Se una cosa non doveva capitare al mondo in questo momento era il contagio diffuso del virus Ebola in Nigeria. Cerchiamo di spiegare il perché.  Vi avviso, ciò che leggerete  non sarà politically correct.

Qualche anno fa , durante una selezione per andare come medico volontario in Ghana, l’esaminatore, originario di quel paese,  mi chiese se avevo avuto esperienze di lavoro in altri paesi africani. Gli risposi che ero stato in Nigeria, agli inizi degli anni ottanta, appena laureato. Senza che potessi aggiungere altre spiegazioni, mi interruppe dicendo : “ But we are peaceful ! “, sottintendendo che i nigeriani pacifici non fossero.

In effetti i ghanesi, nella mia esperienza, si rivelarono un popolo molto amichevole;  mi capitò , per esempio, passando sulla costa del Golfo di Guinea, di  attraversare un villaggio di esuli liberiani, fuggiti dal loro paese durante la guerra civile e non più tornati in patria alla fine del conflitto, perché si trovavano troppo bene dove si erano insediati.

L’esperienza in Nigeria fu qualcosa di veramente adrenalinico, per non dire traumatico.

Il mio compito allora era di sostituire un collega per un paio di mesi a Warri, dove la Snam Progetti aveva realizzato una raffineria e si trovava un importante insediamento di italiani che alloggiavano in un compound, un agglomerato di villette prefabbricate ai margini della foresta equatoriale.

Il collega, dopo la prima sorpresa di dare la consegna ad un “pivello”, mi diede alcune dritte.

Tra queste mi  raccomandò tassativamente di non soccorrere nessuno per strada, anche se palesemente sofferente, e non si inoltrò in molte spiegazioni.

Quando, due mesi dopo, trasmisi la stessa direttiva al collega, dottor T.,  che mi rilevava, questi non diede la stessa rilevanza al mio consiglio.

Un anno dopo, quando ci ritrovammo, mi raccontò che un mattino, diretto all’ambulatorio della raffineria,  un motociclista davanti alla sua macchina prese una buca e sbandò  cadendo violentemente a terra , senza più rialzarsi. Il dottor T. ordinò al fido autista Lucky di fermarsi per poter prestare soccorso a quel ragazzo.

Lucky lo scongiurò di lasciar perdere ma il collega uscì dalla macchina e correndo si avvicinò al ferito. Mentre prestava i primi soccorsi una piccola folla cominciò a radunarsi attorno a lui, e non era amichevole.

L’autista aprì lo sportello alla sua sinistra urlando :“ doctor come in, doctor come in!”, ma furono gli sguardi sempre più minacciosi attorno a lui a convincerlo a rientrare precipitosamente  in macchina.

Giunto nell’ambulatorio gli spiegarono sommariamente che da quelle parti il senso di solidarietà non era molto sviluppato e se tu ti avvicinavi a qualcuno che giaceva sofferente in terra, significava che “avevi avuto a che fare con lui”.

Poi l’episodio si concluse con il motociclista che arrivò all’ambulatorio della raffineria, i due si ritrovarono faccia a faccia ed  il dottor T. curò e medicò il ferito non prima di essersi sfogato con lui con una solenne ramanzina.

In questi giorni  i telegiornali di tutto il mondo hanno diffuso le immagini di un uomo sofferente che giaceva in una strada trafficata di una città nigeriana, nell’indifferenza  totale, senza alcun soccorso. Questa sequenza è stata associata da tutti alla comparsa del virus Ebola in Nigeria, determinando molta apprensione nel telespettatore.

In realtà è molto probabile che quell’uomo sofferente avesse altro, per esempio una crisi malarica, ed il fatto che fosse abbandonato da tutti non deve stupire più di tanto.

Tornando a me, uno dei primi giorni, mi capitò di visitare un nigeriano affetto da una forte crisi respiratoria di tipo asmatico ; gli praticai un’endovena di teofillina , quello avevo e quello usai, e tutto si risolse.

Da quel momento divenni un “giuggiu”, un uomo sacro, non ridete, e questo comportava vantaggi ma anche svantaggi.

I vantaggi erano rappresentati dall’ essere rispettato e temuto da tutti, gli svantaggi erano determinati dal fatto che al giuggiu era attribuito il potere di guarire chiunque e se uno moriva per una malattia grave, non era per l’incurabilità della stessa ma perché come uomo sacro non aveva voluto. Così il congiunto del defunto era autorizzato a tagliarli la testa per pareggiare le cose.

Fatte le debite proporzioni anche in Italia talvolta si ragiona così, e quando non ci si rassegna all’ineluttabilità di una malattia incurabile , si cerca una qualche responsabilità nel comportamento dei medici.

Qualche settimana dopo a Warri e dintorni si scatenò la caccia al bianco da parte di una banda locale.

Una mattina all’alba venni svegliato da due russi che bussarono alla mia porta, uno aveva un proiettile conficcato nel gomito, e nel chiedermi aiuto mi spiegarono che  un terzo loro amico era stato ucciso .

Li portai nell’ambulatorio dove li visitai alla luce di una torcia perché il generatore in quel momento non funzionava.

Molti bianchi, francesi, tedeschi, libanesi, caddero vittime di quegli attacchi a scopo di rapina, tranne il nostro compound di italiani. Avevamo sì delle guardie ma armate di mazze da baseball, e di notte non garantivano di star sempre svegli.

Fummo fortunati certamente, qualcuno disse che a questa fortuna concorse il fatto della presenza di un giuggiu ed ancor più di un bulldog, un cane sconosciuto da quelle parti, che i padroni siciliani avevano chiamato curiosamente ma provvidenzialmente Killer.

Dopo circa un mese la banda venne tutta arrestata e si scoprì che il suo capo era il figlio del comandante della polizia della città.

La Nigeria per quanto possa essersi sviluppata in questi anni, rimane sempre un paese  dove la vita conta poco, sovrappopolato, con radicate superstizioni, lotte interne, miseria diffusa ed un servizio sanitario scadente e poco incline agli aiuti esterni. Tutto ciò rappresenta un terreno di coltura fertile per lo sviluppo di un’epidemia di Ebola, che in queste terre potrebbe veramente divenire incontrollabile.

Il virus infatti, già conosciuto e descritto nei trattati di infettivologia degli anni settanta, finora era rimasto confinato in piccoli villaggi della foresta equatoriale, dove l’altissima mortalità estingueva il contagio.

La segnalazione in contesti urbani sovrappopolati cambia completamente lo scenario dello sviluppo di Ebola.

Certo il destino non poteva confezionare sfida peggiore per l’umanità.