Spiacenti, ma non andrà tutto bene. Anzi. La pandemia è certamente un incubo ma il dopo — arriva sempre un dopo — rischia di essere un disastro epocale. È infatti in arrivo uno tsunami socio-economico che modificherà in profondità il paesaggio mondiale. Oltre alle centinaia di migliaia di morti, il morbo provocherà perdite economiche colossali: 9000 miliardi di dollari per il 2020. Più delle economie di Germania e Giappone messe insieme. Il Pil mondiale calerà del 3%. A mettere nero su bianco le drammatiche previsioni per l’anno in corso è il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che nel suo World Economic Outlook trimestrale ha tracciato i contorni di una crisi senza precedenti e che in pochi mesi ha stravolto tutto.  Nel presentare il rapporto, la direttrice Kristalina Georgieva, ha ammesso: “Ci troviamo di fronte a una crisi come nessun’altra. In effetti, prevediamo la peggiore ricaduta economica dalla grande depressione. Le prospettive cupe si applicano sia alle economie avanzate che a quelle in via di sviluppo. Questa crisi non conosce confini”.

Sarà però l’Occidente a pagare il prezzo più salato. L’Eurozona perderà il 7,5%, l’Italia presenterà il risultato peggiore della media Ue (se si esclude la Grecia che precipita del 10%): -9,1%. Ma non ne usciranno indenni neanche la Germania, che secondo il Fondo perderà il 7%, la Francia il 7,2%, la Spagna 8%, mentre gli Usa lasceranno sul terreno il 5,9% del Pil. Oltre i confini europei, sono solo tre i paesi per i quali l’Fmi prevede uno shock peggiore dell’Italia: il Libano (-12%), il Venezuela (-15%, che però segue il -35% del 2019) e Macao (-29,6%). Cina e India si salveranno dal segno meno, ma la loro crescita frenerà ben più del previsto.

Prospettive agghiaccianti che ritroviamo nel documento dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, significativamente intitolato “Coronavirus: The world economy at risk”.  Uno studio pieno di numeri, proiezioni, dati ma anche di risposte, indicazioni e (attenzione…) opportunità per un futuro post Covis-19. Per l’OCSE, una volta superata l’emergenza sanitaria, l’unica strada possibile per far ripartire il motore dell’economia saranno gli “investimenti pubblici, più decisi che mai”, in primis per le infrastrutture strategiche. Flussi massicci di denaro che potranno arrivare dai governi ma anche dai fondi, perché – fa notare l’Ocse – proprio questo che stiamo vivendo è uno dei momenti migliori per indebitarsi e investire. I tassi di interesse a lungo termine sono pari a zero, un elemento che rende favorevole la raccolta di risorse finanziarie sul mercato.

 Investire nelle infrastrutture

Una linea assolutamente condivisa da Donald Trump. Dopo il lancio da 2,2 trilioni di dollari approvato dal Congresso — il più grande intervento di Stato nella storia degli USA — per mitigare gli impatti immediati della crisi, il Presidente ha proposto l’approvazione di un maxi investimento sulle infrastrutture, l’ormai mitica “fase 4”. Un’idea lanciata con il solito tweet all’interno del quale ha spiegato che i bassi tassi di interesse permettono di reperire le risorse finanziarie necessarie senza troppe difficoltà e con costi contenuti, arrivando così a raccogliere altri 2 trilioni di dollari da investire, stavolta, nello sviluppo di strade, ponti, dighe, porti, aeroporti, ferrovie, acquedotti. Una scelta lungimirante quanto obbligata per un Paese, come racconta Massimo Gaggi nel suo libro “Crack America”, che è stato moderno prima degli altri ma oggi è rimasto indietro a tutti: l’intera rete infrastrutturale americana è infatti superata, obsoleta «dalla falde inquinate di Flint ai treni antidiluviani a una rete elettrica fatta di pali di legno che al primo incidente lasciano intere città al buio quando non producono incendi paurosi».

