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Grazie a Dio finalmente qualcuno si ricorda della tragedia della Cambogia. Merito di Angelina Jolie, regista, sceneggiatrice e produttrice di un film durissimo come “Per primo hanno ucciso mio padre” (First They Killed My Father), da pochi giorni su Netflix. La Jolie racconta la storia di un piccolo paese asiatico travolto e spezzato dalla follia degli uomini. Prima gli americani e i vietnamiti, poi i Khmer Rossi, i peggiori.
Tra il 1975 e il 1979, i “liberatori” rossi uccisero un terzo della popolazione cambogiana, due milioni e mezzo di uomini, donne, bambini. Non per caso. Non per sfizio. Per i Khmer, un’armata contadina guidata da un nucleo di giovani borghesi cresciuti in Francia e innamorati del maoismo (il “vero” comunismo), era necessario, indispensabile creare il “popolo nuovo” eliminando il “popolo vecchio”. Ovvero, massacrare, cancellare ogni retaggio feudale, ogni simbolo occidentale. Un compito difficile, ma, per i fanatici, non impossibile.
Una volta al potere Pol Pot, il compagno n. 1, e i suoi sodali applicarono alla lettera le follie che avevano assorbito dai loro cattivi maestri europei della Sorbona. I consiglieri cinesi fecero il resto. Per quattro lunghi anni i “veri comunisti” cambogiani (ai loro occhi i sovietici e i vietnamiti, non proprio delle mammole, erano dei revisionisti…) s’impegnarono ad accoppare chiunque intendesse una lingua straniera, chiunque portasse degli occhiali, chiunque non avesse calli sulle mani. Pazzie che nessuno in Occidente voleva vedere e sentire.
In Italia i grandi inviati, da Terzani a Biagi e Bocca, rimasero in silenzio. Un poveretto come Eugenio Finardi, nobilastro bergamasco e gruppettaro ultrà, dedicò ai gangsters di Phnom Penh persino una canzonetta. Solo Livio Caputo cercò di rompere il velo ma nessuno, a parte Montanelli, volle ascoltarlo…
Poi l’invasione vietnamita e la fine dell’incubo. E il pentimento (tardivo) del defunto Terzani. Oggi la Cambogia è un paese semi-normale, una monarchia costituzionale. Tutto sembra tranquillo. Apparentemente.
La paura è una brutta bestia e non ti abbandona mai. Ti morde il cuore. Per generazioni. Per capirlo basta entrare nel “Tuoi Sleng Genocide Museum” di Phnon Penh, l’antico “Ufficio di sicurezza 21”, il cuore dell’orrore rosso. Le stanze sono tappezzate dalle foto in bianco e nero delle vittime: solo qui 20mila persone vennero torturate e poi uccise, soffocate con sacchetti di plastica. Dalle vetrinette una fila di teschi osserva il visitatore. Una volta usciti lo sguardo obliquo dei cambogiani, i loro silenzi profondi suonano più alti di mille tamburi.
Torniamo al film. Dopo Killing Fields (“Urla dal silenzio”) di Roland Joffè, tre Oscar nel 1985, la Jolie torna sull’argomento riprendendo le memorie di Loung Ung, classe 1970, una sopravvissuta allo spietato genocidio compiuto dai Khmer Rossi. Con abilità e mestiere la regista racconta la storia di una famiglia massacrata e di una nazione straziata. Un bel film. Con due nei. Il primo è l’eccessiva lunghezza che incide sul ritmo; il secondo è la mancanza di ogni contestualizzazione. Era così difficile per Angelina ricordare e far pronunciare, almeno una volta in due ore, la parola comunismo? I Khmer rossi non arrivavano da Marte o da Plutone ma dalle letture di Marx, Sartre, Fanon, Mao. Erano comunisti e criminali. Non scordiamolo.