«Io ho visto la fine del comunismo, voi vedrete la fine del capitalismo di speculazione finanziaria». Con queste parole profetiche, pronunciate nell’ultima fase del suo lungo regno, Wojtyla indicava al suo gregge un nuovo compito storico. Le parole di Karol non caddero nel vuoto. La Chiesa — nonostante tutte le tempeste e tribolazioni interne — conserva una potenza profonda, fatta di riflessione e tempi lunghi, un pensiero solido sul mondo e una visione geopolitica alta. Una somma di fattori che consentono al Cattolicesimo — come nel caso del ritiro di Benedetto e dell’esito del Conclave — anche accelerazioni improvvise, coraggiose ma mai avventate.

Non è quindi casuale che il compito terribile di governare la Santa Sede nel tempo violento di una crisi di sistema devastante, sia stato affidato a Papa Francesco, un Papa del Nuovo Mondo. Al figlio di una nazione crudelmente colpita e massacrata dalla finanza deregolamenta e dalle sue ricette neoliberiste.

Il nuovo pontefice conosce bene i meccanismi del turbocapitalismo apolide che hanno portato l’Argentina prima al default e successivamente alla disperazione sociale, trasformando un paese dalle potenzialità immense in un paria del circuito finanziario internazionale. Come ricordava acutamente su “Il Sole 24 Ore” Vittorio Da Rold, «Papa Bergoglio, che prende la metropolitana e si cucina il pasto da solo, ha visto sulla pelle dei suoi amati argentini cosa è significato avere a che fare con l’FMI che chiedeva politiche iper liberiste sui conti senza intaccare gli oligopoli, causa prima della crisi, in un paese che aveva agganciato il pesos al dollaro in un tentativo di unione monetaria transamericana senza avere lo stesso grado di competitività né di stabilità finanziaria  né uno straccio di struttura politica in comune. Una follia economica che, però, ha arricchito le élites finanziarie».

Di fronte ad una crisi epocale come l’attuale, Francesco — il pastore che arriva dalla “Finis Terrae”, il cardinale dei poveri, il gesuita saldo nei principi della tradizione — ha l’esperienza e la capacità per riprendere il messaggio rivoluzionario che Wojtyla lanciò nel gennaio del 1979 alla conferenza di Puebla, quando il magnifico polacco rintuzzò il fronte progressista e i “teologi della liberazione” nel segno della giustizia sociale, della denuncia degli “egoismi intollerabili”, della Verità. In quell’occasione, un evento centrale nella storia plurisecolare della chiesa latino americana, Giovanni Paolo II usò per dodici volte la parola “liberazione”, parlò “di dimensione sociale della proprietà privata” e “di distribuzione più giusta dei beni nelle e tra le nazioni”. Ma soprattutto in quell’aula del Seminario Palafoxiano di Puebla, dopo anni di omissioni montiniane, risuonò nuovamente l’espressione “dottrina sociale della chiesa”, l’alternativa cristiana a liberalismo e marxismo. Quel giorno, accanto all’uomo di Cracovia si stagliava l’uomo di Buenos Aires.

 

Lasciando perdere le banalità di gran parte dei media e il provincialismo di chi si ostina a voler catalogare con schemi desueti il nuovo Vescovo di Roma, è invece interessante rileggere il commento di Barack Obama all’indomani del Conclave. Il presidente americano — leader di una nazione a maggioranza protestante, da sempre permeata da culture massoniche e storicamente antipapista — ha salutato l’avvento del primo Papa americano con parole inaspettatamente calorose. Certo Obama è debitore per la sua rielezione del voto massiccio dei cattolici ispanici e italo-americani ma, soprattutto, è oggi impegnato in un contrastato tentativo di riforma del sistema finanziario e fiscale statunitense. Omaggiare la figura di Bergoglio significa per l’inquilino della Casa Bianca nobilitare la sua riforma e garantirsi nuovamente l’appoggio di blocchi elettorali compatti che mal digeriscono le derive laiciste e relativiste dell’attuale amministrazione.

Un calcolo astuto ma, a nostro avviso, sul lungo termine non pagante per i progressisti nord americani. Come ha segnalato al Corriere della Sera il filosofo Michael Novak — uno dei riferimenti del cattolicesimo statunitense —  Jorge Mario Bertoglio è distante anni luce dal modello «assistenzialista che sembra venir fuori dalle parole di Obama. Ci sono due teologie: quella che esalta il pauperismo e quella che guarda alla creatività che Dio ha instillato nell’essere umano. Mezzo miliardo di indiani e cinesi sono usciti dalla povertà grazie a questa scintilla, alla capacità dell’uomo di inventare e fare, non grazie al socialismo. Questa mi sembra la filosofia di Bertoglio, vescovo vicino ai poveri ma contrario alla teologia della liberazione».

Ma non solo. Francesco — uomo delle Americhe, d’origini italiane e studi tedeschi — non è personaggio da farsi rinchiudere in icone rassicuranti quanto deboli. Ponendosi sulla scia del Papa polacco — il pontefice che sconfisse il blocco sovietico, che si oppose a Washington sulla guerra in Iraq e che, dopo aver scomunicato la teologia della liberazione, cominciò l’attacco al turbo capitalismo che vedeva come un’aberrazione speculare al comunismo — Bertoglio rappresenta l’attualizzazione e il rilancio di un progetto forte, metastorico.

Dal nuovo Papa non aspettiamoci novità in campo morale e teologico ma, sicuramente, una comunicazione meno pomposa e più calda e lineare, un ridimensionamento dei potentati interni (soprattutto italiani) e una maggiore internazionalizzazione della curia. E ancora, attendiamoci un pontificato capace di disegni complessi e di azioni forti in campo geopolitico e sociale. Un’esperienza che potrà infastidire gli gnomi di Wall Street e della City e dispiacere al settarismo neo protestante che insidia l’America latina, ma che saprà entusiasmare i popoli. Restituire all’uomo speranza e coraggio.