Più che un ministro degli Esteri sembra Dory la pesciolina dalla memoria corta del film  “Alla ricerca di Nemo”. Le amnesie di Luigi Di Maio sono una costante della politica italiana.  Quando viene alla luce il caso del dipendente fatto lavorare in nero dall’azienda del padre lui dimentica d’essere titolare al 50 per cento della società. Nel caso Gregoretti continua a scordare d’esser stato vice-presidente del Consiglio con l’inquisito Matteo Salvini. Ma l’ultimo lapsus è ancor più clamoroso. Mercoledì di fronte al dilagare delle notizie sulla vendita all’Egitto delle fregate Spartaco Schergat ed Emilio Bianchi del valore di 1 miliardo e 200 milioni il Ministro degli Esteri fa sapere che l’affare è tutt’altro concluso in quanto “manca la  alutazione politica che è in corso al livello di delegazioni di governo sotto la guida del presidente del Consiglio”. Insomma scarica tutto su Conte e sul resto dell’esecutivo.

Dimentica, però, due dettagli. Il primo è la dichiarazione con cui ha promesso  ai genitori di Giulio Regeni  di  mettere fine a qualsiasi compromesso con un Egitto colpevole, a suo dire, di nascondere la verità. “Lo stallo con l’Egitto sull’omicidio di Giulio Regeni non è più tollerabile – garantisce lo scorso ottobre il ministro – per noi la verità sull’assassinio di Giulio è una priorità che non può subire alcuna deroga”. Data per buona la patologica smemoratezza del ministro la mancata promessa potrebbe anche venir considerata irrilevante. Meno irrilevante è fingere d’ignorare una trattativa sottoposta alla valutazione della Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) l’Autorità nazionale in tema di esportazioni belliche che fa capo al Ministero degli Esteri.

Quella valutazione, come spiega il sito della Farnesina “coinvolge previamente vari Ministeri ed Enti italiani nell’analisi del merito della singola operazione, sin dalla comunicazione societaria sull’avvio delle trattative commerciali indirizzata, oltre che al Ministero degli esteri, a quello della difesa.”

Insomma Di Maio non può fingere di non sapere perché la Uama, e con lei il Ministero degli Esteri, devono valutare – sin dall’avvio delle trattative – la vendita di materiale bellico a paesi extra europei. E nel caso di un’operazione così politicamente scottante l’avvio della trattativa ha necessariamente coinvolto lo stesso ministro. Ma a rendere ancor più inconciliabili le promesse fatte alla famiglia Regeni e gli affari con Il Cairo s’aggiunge la fornitura all’Egitto – avviata nel 2019 – di   32 elicotteri   AW149 e AW189 della Leonardo, per un valore di circa 872 milioni di euro. La fornitura, certificata dalla Uama, è elencata nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” e rappresenta la commessa più importante di tutto il 2019.

Insomma mentre prometteva ai Regeni il massimo rigore Di Maio era ben consapevole di aver già dato il via libera agli affari con l’Egitto. Ma proprio questo è l’aspetto più scandaloso della vicenda. Per un ministro non è soltanto legittimo, ma doveroso far prevalere l’interesse pubblico rispetto a quello umanamente straziante, ma pur sempre singolare, della famiglia Regeni. Da questo punto di vista il ministro avrebbe ragioni da vendere. L’Italia non può compromettere un rapporto con l’Egitto cruciale per la difesa delle nostre posizioni in Libia e nel Mediterraneo. E tanto meno rinunciare   ad una commessa da un miliardo e 200 milioni che promette, con la vendita di ulteriori unità navali e armamenti, di superare i dieci miliardi. E tanto meno dimenticare gli affari dell’Eni protagonista della scoperta, in acque egiziane, di uno dei giacimenti di gas più importanti del Mediterraneo.

Ma un ministro deve in questi casi assumersi le responsabilità delle proprie scelte. Altrimenti le promesse alla famiglia Regeni non rientrano più nella categoria della solidarietà umana, ma dello sciacallaggio politico.