Lo scorso 25 agosto è caduto il centoventesimo anniversario della morte di Friedrich Nietzsche a Weimar. Aveva 56 anni. Ed aveva già “squassato” buona parte della filosofia occidentale, reinventandola come la “filosofia dell’avvenire” caratterizzata da un volontarismo possente e da una critica spietata al l’egualitarismo di tutte le metafisiche, politiche e religiose. Morì in uno stato di semi-incoscienza, assistito dalla sorella Elisabeth e circondato dall’ammirazione di uno stuolo di amici-discepoli che sarebbero diventati gli “apostoli” della predicazione di Zarathustra.
Nel ricordarlo, evitando per una volta di ripercorrere i tratti salienti della sua filosofia, vorremmo dare qualche cenno al rapporto che Nietzsche ebbe con l’Italia, Paese che amò e dove ebbe numerosi seguaci, soprattutto dopo la morte, a cominciare da Gabriele d’Annunzio. Un amore mai interrottosi e segnato da momenti importanti della sua vita.
Nietzsche aveva trentadue anni quando mise piede per la prima volta in Italia. Prendendo quel treno a Ginevra che lo avrebbe portato nella Penisola, si lasciava alle spalle le fiamme che avevano bruciato le antiche certezze sulle quali si era formato ed una pallida luce, appena intravista, che fortemente sperava potesse illuminare grandi, seppur sofferenti, conquiste spirituali ed intellettuali.

Dietro di sé rimaneva anche un amore intenso, quanto impossibile, deturpato da un odio che mai aveva immaginato di nutrire: Cosima Liszt ed il suo sposo Richard Wagner che era stato a lungo il suo “mito”, accorgendosi con colpevole ritardo dell’errore che lo gettò nella disperazione. Entrambi se li portava nel suo bagaglio invisibile: l’una ardentemente desiderata; l’altro ferocemente negato. Il dolore lo accompagnava attraversando le Alpi insieme con il desiderio di immergersi in una vita nuova.
Il Mediterraneo avrebbe rimarginato le sue ferite? Tra Genova e Sorrento, mete provvisorie del suo viaggio, il giovane professore di filologia si sarebbe rimesso dopo i giorni neri di Basilea segnati dalla prostrazione più profonda e dai mali del corpo che lo avevano quasi trasformato? Nella capitale elvetica, fucina di ingegni accademici celebrati in tutt’Europa, nonostante la vicinanza di qualcuno che gli mostrava affetto oltre che stima, come il vecchio Jacob Burckhardt, la solitudine aveva ingigantito i fantasmi del suo “eroe” intento nella costruzione della “musica dell’avvenire”, metafora dell’esistenza come arte totale, e della donna amata ma votata a vestale di colui che officiava la propria opera indifferentemente come un rito pagano e cristiano. Fantasmi dai quali intendeva liberarsi ad ogni costo nel solo modo possibile: fuggendo.

L’università di Basilea gli concesse un provvidenziale congedo e nell’ottobre del 1876 cominciò la sua avventura italiana. Ad un amico, il 26 settembre, aveva scritto: “In questo momento, ho tutto il tempo di pensare al passato, al più remoto e al più vicino, perché il mio oculista mi obbliga a rimanere seduto per lungo tempo in una stanza buia. L’autunno, dopo un’estate simile, è per me, e indubbiamente non soltanto per me, più autunno che mai. Dopo il grande avvenimento, sopravviene un attacco di malinconia più nera, e per uscirne non si saprebbe fuggire troppo in fretta verso l’Italia o verso il lavoro, o verso tutti e due”.
Aveva ragione. Il soggiorno italiano avrebbe favorito tanto l’umore che la produzione di intuizioni, idee, visioni. E perfino l’amore forse si sarebbe riacceso facendogli dimenticare per un qualche tempo Cosima, ma preparandolo ancora una volta ad illusioni non certo benefiche. Arrivando nella Penisola, prima fermandosi a Genova per proseguire poi per Napoli e Sorrento, Nietzsche faceva affidamento sulla concretezza solare della latinità per scacciare gli incubi nordici procuratigli dal funambolo di Bayreuth. I rapporti con Wagner si erano progressivamente guastati. A luglio aveva pubblicato la quarta “Inattuale”, una delle “considerazioni” più significative: Richard Wagner a Bayreuth che Nietzsche stesso sentiva come il congedo dal compositore per diversità di vedute sulle tante cose che pure avevano condiviso in tempi non lontani. Ma l’ombra di Cosima aleggia su questo testo che è il preludio dell’addio definitivo, mai formalizzato se con il Nietzsche contra Wagner del 1888 che poi rinuncia a pubblicare e vedrà la luce postumo. La “distanza”, comunque, con l’uomo che aveva ispirato buona parte della sua giovinezza, non gli impedì di assistere dal 23 luglio al 27 agosto alla prima rappresentazione a Bayreuth dell’ Anello del Nibelungo. Fu l’ultimo “omaggio”, un segno di gentilezza, tratto tipico del suo animo, verso Wagner.

