Samedi matin, 180 blessés étaient pris en charge par les services de secours, dont 99 dans un état critique. Un dispositif d'urgence a été déployé dans les hôpitaux afin de faire face à cet afflux.

Una ferita ancora urlante e sporca, quella di Parigi. Ma è da tempo che sbagliamo, che ci rendiamo figli del nulla e della negazione di noi stessi. Guardiamo i fatti di Parigi come guardiamo gli spot con i bambini che muoiono di fame in Africa. Ci abituiamo. Reagiamo all’ingiustizia con la tristezza, alla malattia con la rassegnazione. Ci scandalizziamo un quarto d’ora, piangiamo e “vogliamoci bene”; poi asciughiamo le lacrime e torniamo a collezionare vuoto, torniamo a negare la verità: che non siamo più nulla.

All’ingiustizia deve essere opposta la giustizia; alla malattia va risposto con la cura. Alla negazione vanno opposte l’affermazione e l’azione. Così si torna a essere qualcuno.

 

Agire.

Chiudere le frontiere, scrivere una nuova legislazione che permetta di identificare con certezza chi arriva irregolarmente in Europa prima di lasciarlo libero sul nostro territorio. Chiudere le moschee e i centri culturali che non danno garanzie e collaborazione alle forze dell’ordine. Intervenire, anche militarmente, nei focolai fondamentalisti del mediterraneo e del medio oriente. Altrimenti i colpevoli siamo noi, che continuiamo a guardare, a piangere, senza non fare nulla.

 

Agire richiede però spirito e identità.

Gli schifosi che in nome di questo o di quello aprono il fuoco sugli innocenti, ieri a Parigi e già prima in altre parti del mondo, sono purtroppo in grado di fare quello che noi non sappiamo più fare: morire per un’idea. Un’idea ripugnante e infima, in questo caso, che trova però nella loro autodistruzione un potere enorme.

Dobbiamo allora ammettere che se non si è disposti idealmente a morire per un’idea, buona e superiore, a morire per affermare una più alta visione dell’uomo e dell’esistenza, allora si è prigionieri della paura.

 

Non è dover morire adesso, ma accettare il dover-morire: che è poi comunque il nostro comune destino.

Invece ci accontentiamo del dover-vivere, lo riempiamo di negazione e compromessi, convinti di aver qualcosa da perdere. Di questo passo, da perdere avremo solo la paura. Loro da perdere hanno solo la vita. Fino a che non accetteremo alcun sacrificio, noi verremo sconfitti e ricattati dal terrore.

E saremo condannati a continuare a piangere, a piegarci, a negarci.

Condannati a vivere per niente.