Marco Valle ha pubblicato su Destra.it un articolo, “Napoli. Questa volta sto con il carabiniere. Vi spiego perchè”, che ho fortemente condiviso e che, come certamente Marco per primo si aspettava, ha suscitato reazioni contrapposte.
Voglio allora, alle tante riflessioni, aggiungere la mia; senza presunzione ma per il piacere del confronto.
Il tema trattato va scisso in due tronconi solo parzialmente sovrapponibili: l’analisi sociale del territorio e le reazioni che da lì sono emerse, come fotografate dal Corriere della Sera; e le posizioni disomogenee che, una volta di più, si registrano a destra.
Sul primo argomento, a mio avviso, c’è poco da aggiungere a quanto ha scritto Marco Valle. Parliamo di un territorio in cui lo Stato ha così storicamente e platealmente abbandonato il proprio ruolo, che sfido chiunque a dichiarare – in piena coscienza – di provare stupore alla frequente notizia che questo o quel rappresentante delle istituzioni campane viene condannato per connivenza (quando non appartenenza) con associazioni camorristiche.
Tutto lì é, naturaliter, assenza di regole o – al meglio – flessibile interpretazione delle stesse secondo il caso e la bisogna. Mancando il controllo e la sanzione, l’istituzione pubblica perde il ruolo di governo consegnandola inevitabilmente a chi il territorio lo gestisce e lo condiziona in ogni ambito sociale. Dall’offerta dei posti di lavoro, alla manovalanza per il malaffare, alla gestione delle competenze territoriali, tutto passa attraverso organizzazioni che hanno propria gerarchia, in grado di punire platealmente i contravventori.
La stessa analisi del Corriere, secondo cui la “piazzata” del quartiere contro gli “sbirri” é durata solo il tempo perché un “mammasantissima” ordinasse di non dare adito alla “madama” di occupare la zona, é solo l’ultima riprova di una terra, tanto bella quanto antropologicamente disgraziata, in cui c’è un anti-stato che si é culturalmente sostituito alla Repubblica, con la più o meno spontanea benedizione dei cittadini.
Ed ecco che, di fronte al drammatico episodio, corrono spontaneamente decine di testimonianze a difesa dei 3 fuggiaschi e contro lo Stato (perché questo – piaccia o no – rappresenta un posto di blocco dei Carabinieri), mentre quando le “ammazzatine” riguardano i regolamenti di conti, o quando per la strada ci resta un agente delle Forze dell’Ordine, é tutto un susseguirsi di “nun aggio vist'”, “nun ce stavo”, “nun ho sentit nent'”.
E nessuno,  credo proprio perché non riescono nemmeno a pensarlo, si pone il problema che se un ragazzino viaggia di notte in moto con altri due (tra cui sembrerebbe almeno un latitante) e decide di non fermarsi ad un posto di blocco, genera naturalmente una reazione da parte dei militari che difficilmente potrebbero fare rapporto dicendo “eravamo lì per un controllo sul territorio, alla ricerca di delinquenti, ma 3 persone non hanno voluto fermarsi e quindi li abbiamo lasciati andare”.
Ed é qui che entra in ballo il secondo argomento, ovvero quello strabismo di certa parte della destra che, solita solidarizzare per la ribellione, si accoda ai peggiori centri sociali di “zecche” nel prendere parte contro la reazione delle Forze dell’Ordine.
Ora, io non ho mai subito il fascino del contestatore violento, e ne prendo le distanze anche quando proviene da una parte a me meno lontana. Ma invito gli amici così sensibili al tema a saper lucidamente discernere tra una protesta sociale o politica avverso un sistema che si vuole cambiare (per cui comunque il percorso non può mai degenerare, perché la memoria collettiva impone di ricordare che l’Italia in questo senso ha già dato), e il tentativo di fuga di un gruppo di persone di fronte ad un controllo di polizia disposto in un ambito territoriale ad elevatissima densità delinquenziale.
Che senso ha dirsi di destra, cioè difendere l’autorevolezza dello Stato, l’applicazione del diritto e la certezza della pena, se poi al primo piagnisteo pubblico ci si schiera dalla parte di chi quegli obiettivi li contesta ab origine? Che fine fanno le marce di Palermo in difesa della memoria di Borsellino, le battaglie contro indulti ed amnistie, la nostra determinazione nello scoperchiare i segreti della trattativa tra la mafia ed organi dello Stato, la richiesta che il governo allontani dal suolo patrio lo straniero che intende approdarvi clandestinamente?
Da questa parte, cari amici, il primato delle regole ed il dovere dello Stato di combattere la malavita più o meno organizzata è alla base del nostro impegno sociale.
Si occuperà la magistratura di capire se e quanta sproporzione o volontarietà c’è stata nella reazione del Carabiniere.
Ma confermare che in moto si va al massimo in due, che un latitante non è il caso di aiutarlo e che ad un posto di blocco ci si ferma, è già un primo passo per costruire una coscienza sociale più compatibile con i modelli che ci impegniamo a costruire.