Qualcosa di più è già stato fatto in Cina dove il governo, in collaborazione con le amministrazioni locali, ha approvato un maxi stanziamento da 3,6 trilioni di dollari per i prossimi cinque anni. Per raccogliere questa enorme dotazione finanziaria, oltre all’intervento diretto delle autorità centrali di Pechino, saranno emessi dei bond e le risorse reperite sul mercato verranno destinate direttamente alle autorità locali, incaricate di riversarle sul territorio attraverso progetti che abbiano un impatto immediato, tanto sulla produzione quanto sul lavoro.

Il pacchetto prevede interventi su una serie di opere infrastrutturali strategiche, tra cui il rinnovamento di 500 autostrade. Il progetto prevede di raggiungere un doppio beneficio: da un lato far ripartire il Pil, dall’altro dotare molte aree rurali finora escluse dal boom infrastrutturale di una rete efficiente che le metta in collegamento con le locomotive urbane. Ad oggi – secondo quanto riportano i principali media cinesi – risulta che già 31 province abbiano pubblicato una lista delle opere infrastrutturali considerati strategici. Solo la provincia di Sichuan, in termini economici la sesta del paese, ha presentato a Pechino una lista di 700 progetti strategici da realizzare nel breve periodo e per il 2020 il governo centrale ha già previsto interventi per 500 miliardi di dollari.

Nel vecchio continente la stessa strada è stata seguita dalla Gran Bretagna post brexit. Nei giorni in cui i numeri del contagio aumentavano e lo stesso premier Boris Johnson dichiarava di essere positivo, il governo ha lanciato un piano da 825 miliardi di dollari che dovranno essere investiti per modernizzare la rete infrastrutturale. Il piano prevede che gli investimenti siano ripartiti tra il 2020 e il 2025 e rappresenta per il Regno Unito il più grande intervento pubblico dai tempi della crisi finanziaria del 2008.

Tra i vari interventi previsti una parte considerevole sarà destinata alle linee ferroviarie e al sistema stradale. Il ministero delle Finanze ha destinato 27 miliardi di sterline per finanziare “Highways England”, un programma quinquennale di ricostruzione di alcune delle più importanti autostrade del paese; saranno inoltre destinati ogni anno 500 milioni di sterline per la manutenzione delle strade esistenti, 12,2 miliardi di sterline verranno destinati all’housing sociale mentre 5,2 miliardi serviranno per incrementare le strutture necessarie per proteggere le aree sensibili dalle inondazioni. Importanti contributi verranno inoltre dedicati all’edilizia abitativa: a breve termine saranno investiti 10,9 miliardi di sterline nella costruzione di nuove abitazioni, con la promessa di costruire un milione entro il 2025.

L’Italia resta ferma

E, intanto, in Italia cosa si fa? Poche cose e ben confuse. A parte i deliri grillini sulla sospensione o l’azzeramento delle poche grandi opere oggi in costruzione, l’imbarazzante governo Conte ha annunciato una road map «per la semplificazione e l’accelerazione degli investimenti in materia d’opere pubbliche», con una particolare attenzione per autostrade e aeroporti. Un’idea lodevole ma subito affogata nelle liti tra ministri e nei garbugli dei vari uffici. Invece dell’atteso “piano Marshall” nostrano sta prendendo forma un ulteriore inutile meccanismo burocratico dai tratti volutamente confusi. «A corredo del lavoro ci sono nuovi articoli di legge», come riporta un esterrefatto Federico De Rosa sul Corriere «modifiche a norme esistenti e relazioni illustrative che a detta di chi ha avuto modo di leggerle, rischiano di renderle in realtà ancora più farraginose per le procedure per l’avvio dei cantieri. Ma soprattutto si fa notare l’assenza dei programmi su temi fondamentali come le industrie digitali o le industrie in crisi».

Follie. Eppure un esempio virtuoso, tutto fieramente italiano, ci sarebbe. È la ricostruzione del ponte Morandi a Genova. Efficienza, professionalità, velocità. Serietà. Grazie al sindaco Bucci, al governatore Toti, agli uomini di Salini Impregilo, un successo pieno. Qualcuno lo racconti ai poveri fantasmi che scivolano tra i corridoi di Palazzo Chigi.