Poi la “fuga”. In Italia, dove tutto immaginava possibile, perfino la risalita dalla malinconia che lo condizionava nonostante l’affermazione ottenuta con la pubblicazione de La nascita della tragedia dallo spirito della musica – un’opera autenticamente ed integralmente mediterranea – , effettivamente ebbe inizio ciò che si augurava al di là di qualsiasi ragionevole speranza: reinventare se stesso. In parte andò così. Ma le ragioni del cuore finirono per offuscare la bellezza sfiorata attraversando l’Italia dove tutto effettivamente ricominciò e tutto finì, come si sa, in quella grigia ed amata e nobilissima Torino non più capitale di un giovane regno, ma capolinea d’una accesa follia, quella che del distruttore della “morale borghese” la cui ultima carezza – umana, troppo umana – fu per un cavallo imbizzarrito a causa delle le frustate di un villano cocchiere all’ombra di Palazzo Carignano. La dolcezza pietosa di un mite ed aristocratico filosofo tedesco donata ad un orgoglioso animale incattivito suo malgrado è l’ultimo atto “pubblico” di Nietzsche, il suo addio al mondo esterno prima di rinchiudersi definitivamente nel “suo” mondo interiore, nell’apparente quiete di Jena prima e di Weimar poi, fino alla termine dei suoi giorni che arrivò il 25 agosto 1900.

La scena torinese, rappresentazione di un dolore che non riusciva più dominare, colpì gli astanti stupefatti. Immaginiamo che sarebbe piaciuta a Zarathustra.
Ma prima d’allora, i segni della discontinuità che Nietzsche colse in Italia furono tanti. E se ne accorsero anche coloro che gli furono, consapevolmente o meno, accanto o che soltanto lo accostarono nel suo viaggio interrotto e ripreso più volte lungo le strade dove la storia aveva camminato ed affanni, tragedie e amori si erano intrecciati nel corso dei secoli che il viandante alla ricerca di un respiro quieto ben conosceva. Non era il viaggio che altre grandi anime europee, e tedesche segnatamente, avevano intrapreso, da Goethe a Mommsen a Mendelssohn Bartoldy per esempio, che Nietzsche intendeva compiere. Egli non cercava il colloquio con gli antichi, ma si augurava di capire se c’erano margini di sollievo alla disperata ricerca di se stesso, allo scopo di divenire ciò che si è, nei luoghi dove soffia il vento greco ed il caldo africano lenisce tormenti altrimenti destinati ad incancrenirsi. L’Italia doveva essere consolatrice e luminosa, come l’aveva sempre immaginata. E scendendo a Genova ebbe la percezione di non aver sbagliato. Ma fu a Sud che trovò ciò che cercava, sia pure per un breve tempo.
Malwida von Meysenbug, la nobildonna che lo aveva invitato a Sorrento, anni dopo scrisse ricordando l’arrivo del frastornato ospite a Napoli: “Era una di quelle sere che non si possono vedere che laggiù: il cielo, la terra e il mare fluttuavano in una gloria di colori che non si può descrivere, e che riempiono l’anima come una musica incantatrice, come un’armonia in cui scompare qualsiasi nota discordante. Osservai Nietzsche: uno stupore gioioso, quasi infantile, illuminava il suo volto; sembrava dominato da un’emozione profonda, crescente. Improvvisamente, scoppiò in grida entusiastiche. Me ne rallegrai, presagendo il meglio per il nostro soggiorno”. La gioia di Nietzsche durò poco. A Sorrento, non lontano dalla villa presa in affitto dalla von Meysenbug si trovava in quel periodo anche Wagner in cerca di ispirazione per il suo Parsifal. I due antichi amici, diventati freschi nemici, non si ignorarono, ma neppure tentarono di riavvicinarsi. Fu l’ultima volta che s’incontrarono.

