Mentre per un solo giorno, senza ripetizione di sorta, appare nelle pagine rigorosamente interne dei quotidiani, la notizia del suicidio del giovane friulano, prova del fallimento della politica sociale del governo Renzi, riassunta in una frase agghiacciante: “La mia generazione è perduta. Mai un lavoro, vi dico addio”, mentre lo stesso ministro dell’Economia ammette che di fronte al debito sempre più imponente è indispensabile una manovra sotto l’incubo di una procedura Ue, appaiono articoli interessanti, anche se reticenti, tali però da confermare riserve e denunzie di fondo avanzate per decenni dalla destra che fu.

Ernesto Galli della Loggia, nel fondo di giovedì scorso sul Corriere “La rinuncia a storia e valori. Perché l’Europa è senza identità”, traccia un bilancio desolante, certifica lo sbandamento generale, sottolinea i vuoti ed insiste sull’assenza di contromisure ma evita l’individuazione dettagliata dei responsabili politici e delle cattive, anzi fallimentari, idee alle loro spalle, idee che vengono da lontano e che nei loro paesi hanno prodotto situazioni tutt’altro che lusinghiere .

In avvio osserva i due più recenti episodi caratterizzanti la crisi, colti nella rinunzia della squadra calcistica “Real Madrid” alla croce nel proprio simbolo storico e nell’annullamento di una conferenza parigina sulla Russia dei nostri anni.

Queste fughe dagli atti, se non coraggiosi, almeno impegnati, accadono da qualche decennio nella nostra società, “dove gli orientamenti prevalenti nei mass media, nell’opinione “illuminata”, nell’intellettualità più influente, nell’intrattenimento colto ma anche in molti sistemi scolastici (basti pensare ai programmi delle scuole italiane), si sono abituati a considerare la dimensione identitaria come una dimensione da esorcizzare”. Galli sostiene che l’identità, difficile da costruire in un coacervo internazionale confuso e pieno di antagonismi secolari, “è apparsa qualcosa che legando al passato avrebbe portato con sé qualcosa di oscuramento atavico. Qualcosa che avrebbe condotto inevitabilmente al pregiudizio etnico, ad una compiaciuta autarchia [dannata parola di stampo fascista, ndr] culturale ostile al progresso, all’esclusione più o meno persecutoria di ogni diversità”.

Il collega universitario continua osservando che “ha avuto in tal modo via libera una modernità culturale tanto superficiale quanto pervasiva, indifferente se non ostile verso ogni valore consolidato. Di un tale orientamento anti-identitario dal sapore vagamente nichilistica la principale è stata il passato, cioè la storia”.

Ed è questo passaggio quello cruciale e decisivo: l’Europa non ha saputo o voluto adottare opzioni precise e condizionanti, condizionata dai due gruppi maggioritari (il socialista ed i popolari, in cui figurano i berlusconiani), da sempre privi di indirizzi solidi e coerenti con una tradizione provata e forgiata di salvaguardia dei valori statali.

Galli riconosce che proprio le forze più consistenti, entrambe subalterne “ai tic e ai tabù del mainstream culturale”, hanno lasciato prevalere “l’astrattezza formale dei diritti e dei doveri” alla “concretezza del passato iscritta dappertutto nella vita del presente”.

Oggi a condizionare e a determinare l’attività è l’universalità di radice illuministica sterile, non la identità culturale delle diverse nazioni, da armonizzare, lontani da spiriti di rivalsa radicati e da primazie anacronistiche.