Sulla vicenda della nave Diciotti della Guardia costiera, con a bordo 67 immigrati e approdante a Trapani, si è consumata l’ennesima pagina desolante per le istituzioni del nostro paese. Non ricostruirò nei dettagli il fatto, mi limito ad analizzarlo: di fronte all’emergenza, il Ministro dell’Interno aveva deciso di non autorizzare lo sbarco degli immigrati, per ragioni di sicurezza che erano fortemente motivate dai racconti secondo i quali, gli immigrati avrebbero accerchiato e spintonato il comandante della nave Vos Thalassa, minando il gesto del taglio della gola. Non sappiamo se queste informazioni fossero fondate o meno, ma certo c’erano ragioni più che valide per negare lo sbarco degli immigrati per ragioni di sicurezza nazionale.

Non intendo qui discutere se la fermezza di Salvini sulla vicenda della nave “Diciotti”, e in generale sulla questione immigrazione, sia opportuna o eccessiva, né metto automaticamente in relazione il tema immigratorio con l’aumento dell’insicurezza. Rimane il fatto che nel giro di poche ore abbiamo assistito a un campionario di scorrettezze istituzionali da ambedue le parti che ci danno un quadro preciso di come sia in crisi la politica e la democrazia nel nostro Paese.

La prima scivolata è stata quella dello stesso Ministro dell’Interno, che oramai per non smentire il suo “crescendo rossiniano” populistico, continuando a rilanciare e alzare la voce, ha esulato dalla sua competenza, chiedendo che prima che fossero sbarcati tutti gli immigrati, s’individuassero i responsabili dei reati commessi domenica scorsa a bordo della Vos Thalassa. Salvini aveva ragione da vendere a negare lo sbarco, ed era suo compito. Ha però esagerato quando ha dato l’impressione di voler ordinare lui personalmente l’arresto dei presunti colpevoli: non spetta a lui decidere a chi mettere le manette, bensì – che ci piaccia o no – alla magistratura. E le dichiarazioni di Piercamillo Davigo – proprio in questi giorni balzato all’attenzione mediatica con il rinnovo del Csm – vanno in questa direzione. Davigo ha stigmatizzato l’ennesimo blizt del “ministro-sceriffo”, ricordando che Salvini non è un Pm e non può decidere gli arresti che restano prerogativa della magistratura. Sulla questione specifica, non possiamo dargli torto.

Il fatto che un Ministro dell’Interno non si renda conto di questo, fa pensare. Sennonché, subito dopo abbiamo assistito a un fatto ancor più grave. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha deciso di alzare il telefono e chiamare direttamente il Premier Conte. Risultato? Conte ha deciso di autorizzare lo sbarco degli immigrati (tutti). A questo punto è naturale che gli italiani siano confusi: chi ha l’autorità di prendere queste decisioni? Il Viminale? Il Premier? Il Quirinale? Che Mattarella telefoni al Presidente del Consiglio e immediatamente dopo, questi prenda una decisione opposta a quella che era stata presa dal Viminale è discutibile, anzi grave. Siamo in una Repubblica presidenziale? Di fatto Salvini – a ragione o torto – è stato esautorato dai suoi compiti.

Speravamo che le ingerenze quirinalizie fossero un’anomalia legata al “regno” di Napolitano, invece l’andazzo prosegue anche con Mattarella, il quale aveva già dato sfoggio del suo interventismo, con il veto a Savona (sgradito ai poteri forti), e adesso ha concesso il bis. Risultato un caos istituzionale senza precedenti, dove oltre alle sempre più evidenti divergenze all’interno del governo tra grillini e leghisti, assistiamo anche alle gravissime intromissioni del Capo dello Stato, e, per completare il quadro, alle eterne diatribe tra politica e magistratura. E una simile crisi istituzionale, mette in grave crisi la democrazia stessa.