il tempo, e se lo tengono stretto per quanto la sofferenza glielo consenta. Ad un passo dal traguardo è sempre caduto l’idolo amato. Il sogno s’è infranto tante volte, l’incubo s’è affacciato altrettante. Diceva Nietzsche: ” Anche se non hai più felicità da dare, resta pur sempre il tuo dolore”.

Quando il Napoli militava  (non tanto tempo fa) in Serie C, ogni domenica era come se giocasse la Champions League. L’incubo ed il sogno, allora. E per sempre. Che cosa ne sanno americani, arabi, cinesi, thailandesi che acquistano ginocchia e piedi a buon mercato, da noi come nel resto d’Europa, di quegli “Angeli dalla faccia sporca” (per la storia erano Maschio, Angelillo e Sivori), che appaiono e scompaiono da uno stadio dove per poche ore o per l’eternità diventano eroi di un popolo che dopotutto cerca nient’altro che se stesso? Nulla. Assolutamente nulla. Ed i napoletani restano aristocraticamente indifferenti agli scippi come alle geometrie sofisticate. Aspettano la giocata magica, l’impossibile dribbling, magari perfino la “mano de Diòs” alla quale è inutile opporsi. Come al Destino.

Il Dubbio, 9 ottobre 2019