Esci dall’autostrada A23 a Palmanova. Oltrepassi Bagnaria Arsa e ti trovi su uno stradone lungo, dritto, sembra non finire mai. Verrebbero in mente certe strade americane, o il Guccini di “Fra la via Emilia e il West”. Invece lo sguardo abbraccia l’archetipo della Bassa friulana: campi, canali d’irrigazione, pioppi. Ancora pioppi.

Poi, all’orizzonte, qualcosa cambia. Una macchia rossa, sulla sinistra, e due torri. Benvenuti a Torviscosa, città di fondazione (di epoca fascista), il miracolo dei trecentoventi giorni celebrato da Filippo Tommaso Marinetti e da Michelangelo Antonioni; la creatura di Franco Marinotti, detto il Corsaro Verde.

Calcolo economico e politico si sommano al sogno autarchico, si confondono, e ancora oggi, alla vigilia dei suoi ottant’anni, l’eredità di questa visione condiziona la vita di Torviscosa e dei suoi abitanti. È il 21 settembre 1938 quando il Duce arriva a Torre di Zuino, ribattezzata Torviscosa nel 1940, per inaugurare uno stabilimento che si sperava strategico per l’economia italiana.

Voluto fortemente da Franco Marinotti, industriale veneto a capo della Snia (Società di Navigazione Italo Americana, dagli anni Venti Società di Navigazione Industriale Applicazione Viscosa), lo stabilimento avrebbe dovuto produrre cellulosa, materia prima per le fibre artificiali, partendo dalla canna comune, pianta a ciclo annuale.

La cellulosa era strategica, all’epoca, in campo civile e militare, ma l’approvvigionamento di materia prima per la produzione difficoltoso, e il brevetto messo a punto dalla Snia per utilizzare la canna gentile appariva risolutivo. Forte dell’appoggio del regime, la Snia compra i terreni, e in trecentoventi giorni vengono portati a termine bonifica, messa a dimora di 25 milioni di rizomi di canna comune su oltre 1.200 ettari di terreno, costruzione del primo stabilimento e avvio del ciclo di produzione.

I trecentoventi giorni sono stati sufficienti anche per delineare il volto della futura città, ancora quasi priva di case e di abitanti: sono già pronti ad accoglierli, però, il teatro, il ristoro-dopolavoro, il viale delle piscine, le piscine e le scuole elementari. Da qui, è una storia in parallelo, quella che lega la fabbrica alla città, la città alla fabbrica, quasi a fonderle – non solo dal punto di vista stilistico e architettonico, secondo il disegno di Marinotti

Prima come direttore generale e dal 1939 presidente della Snia, padre-padrone della città-fabbrica secondo gli ideali del tempo, Marinotti non ha mai abbandonato Torviscosa sino alla sua morte, nel 1966, pur non risiedendoci stabilmente: la considerava una sorta di buen retiro, l’oasi dove tornare per i suoi momenti di serenità.

Voleva che, prima del suo arrivo alla villa che si era fatto costruire nei primi anni Cinquanta a ridosso delle piscine, fosse issata la bandiera verde con i simboli della canna gentile e di una colonna romana, cosa che ben presto gli valse il nomignolo, solamente sussurrato, di Corsaro Verde.

E già dalla bandiera emerge quella che forse è stata la sua più grande passione, ovvero l’antichità e il richiamo di Torviscosa ai valori dell’impero di Roma e della vicina Aquileia. Oggi la villa è passata in mani private, ma molti arredi si sono conservati e il parco ha mantenuto l’impianto originario, e soprattutto la ricca collezione di reperti archeologici, provenienti in parte dagli scavi effettuati durante la bonifica (Torviscosa copre un tratto dell’antica via Annia) e in parte da non meglio precisati acquisti sul mercato antiquario.

