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«Siamo in guerra». Lo ripete da ieri il primo ministro francese, il socialista Manuel Valls. E allora ricordiamoci che in guerra tolleranza, arrendevolezza e permissivismo sono tanto perniciose quanto le pallottole nemiche.

Sfruttando tolleranza, arrendevolezza e permissivismo il nemico s’insinua tra le nostre linee e ci colpisce alle spalle. Ieri a Bruxelles, nel Belgio, nella nostra Europa, è andata così. Lo Stato Islamico non ci ha colpito sul campo di battaglia, ma sul nostro terreno, quello dove siamo più deboli ed indifesi. Il terreno di un Belgio che da trent’anni convive con le quinte colonne dell’Islam radicale vezzeggiandole nell’illusione di addomesticarle. La prima a ritrovarsi addomesticata e colpita è stata, invece, questa nazione permissiva ed imbelle. Una nazione che ha permesso a quartieri come Molenbeek, distanti un chilometro e mezzo dal centro di Bruxelles, di diventare santuari del nemico.
Oggi a Molenbeek, e in decine di piccole Raqqa europee, bisogna avere il coraggio d’individuare, arrestare ed incriminare chiunque risulti colluso con l’Islam violento e radicale. E non chiamiamola intolleranza. Il 7 aprile 79, al culmine della guerra al terrorismo rosso, il magistrato comunista Pietro Calogero non esitò a far arrestare Toni Negri e tutti i capi di quell’ Autonomia Operaia considerata contigua e collusa con le Br.
Ma l’eliminazione delle «quinte colonne» va fatta anche prevenendone l’infiltrazione. Secondo i servizi di sicurezza europei l’apertura delle frontiere europee a un milione di profughi ha permesso il ritorno in Europa, da settembre a oggi, di centinaia di militanti dell’Isis partiti da Inghilterra, Francia, Germania e Belgio alla volta della Siria. Almeno due di questi viaggiavano a bordo di una Mercedes a noleggio guidata da Salah Abdeslam intercettata, ma non fermata, il 9 settembre scorso alla frontiera ungherese. Se vogliamo combattere una vera guerra dobbiamo quindi smantellare i dogmi suicidi di una sinistra convinta che l’accoglienza vada di pari passo con la mancata identificazione e selezione degli immigrati.
Il terzo fronte della guerra evocata dal socialista Valls riguarda i nostri falsi amici. Dal 2011 ad oggi lo Stato Islamico si è avvalso dell’appoggio e dei finanziamenti di stati come Qatar e Turchia. L’Arabia Saudita ha invece armato ed appoggiato decine di fazioni wahabite assimilabili ideologicamente allo Stato Islamico. Tutto ciò senza contare i finanziamenti garantiti dai nostri falsi alleati alle centinaia di moschee europee che predicano l’odio e la violenza sui nostri territori. Per non venir sconfitti dobbiamo quindi rompere con questi falsi alleati e appoggiare quelle nazioni arabe e musulmane come Marocco, Egitto, Giordania e Algeria decise a combattere con tutti i mezzi lo Stato Islamico.
Il quarto capitolo della guerra proclamata dal socialista Valls, quello cruciale per la vittoria va però combattuto sul terreno del nemico. Vladimir Putin in Siria ha impiegato solo 22 settimane per annientare la gran parte delle formazioni alqaidiste e costringere lo Stato Islamico a ritirarsi di 50 chilometri dal fronte di Aleppo. In Iraq e Siria gli Stati Uniti e l’Europa conducono dal 2014 un’inutile guerra di facciata che non ha neppure scalfito le roccaforti del terrorismo. Oggi se vogliamo veramente vincere e sopravvivere dobbiamo trovare il coraggio di combattere il Califfato sul suo terreno. Solo colpendo Raqqa, solo riconquistando Mosul e i territori del nord Iraq sgomineremo la direzione strategica che ispira, guida e finanzia le reti del terrorismo europeo. Ma per riuscire a farlo dovremo ritrovare il coraggio di mandare sul campo i nostri uomini. Perché, come la storia insegna e il nostro nemico sa bene, chi non è pronto a combattere e morire per gli ideali e la civiltà in cui crede non ha mai vinto una sola guerra.