Chi lo avrebbe mai detto che sul nostro giudizio su Giorgio Napolitano, un comunista migliorista mai pentito e già celebre per le parole di gaudio con cui accolse i carri armati sovietici a  Budapest  nel ’56, avrebbero pesato molto più gli ultimi 16 mesi che decenni di orgogliosa militanza nel Pci?
Eppure, se c’è una colpa che non perdoniamo al bi-Presidente è invece quella di aver consegnato l’Italia ad uno dei peggiori governi della storia nazionale, lavorando alacremente al colpo di grazia nei confronti di un governo legittimato dal popolo per aprire le porte ad uno scelto da lui con l’avvallo delle cancellerie europee, della Casa Bianca e delle principali centrali finanziarie mondiali.
Era il novembre 2011, la coalizione di centrodestra aveva perso troppi pezzi e troppo slancio, l’Italia conosceva per la prima volta la faccia feroce dello spread, poteri oscuri e poteri con nome e cognome spingevano Mario Monti a Palazzo Chigi, col sostegno obbligato dei principali partiti.
Noi rosicavamo e Beppe Grillo dormiva.. non si era accorto che se quello di ieri è stato un “golpe”(???) quello del 2011 lo era anche peggio.
Ne nasce un governo che ricorderemo per aver peggiorato tutti gli indicatori economici, avere inasprito la crisi con provvedimenti recessivi che hanno esasperato gli effetti nefasti del rigorismo finanziario in salsa germanica, avere tentato ardite riforme riuscendo a creare drammi sociali non ancora risolti (vedi il caso esodati) e avendone timidamente abbozzate altre riuscendo a conseguire il risultato opposto a quello prefissato (vedi una riforma del lavoro che aumenta i disoccupati). Il tutto con in sottofondo la tanto sbandierata credibilità internazionale ignorata a Berlino e fatta a pezzi tra Nuova Delhi e il porto di Kochi.
Si chiude così, malamente, un settennato che ha avviato la stagione del presidenzialismo di fatto, che ha visto la Costituzione da troppi soloni declamata come la più bella del mondo (chissà che dopo queste settimane di blocco totale non cambino idea) venire tirata da una parte e dall’altra per compiacere Re Giorgio. Come dimenticare l’utilizzo spregiudicato delle prerogative del Presidente sui decreti legge, a seconda che il primo firmatario fosse Berlusconi o Monti? E come cancellare dalla memoria l’inutilerrima esperienza dei saggi, che nessun Presidente mai si era sentito in potere di nominare?
E ora, con un Pd disastrato e, a ruota, quasi tutti gli altri (Lega compresa) in pellegrinaggio al Colle col cappello in mano (talmente poco dignitoso da fare concorrenza all’ormai celebre streaming Bersani-grillini), si certifica la crisi irreversibile di una politica incapace di fare sintesi e di rigenerarsi e che si abbarbica alla vestaglia di un 88enne per risolvere ciò che non sa più come affrontare.
Pd, PdL, montiani e leghisti ottengono da Re Giorgio la sospirata disponibilità al secondo mandato (mai successo prima) e si apprestano a rinnovare un’esperienza di governo che temiamo molto simile a quella, pessima, che si sta per concludere.
Create le migliori premesse per l’inciucione, non resta che pensare a come spartirsi le poltrone del governissimo. Ma non hanno fatto i conti col Re che stavolta appare ancora più determinato a far valere il ruolo politico che gli è stato generosamente concesso e a gestire in prima persona le operazioni.
Non sarà un golpe ma siamo ad un passaggio cruciale, quello tra repubblica presidenziale e monarchia. C’è solo un piccolo problema: nessuno ha avvisato il popolo.
Per questo bene ha fatto Fratelli d’Italia a differenziarsi da questo unanimismo bolso, mantenendo anche alla sesta votazione il proprio candidato di bandiera.
Per questo ha ancora senso, e forse oggi più che mai, stare in piazza a chiedere le firme per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Se presidenzialismo dev’essere, e Dio solo sa da quanto tempo lo andiamo predicando, che sia il popolo a scegliere e non la riunione dei capi-corrente di una sinistra decotta.