È stato, il parco della villa, territorio nemmeno troppo segreto di caccia per svariate generazioni di ragazzi, almeno dalla metà degli anni Sessanta: vi si accedeva attraverso un buco nella recinzione delle piscine (ovviamente a bandiera ammainata!) e canne e arbusti fornivano materiale per epiche battaglie con cerbottana e bacche macchianti… però, durante quelle battaglie in un campo così particolare, a più d’un ragazzo di allora è nato l’amore per l’archeologia… Braccio, o meglio matita, di Marinotti nel delineare l’impianto urbanistico di Torviscosa è stato l’architetto Giuseppe De Min, anche se è impensabile che una sola persona sia riuscita a produrre centinaia di disegni in un lasso di tempo così esiguo (parliamo di qualche mese, o poco più).
Certamente doveva esserci uno staff, anche piuttosto esteso, al servizio di De Min, tra cui spicca Steno Majnoni d’Intignano.

De Min, che pure ha firmato ogni progetto come architetto, si era in realtà diplomato all’istituto d’arte di Urbino: all’epoca ancora non esisteva la facoltà di Architettura: nel ’26, creata la facoltà, venne data a coloro che già esercitavano la possibilità di iscriversi all’Albo, cosa che De Min fece. Guardando i suoi progetti, ma anche i suoi quadri e i disegni, esce chiaramente la sua preparazione, lo studio di De Chirico, la visione metafisica, l’anima di Torviscosa. Pur inquadrata nel fenomeno delle città di fondazione tipico del regime negli anni Trenta, la stretta connessione tra industria e agricoltura fortemente voluta dall’ideologia autarchica fa di Torviscosa un modello di grande originalità.

La progettazione degli spazi pubblici di De Min segue perfettamente l’ideologia del regime fascista: spazi ricreativi, sportivi e per l’interazione sociale decisamente sovradimensionati rispetto all’effettivo numero degli abitanti, con lo scopo di guidare e seguire il lavoratore anche fuori dalla fabbrica, riducendo al massimo il desiderio di inurbazione.

Nascono così, come detto, il teatro, il ristoro, da lì in poi chiamato “circolo impiegati”, il complesso delle piscine, i campi da tennis, lo stadio, costruito all’inizio degli anni Cinquanta, in posizione diversa rispetto al progetto del De Min, e vari altri edifici. Così come per la fabbrica, il mattone rosso a vista è il protagonista assoluto delle scelte stilistiche (fabbrica, teatro, ristoro, scuole), omaggio alle tante fabbriche del nord Europa che Marinotti sicuramente conosceva. Esce volutamente da questo quadro il palazzo comunale, destinato a diventare baricentro del complesso abitativo.

Realizzato nel 1941 in pietra naturale, pietra artificiale e intonaco, secondo il modello utilizzato anche nelle altre città fondate (Latina, Sabaudia, Carbonia, ecc.), è caratterizzato dalla torre dell’Arengario che domina sul balcone e sugli alti archi del porticato. Ma è nella progettazione e nell’assegnazione delle abitazioni private che si scandisce, con chirurgica precisione, il livello sociale e professionale dei lavoratori e delle loro famiglie. L’elenco delle tipologie abitative oggi fa quasi sorridere: case per operai, case rurali per salariati agricoli, case per tecnici, case per funzionari, e, ebbene sì, anche la casa scapoli. Le abitazioni venivano assegnate dalla Snia ai dipendenti mantenendone la proprietà. Ben presto, i nomi tecnici delle abitazioni sono stati sostituiti dagli abitanti: così, tra le case popolari, le “4 RIS” sono diventate “case gialle”, mentre le “01 M” diventano da subito, per il loro particolare aspetto, le “colombaie”. La qualità dei progetti e la scelta dei materiali e delle maestranze hanno consentito alle abitazioni di arrivare sino a oggi in un discreto stato di conservazione, sicuramente superiore rispetto ad altri esempi di città di fondazione. Oltre alle abitazioni progettate ex-novo, De Min affronta da subito anche la ristrutturazione delle poche case già presenti nel preesistente borgo di Torre di Zuino; è il caso del lunghissimo edificio di via Roma, costruito all’inizio del Settecento dalla famiglia Savorgnan, nobili friulano-veneti, per ospitare i coloni che lavoravano nelle risaie, nel corso del 1938 viene trasformato in alloggi per operai e uffici per la società agraria. Abbiamo detto, all’inizio, che città e fabbrica hanno destini indissolubilmente legati. Dobbiamo dunque fare un balzo indietro, tornando al 1939. Sì, perché in realtà non tutto va per il verso giusto e ci si accorge da subito, pur sotto il silenzio della propaganda, che la resa per ettaro della canna gentile è insufficiente per la produzione; i primi raccolti si attestano sui 20.000 quintali a fronte di aspettative tra i 160.000 e i 180.000 quintali.