La “scoperta” dell’Italia fu per Nietzsche una sorta di viaggio iniziatico che s’interruppe soltanto dopo molti anni, come ricordato, nel gennaio 1889 a Torino. Ma a più riprese fissò nella Penisola i percorsi della sua anima verso l’acquisizione di quella libertà di spirito che avrebbe espresso compiutamente nello Zarathustra. Il viaggio compiuto dall’aprile 1881 al maggio 1882 resta indubbiamente il più denso di eventi e di significati per la vita stessa di Nietzsche. Fu a Genova, a Venezia, a Messina, a Roma, a Orta… Nella capitale italiana incontrò in casa di Malwida von Meysenbug, la giovane affascinante ed intellettualmente temeraria Lou Salomé: un incontro che diventò amore e molto di più. Con lei e con Paul Rée avrebbero costituito un’eccentrica “trinità” della quale molto si sarebbe parlato negli anni a venire ed ancora oggi, dopo quasi un secolo e mezzo, il teorema del singolare triangolo amoroso ed intellettuale non è ancora stato del tutto risolto. A Venezia, città musicale per eccellenza secondo

Nietzsche, dove si annullò nella bellezza stordente che quasi lo annichiliva, egli maturò, stupendosi della capacità di immedesimarsi con i luoghi dai quali si faceva avvolgere, la coscienza di una filosofia vittoriosa che avrebbe avuto il culmine lontano dalle “distrazioni” di una terra ricca di suggestioni: a Sils-Maria, in Alta Engadina, un piccolo villaggio di pastori ai margini del dolce lago di Silvaplana. Ma lassù, tra quei monti silenziosi, si portò tutto quanto aveva raccolto in Italia.
Non era poco, come avrebbe capito Guy de Pourtalès, lo scrittore cosmopolita, infaticabile biografo di compositori e pensatori, nel suo Nietzsche in Italia del 1929, un libro ricco di annotazioni su un aspetto tutt’altro che marginale della vita di Nietzsche. Esso costituisce il contributo migliore alla comprensione del rapporto davvero “amoroso” del filosofo tedesco con l’Italia e non soltanto per gli intrecci umani e sentimentali che ebbero tante città come sfondo, ma proprio per l’influenza che l’Italia esercitò sull’anima di un uomo le cui tempeste spirituali si sono per buona parte trascinate nella Penisola che egli considerò una sorta di rifugio nei momenti più drammatici della sua esistenza.
Guy de Pourtalès in questo suo libro, lirico ed appassionato, ma al tempo stesso rigoroso nella ricostruzione degli itinerari del filosofo, offre anche un’interpretazione per niente scontata di alcune delle tesi più incandescenti del pensiero nietzschiano. A cominciare dalla problematica visione del cristianesimo: non è un mistero che l’autore del fin troppo esplicito Anticristo, definiva Gesù “la più alta delle anime umane”. E allora? Spiega de Pourtalès: “Se respinge la sua dottrina e diffida di una morale in cui la debolezza è esaltata, si sente invece invincibilmente attratto dall’uomo”. In altre parole: è l’esercizio teologico sulle parole di Cristo che non convince Nietzsche, non certo la sua “umanità”, né tantomeno la sua “deità”. In lui, osserva lo scrittore svizzero, “vi trova la sua infanzia, suo padre, i suoi antenati”. Ed è noto che avrebbe voluto perfino fondare un convento laico a testimonianza della sua religiosità. Certo, l’ortodossia è messa duramente in discussione.

Ma un Nietzsche ateo come è stato proposto da lettori ed esegeti che lo hanno voluto scientemente strumentalizzare è assolutamente da respingere. Lo si vuole definire un cristiano contro le “falsificazioni” (secondo Nietzsche) di alcuni cristiani? E sia. Ma è scontato che l’opera nietzschiana è una testimonianza drammatica della ricerca di Dio nel tempo in cui “Dio è morto”. E forse, un altro Dio, al di là di quella stessa metafisica che l’ha ucciso, è possibile.
Zarathustra in Italia esplicitò il suo carattere dolce ed ardente al tempo stesso. Raccolse dallo spirito mediterraneo i “materiali” di una costruzione filosofica che immise nella cosmogonia che andava elaborando. Scoprì la forza dell’amore e la frugalità di un’esistenza proiettata in un’opera che avrebbe cambiato la filosofia universale. Fu l’Italia una “patria dell’anima” per lui che aveva ripudiato tutte le patrie possibili, politiche ed intellettuali. Ed è credibile, come qualcuno ha ipotizzato, che nella fredda Weimar, nei suoi ultimi giorni, un pensiero alla terra dove trovò un po’ di pace lo abbia dedicato.