La fabbrica viene così attrezzata per lavorare anche il faggio, che inizia ad arrivare, alla faccia dell’autarchia, dalla confinante Jugoslavia.

Nonostante ciò, i profitti economici derivanti dalla cellulosa portano da subito a soprassedere sul concetto autarchico, e a raddoppiare lo stabilimento, puntando decisamente sul legno: la nuova struttura viene inaugurata già il 21 settembre 1940.

La produzione procede ovviamente a rilento per tutto il periodo bellico, ma dopo i bombardamenti del 1945 e la conseguente ricostruzione, già da ottobre i numeri cominciano a salire, fino ad arrivare nella seconda metà degli anni Cinquanta a 90/100.000 tonnellate di cellulosa annue.

È il periodo dell’espansione: nel 1950 viene inaugurato l’impianto soda-cloro, materia prima per la sbianca della cellulosa, mentre nel 1963 apre la produzione l’impianto caprolattame, materia prima per le fibre sintetiche.

 

All’inizio del secondo dopoguerra gli occupati in fabbrica erano circa millecinquecento, mentre nell’azienda agricola, durante il periodo invernale della raccolta della canna, variavano tra i quattro e i cinquemila.

Tra il 1962 e il 1963 cessa la coltivazione della canna gentile, il paesaggio attorno al paese cambia radicalmente: la Snia converte i terreni agricoli alla produzione di foraggio, frutta, cereali, in un secondo momento soia; viene potenziato l’allevamento di bovini per la produzione casearia, nasce il comparto alimentare con il marchio Torvis.

Tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta Torviscosa vive il suo periodo di maggior sviluppo, arrivando fino a 4.500 abitanti. E poi? Poi cambia tutto, lentamente, ma inesorabilmente: i fattori sono molti, e dobbiamo per forza semplificare. Le fibre cellulosiche vengono progressivamente sostituite dalle fibre sintetiche. Nella seconda metà degli anni Settanta la situazione debitoria della società diventa importante; la Snia cambia politiche societarie, entrano in gioco nuovi azionisti: Montedison, e poi Fiat.

Smettono di funzionare e cadono in disuso il teatro, le piscine, la mensa; si disgrega a poco a poco il modello sociale del paese. Nel 1978 Mediobanca vanta un credito di 180 miliardi di lire nei confronti della Snia, chiede il rientro dell’esposizione e la vendita di parte dei suoi asset.

La privatizzazione degli edifici va di pari passo con la vendita dell’azienda agricola, la Snia si libera di diverse proprietà, tra cui le case, da Torviscosa a Venaria, da Varedo a Cesano Maderno. Dopo varie vicissitudini oggi gli occupati del polo chimico industriale, dai 1.500 degli anni Cinquanta, sono circa 400, divisi tra Spin-Bracco, Caffaro Industrie, Edison, Lavanderia Adriatica e la Halo Industry, mentre il comparto agricolo non supera i trenta dipendenti; gli abitanti, oggi, sono circa 2.800.

Tutto finito? Proprio no, e basta fare una passeggiata per accorgersene, per respirare ancora l’atmosfera di un posto unico, gli spazi dilatati, le geometrie, le perfette simmetrie.

Si intravede un futuro, ma preferisco farmelo raccontare da chi ne sa più di me. Nel frattempo, non posso esimermi da una birra al ristoro, pardon, circolo impiegati. Con le sue poltrone in cuoio verdi e bordeaux, gli arredi immutati da sempre, la scenografia è tale che potrebbe arrivare Marinotti in persona… invece, l’appuntamento è con Mareno Settimo, assessore alle attività culturali, una vita passata a Torviscosa, radici forti quanto la sua passione per la storia del paese Chiedo all’assessore cosa è rimasto della città-fabbrica, se si sia persa ogni identità o se, semplicemente, Torviscosa sia uscita da un guscio anacronistico…

“L’esperienza totalitaria della Saici-Snia è ancor oggi ben presente. La società ti dava tutto: il lavoro, la casa, l’assistenza sociale, perfino le strade e le aree verdi erano curate dalla Snia. Sulla base di quel modello molti si aspettano dalle esangui strutture pubbliche di oggi gli stessi servizi di allora. Tutto era di proprietà della Snia e come conseguenza in questo paese non si è mai sviluppata una importante attività artigianale e imprenditoriale alternativa alla fabbrica e all’azienda agricola. La presenza di pochi e grandi proprietari ha, però, salvaguardato il paesaggio agrario della bonifica dal devastante consumo del suolo che si è avuto in tutto il Nord-Est negli ultimi cinquant’anni. Dal punto di vista urbanistico l’unica macchia è legata allo sviluppo edilizio seguito alla vendita delle case Snia, che però, fortunatamente, riguarda solo una parte marginale e non il centro storico. All’inizio degli anni Ottanta il valore architettonico di Torviscosa era noto, ciononostante tra il 1980 e la fine del primo decennio di questo secolo nuove zone residenziali hanno occupato alcune importanti aree verdi che ormai erano parte integrante della città. Eclatante a tal riguardo la situazione che si può vedere ad ovest del municipio”. E oggi? “Presa coscienza dell’esperienza industriale, dei problemi ambientali a essa correlati e del valore storico-urbanistico del paese, si cerca di ripartire costruendo percorsi in grado di offrire nuove opportunità di lavoro nel rispetto dell’ambiente e del territorio con grande attenzione per la salute dei cittadini. Parallelamente, l’amministrazione comunale e la Soprintendenza stanno concludendo l’iter per tutelare gran parte della città di Marinotti. Le piscine sono state riaperte, a breve partiranno i lavori per la riqualificazione dell’ex mensa operai. Stiamo studiando soluzioni economicamente sostenibili per il recupero e il riutilizzo dell’ex teatro”.

E poi c’è il CID, affidato in gestione al comune nel 2009 e riaperto al pubblico nel 2014 con la denominazione originaria CID – Centro Informazione Documentazione. Costruito nel 1962 su progetto di Cesare Pea, sorge a fianco dell’ingresso della fabbrica ed è accompagnato da una torre panoramica alta 47 metri.

Dall’alto, l’impresa industriale della Snia, con il paese e la geometria dei terreni agricoli si esprime in tutta la sua grandezza. È la memoria di Torviscosa, il CID, con i suoi affascinanti plastici dell’epoca, il materiale documentario relativo alla storia del paese e della fabbrica e la straordinaria Struttura 708 che Enzo Mari ha realizzato nel 1963. Vorrei salire i 47 metri della torre, abbracciare tutto dall’alto, ma mi risolvo per un’ultima passeggiata. In fondo, è già bellissimo così.
Torviscosa, con i suoi spazi rarefatti, con gli edifici perfettamente conservati, con quelli che mostrano che il tempo passa, e con quelli che proprio non ce l’hanno fatta, evoca un po’ un set di Cinecittà alla fine di un bellissimo film, in attesa del sequel.

Salendo le scale del teatro o guardando la mensa, col suo enorme salone dove fino agli anni Settanta si tenevano anche le feste di carnevale, ti prende un vago senso di nostalgia. Anche per le battaglie fatte con le cerbottane di canna, nel parco del Corsaro Verde.

 

 

Gianluca Baronchelli, National Geographic Italia